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Se i lockdown dipenderanno dai numeri, smettiamo di dare numeri

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Non si sa quali saranno le fasce di rischio, non si sa quali Regioni faranno parte dell’una e dell’altra, non si sa esattamente quali saranno le conseguenze della classificazione. Una cosa però appare chiara: a far scattare o meno il lockdown nei diversi territori non sarà la valutazione ponderata dei governatori o il giudizio dei responsabili di governo. Sarà un automatismo legato ai numeri. Numeri complessi, certo, derivanti da proiezioni e algoritmi. Ma pur sempre numeri: se stai sopra, chiudi; se stai sotto, puoi sperare di salvare quel po’ che resta di tessuto sociale e produttivo.

E allora si pone, indifferibile, un tema fin qui rimasto sotto traccia o liquidato come una fissazione di qualche maniaco complottista. Si pone, indifferibile, l’esigenza di poter contare su numeri attendibili e su dati rigorosi. Cosa che non è accaduta in nessun momento di questa lunga pandemia: né ai tempi delle conferenze stampa delle 18 alla protezione civile, né in questa “seconda ondata” nella quale l’escalation delle restrizioni ha seguito quella dei contagi senza un’analisi oggettiva di un quadro in evidente (e per certi versi rassicurante) evoluzione epidemiologica e clinica.

La facciamo breve. Se è in nome dei numeri che ogni territorio dovrà essere condannato o graziato, pretendiamo che accanto al dato assoluto dei positivi venga riportato il dato della percentuale sui tamponi. E, possibilmente – troppa grazia? – l’indicazione dei criteri in base ai quali i tamponi vengono effettuati. Soprattutto, pretendiamo che il numero di “casi” corrisponda al numero di persone risultate positive, e non ai tamponi: in caso contrario, un malato di Covid al quale risultassero dieci esami positivi prima di negativizzarsi verrebbe computato dieci volte nelle litanie pomeridiane. E poiché i tamponi plurimi sono piuttosto frequenti, il rischio di una alterazione del dato è concreto e rilevante.

E ancora. Pretendiamo di sapere quale sia il criterio per i ricoveri ospedalieri, quanti dei degenti conteggiati ogni giorno nel bollettino quotidiano siano ricoverati per Covid e quanti si trovino invece in ospedale per tutt’altre patologie e risultino per puro caso positivi al tampone senza alcun sintomo causato dal virus cinese.

Infine, pretendiamo che sia fugato ogni dubbio sul computo delle vittime. Non ci riferiamo certo alla pelosa distinzione fra morti “per Covid” e morti “con Covid” che tanto a lungo ha appassionato le nostre autorità para-governative: il dato delle patologie pregresse può essere utile a fini statistici ma non abbiamo mai pensato che un malato ucciso dal virus per via delle sue condizioni già debilitate valga meno di un deceduto che era in forma smagliante. La questione è più seria, e riguarda le segnalazioni sempre più frequenti di persone morte per cause incontrovertibilmente diverse dal Covid – annegamenti, incidenti, malattie terminali – repertate come vittime del virus magari per un tampone effettuato post mortem al solo fine di trattare in sicurezza le sue spoglie.

Nessun retropensiero, nessun complottismo. E non vogliamo neppure credere a quelle opinioni – anche autorevoli – in base alle quali alla congestione delle strutture sanitarie non sia estraneo l’elevato rimborso giornaliero riconosciuto per le degenze Covid. Vogliamo dare per scontata la buona fede di tutti. Ma allora, a maggior ragione, pretendiamo serietà. Se dovrà essere un numero a decretare il destino di ogni territorio e dunque di ciascuno di noi, è bene che i numeri si smetta di darli.

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