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Faccia a faccia

Se il Pci avesse fatto i conti con la storia il Pd poteva vincere le elezioni

Lo storico? “In teoria dovrebbe essere ricercatore della verità dei fatti”. Grazie a lui, infatti “potremo anche arrivare ad una storia condivisa. Sempre che ci si metta d’accordo con la verità di quei fatti oggetto di indagine, estendendo così  la ricerca a più documenti e fonti possibili”. Parola di Piero Melograni, fra i più noti e autorevoli contemporaneisti italiani, autore di moltissimi volumi tra cui, appunto, "Le bugie della storia", pubblicato poco più di due anni fa per i tipi della Mondadori.

Dunque, professore, una verità storica c’è…

Certo che c’è. Il problema sta nel farla emergere e nel renderla patrimonio condiviso. Una delle più difficili da accettare, ad esempio, è il fatto che a guerra conclusa l’Europa era divisa in due sfere di influenza e che l’Italia apparteneva a quella occidentale. Una divisione, questa, di cui prese atto lo stesso Stalin e che portò il leader sovietico a non volere i comunisti italiani al governo. Dunque, il divieto proveniva direttamente da Mosca. Una fortuna, ma al tempo stesso anche una grande sfortuna: negli anni avvenire il nostro Paese non si sarebbe  abituato a un’alternanza di partiti. Ecco, questo è stato il risvolto negativo più rilevante. Ed è proprio per questo che noi tuttora siamo democraticamente un po’ analfabeti.

A tal proposito, la storiografia di sinistra ha delle responsabilità?

Certamente, con ricadute che ancora oggi si fanno sentire.  Il recente insuccesso delle elezioni politiche di Veltroni e del Pd, ad esempio, si può persino spiegare in questa chiave: se una certa storiografia avesse a suo tempo raccontato davvero la storia dell’Unione Sovietica e soprattutto la storia dell’Urss con il Pci, le cose sarebbero andate in tutt’altro modo e la recente svolta riformista del segretario democratico  sarebbe forse arrivata meglio ai suoi elettori, che invece si sono trovati totalmente impreparati. Molti militanti di sinistra pensano infatti che comunisti italiani e stalinisti andavano d’amore e d’accordo. La realtà, invece, è completamente diversa: questi qui si sono fatti davvero la guerra. Ecco perché molti dei militanti del Pci possono essere considerati le principali vittime del comunismo.

Fra tutti, il caso Gramsci è forse il più evidente.

Direi di si. In questo caso, si può affermare che Gramsci sia stato vittima dei sovietici. Il politico italiano era in forte dissidio nei confronti di Stalin. E Stalin, del resto, non era tipo che perdonava questo genere di conflitti (si veda, fra tutti,  il caso di Trotskij).  Ma questa vicenda è stata integralmente travisata e oscurata perché la storiografia italiana è stata, come detto, per la grandissima parte in mano alla sinistra.  E ciò non si è affatto rivelato un vantaggio, neppure per la sinistra stessa. Anzi: è stato un clamoroso boomerang, che le ha impedito di ricostruire la vera storia delle sue relazioni con l’Urss.

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2 COMMENTS

  1. confusione
    Apprezzo molto il richiamo alla verità storica, ma forse la forma dell’intervista non giova ad approfondire. Non mi pare esatto dire che Stalin non volesse i comunisti italiani al governo: e l’incontro di Szlarska Poreba, quello della nascita del Cominform, con la critica di Zdanov ai comunisti italiani accusati di debolezza e di indulgere al parlamentarismo, dove lo mettiamo? E ancora: è vero che molti militanti comunisti italiani finirono vittime di Stalin, ma è altrettanto vero che i dirigenti del PCI e la massa che entrò a farne parte dopo il 1944-45 erano stalinisti autentici. L’unico punto che la storiografia italiana dovrebbe decidersi a chiarire è come mai il comunismo in quanto tale sia fallito: perchè era destinato al fallimento, e non per i soliti loschi complotti dei soliti loschi imperialisti americani. Richard Pipes l’ha spiegato bene, ma non a caso è assai poco noto da noi.

  2. Comunismo
    Non è che l’idea di vivere in uno stato comunista però gramsciano mi riempia di entusiasmo. Fare i conti con la storia… forse Bad Godesberg.

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