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Il nuovo libro di Massimo Vitali

Se il mondo bussa alla porta del bagno delle donne di un cinema d’essai…

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Prendete la pancia di un uomo, Roversi. Aggiungete una moglie, un lavoro e centodieci chili di abitudini. Ora siate rudi: togliete la moglie, il lavoro e le abitudini. I centodieci chili, invece, chiudeteli a chiave nel bagno delle donne del cinema Corallo.
Deciso a non uscire più finché non avrà portato a termine quella pausa di riflessione che in tanti gli hanno consigliato di prendersi, sarà il resto del mondo a venirlo a cercare: preti, maniaci, fotografi, cani, travestiti, psicanalisti, fabbri, venditori porta a porta. E donne, naturalmente.
Roversi darà udienza a tutti, ma non aprirà la porta a nessuno.

Pubblichiamo un estratto del romanzo "Se son rose" di Massimo Vitali:

Mettiamo che io abbia un figlio che un bel giorno vuole sapere che lavoro fa il suo papà. Io gli direi: ma io non sono tuo papà. Mettiamo che lui dica non scherzare, lo devo scrivere in un tema per la maestra. Allora gli direi: e va bene, sono tuo papà. Però da oggi sono anche disoccupato. Mentre gli spiego cosa significa la parola disoccupato, per non fargli lasciare il foglio in bianco con scritto solo “disoccupato”, dico a mio figlio che fino al giorno prima suo papà era impiegato in una ditta che vendeva gnocchi, purè, crocchette e qualunque cosa, fatta di patate, che si possa masticare. 

Certo, un impiego non proprio esemplare rispetto ai vari astronauti, pompieri o equilibristi del circo che popolano i temi dei bambini, ma per un bambino immaginario che importanza potrà mai avere il lavoro del suo papà? A lui basterebbe avere un lavoro di cui scrivere, e al suo papà basterebbe avere un lavoro e basta, e invece da ieri non ha più neanche quello: concluso senza preavviso da un uomo cattivo che si fa chiamare capo. Ieri il mio capo mi ha convocato nel suo ufficio, mi ha fatto accomodare su una sedia, mi ha spiegato che c’era un problema, e il problema non era tanto la crisi del consumo di patate, come ho cercato di suggerire io a un certo punto, quanto io: il problema ero proprio io. «Io chi?» Ho chiesto per sicurezza. «Lei Roversi». Ha chiarito il capo. «Da quanto tempo lavora con noi?» «Ho perso il conto». «Se vuole glielo faccio io». «Dieci anni». «Sono tanti». «Me ne dava di meno?» 

Il capo non ha risposto ma si è acceso una sigaretta: «Lo sa cosa penso?» «Se lo sapessi sarei al suo posto, a fumare dall’altra parte della scrivania». Ho detto fingendomi spregiudicato. «Penso che lei dovrebbe prendersi una pausa di riflessione». Ha risposto lui, che spregiudicato lo è di natura. «Una pausa di riflessione…» Ho ripetuto meccanicamente, iniziando a traballare sulla sedia. «Proprio così». Ha confermato il capo, immobile dietro una nuvoletta di fumo. «E su cosa dovrei riflettere, di preciso?» «Questo lo deciderà lei». Ha continuato il capo impassibile. «Tempo ne avrà». «Sta scherzando?» Ho chiesto fissandogli quel suo grosso naso a patata, frutto di tanti anni di sacrifici nel campo delle patate. «Ho la faccia di uno che scherza?» Ha risposto lui, che al suo naso c’era abituato. «Non si starà confondendo con qualcun altro?» Ho insistito vacillando sulle ginocchia e cercando di simulare un attacco di panico neanche troppo simulato. «A differenza di altri, io non mi distraggo mai sul lavoro». 

Ha spiegato il capo diradando la nebbia fumosa e scuotendo il suo naso a patata da un lato all’altro della scrivania. Non capivo a cosa si riferisse. Io i miei errori sul lavoro li nascondevo sempre benissimo. Erano dieci anni che li nascondevo con cura maniacale. A volte faticavo a trovarli io stesso. Il mio capo invece ce li aveva tutti davanti a sé, radunati sulla scrivania, divisi per cartelle, una per ogni anno. Dieci anni di errori che così da lontano e con tutta quella nebbia non li vedevo bene neanch’io. Così mi sono avvicinato: «Ma lo sa che ho un figlio da mantenere?» «Dicono tutti così». Poi il capo ha preso un foglio che era in cima alla pila, lo ha girato verso il sottoscritto e ci ha appoggiato sopra una penna: «Ora dovrebbe farmi un autografo», ha detto. 

Io non sapevo che i licenziamenti funzionassero così. Li avevo visti in tanti film, ma a me non era mai capitato. D’altronde i capi non sono mica attori. I capi se sono diventati capi è perché a loro volta hanno fatto fessi altri capi. E sotto questo punto di vista il mio capo era l’ultimo dei fessi. Io il primo: questa sua decisione così inaspettata mi piombava addosso come una pioggia di patate. Ero talmente sconcertato che non ho fatto obiezioni. Non ho fatto obiezioni perché quando la tua unica preoccupazione è quella di schivare patate che piovono dal cielo, firmare un foglio di licenziamento e uscire dall’ufficio con la penna del capo ancora tremolante in tasca è roba da ridere. Anche se poi, cosa ci sarà mai da ridere? 

"Se son rose"

Autore: Massimo Vitali

Editore: Fernandel

 

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