Se il Pd vuole salvare almeno l’onore  si tenga lontano da Grillo

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Se il Pd vuole salvare almeno l’onore si tenga lontano da Grillo

17 Luglio 2009

 

 Come una fogna a cielo aperto dagli argini insicuri che riversa il suo liquame sui terreni circostanti e rischia d’inquinare l’ acqua potabile, lo pseudo-populismo dipietrista sta corrodendo irreparabilmente la sinistra italiana, stravolgendone i connotati storici e ideali, nel tentativo di compattarla attorno a un ‘teorema’ che, da giudiziario, è diventato politico. Il teorema—condiviso da ampi strati dell’opinione pubblica progressista, dai giuristi ‘schierati’, dalla vecchia Italia dei notabili, dal partito ‘Repubblica’, dall’intellighenzia soprattutto accademica, da un settore consistente dei ‘poteri forti’, dalle truppe allo sbando dei filosovietici e dei filocinesi —è che l’Italia è sull’orlo del fascismo o comunque di una dittatura massmediatica persino peggiore di quella mussoliniana (Asor Rosa) in quanto camuffata di forme democratiche, che il leader del governo non ha alcuna legittimità politica e morale, che l’attuale maggioranza –‘legale’ in virtù del mandato elettorale–non mostra alcun rispetto per la Costituzione. E’ l’essenza del dipietrismo nonché il credo, come scrive Paolo Franchi, <di una parte non indifferente dell’elettorato democrat>.

<Chi è causa del suo mal…>. Forse non esisterebbe l’Italia dei Valori se anni fa il giudice, che abbandonò la magistratura in circostanze ancora tutte da chiarire, non fosse stato contrapposto al Mugello, come candidato della sinistra democratica, al futuro teocon Giuliano Ferrara e al rispettabile stalinista Sandro Curzi, un uomo della vecchia guardia comunista  con tante ombre ma pure con qualche luce. I marxisti d’antan, come i teologi tomisti, avevano i paraocchi ideologici ma disponevano di categorie tanto unilaterali quanto solide per conoscere e orientarsi nel mondo: la pappetta azionistico-libertaria, il buonismo egualitario, la confusione del povero col proletario erano per loro alimenti indigesti. Per riprendere l’utile dicotomia di Francesco Alberoni, erano uomini di ‘istituzioni’ non di ‘movimenti’.

 La candidatura del Mugello, comunque, fu un errore grave ma rimediabile. Lo stesso non può dirsi della decisione di Walter Veltroni, nelle elezioni del 2008, di apparentarsi all’Italia dei Valori. Grazie ad essa una frangia (apparentemente) isterica e (realmente) sfascista del popolo della sinistra assurse a protagonista di primo piano del teatro politico nazionale, riuscendo persino a reclutare raffinati intellettuali che videro nell’uomo di Montenero di Bisacce il salvatore della civiltà–a riconferma dello spappolamento morale, degli abiti servili e dell’inconsistenza teorica della nostra ‘classe dei dotti’.

 <Questo PD è la polizza-vita del premier> ha dichiarato in una recente intervista Beppe Grillo. Una valutazione esattissima ma non per le ragioni che crede l’ex-comico. E’ l’anima dipietrista dell’opposizione la vera garanzia di durata politica del governo in carica (che ormai solo un ulteriore attacco a fondo di ‘magistratura democratica’ può far cadere). Se Veltroni non si fosse lasciato tentare dalla deroga a ‘correre da solo’ , se avesse presentato agli elettori italiani un partito riformista, occidentale, ‘liberal’ nel senso anglosassone del termine, forse, non avrebbe egualmente vinto le elezioni ma avrebbe ‘salvato l’anima’ ed evitato lo spostamento a destra, forse irreversibile, di tanti riformisti ed ex craxiani.. E’ vero, ce l’ha spiegato bene Angelo Panebianco, che le socialdemocrazie in Europa sono in crisi ma quella italiana (mai, peraltro, venuta alla luce) avrebbe potuto beneficiare dell’<anomalia> costituita da un avversario come Silvio Berlusconi, un grande imprenditore prestato alla politica ma che non sembra  avere la stoffa e lo stile  del grande statista.

 Insomma l’aver concesso tanto spazio a un personaggio come Di Pietro è stato, per il PD, come imbottirsi di droga demagogica, nel tentativo di far recuperare slancio e vitalità a una sinistra senza bussola e senza valori condivisi: un rimedio che si sta rivelando, sempre di più, peggiore del male. Per questo  riesce, sinceramente, molto difficile capire quanti vorrebbero che Franceschini—o chi per lui—imbarcasse un altro Di Pietro, questa volta con le fattezze di   Beppe Grillo. Sarebbe come passare dalla cocaina a una droga più potente sempre nell’illusione patetica di rianimare un corpo profondamente debilitato.

 No, chi abbia veramente a cuore le sorti della democrazia liberale e sa quanto un’opposizione seria, strutturata, responsabile sia decisiva per la buona salute della ‘società aperta’non può proprio condividere le critiche–espresse anche all’interno del PD da Ignazio Marino e da Claudio Burlando—alla non ammissione in gara del nuovo Masaniello genovese. Sennonché, in quelle critiche, purtroppo, affiorano, coscientemente o inconsapevolmente, tre aspetti assai poco rassicuranti della <political culture> nazionale. Vediamoli in rapida sintesi.

 Il primo aspetto è la nostra inguaribile leggerezza, il <ma sì…!>, il <che sarà mai?..>. In un mondo e in un’epoca in cui <se ne vedono di cotte e di crude>, sbarrare l’accesso a chi chiede di entrare in un partito fa a molti lo stesso effetto di un monito severo pronunciato durante la rappresentazione di una farsa: sarebbe come recitare ‘La livella’ di Totò nel corso di una gioiosa riunione conviviale tra amici in cui nessuno certo vuol sentir parlare di tombe e di crisantemi.

 Il secondo aspetto concerne i cascami di un antico (risale al periodo risorgimentale) e mai spento ‘abito del cuore’ che fa dell’aforisma goethiano <beato chi vita crea> la panacea di tutti i mali. Benedetto Croce lo chiamava attivismo, Augusto Del Noce azionismo(in un’accezione che andava ben oltre l’omonimo partito): è il pregiudizio favorevole a chi <contesta> in nome di qualche ideale (ieri qualsiasi ideale, oggi tutti gli ideali purché nel segno dell’antifascismo), a chi <è venuto a portare la guerra non la pace> in una società stagnante, a chi pone problemi e lancia sfide al ‘sistema’, a chi fa risuonare la voce degli ‘esclusi’ (spesso presunti tali), a chi può anche ‘trascendere’ e commettere qualche azione violenta ma va, nondimeno, assolto perché, come dice il poeta, <noi troppo odiammo e sofferimmo>. Per Paolo Franchi, che non ha mai rinunciato a sorbirsi qualche sorso di questa brodaglia movimentista, sarebbe stato <meglio, molto meglio (nel senso di molto più ragionevole) aprire subito a Grillo, e senza fare troppe storie, la porta in questione, e lasciarlo libero di gareggiare con le sue idee, per peregrine che siano, come si conviene peraltro a un partito (o presunto tale) che si dichiara aperto, senza eccezione alcuna alla cosiddetta società civile>.

 In base al suo ragionamento, il PD avrebbe dovuto chiudere un occhio sul fatto che per l’elettore di Di Pietro, Beppe Grillo, non ci sia differenza sostanziale tra il popolo del PD e quello dell’IdV, consentendo ai suoi militanti di azzerare quel che rimane dell’identità storica della sinistra democratica. La minaccia di dare una ‘spallata’ alla consorteria che governa l’Italia  e all’opposizione oggettivamente complice, la condanna a morte del liberalismo (per non dir di peggio) contenuta nel triste annuncio grillesco che <la democrazia rappresentativa è finita ed è cominciata quella partecipativa>, l’assimilazione della dirigenza postcomunista e postdemocristiana  a quella del PDL, la messa alla gogna dei Franceschini, Bersani, D’Alema etc. definiti   <la parte sinistrorsa del comitato d’affari nazionale>, diventano tutte cose irrilevanti dinanzi al sacro diritto di dissenso e all’ancor più sacro diritto al confronto. Evidentemente del decoro e della dignità si sta perdendo anche il ricordo in quest’Italia di franchi grilli parlanti! 

 In realtà, si possono avere tutte le riserve possibili sugli eredi di Berlinguer e di Dossetti ma onestamente non si può pretendere da loro il masochismo dei santi anacoreti. Per Franchi il PD deve ancora dimostrare<prima di tutto a se stesso, di esser un partito e quindi una comunità in cui valgono non solo regole, ma anche valori comuni. Al momento, somiglia di più al circo Barnum di gramsciana memoria>.  Ne deriverebbe che non essendo più né carne né pesce, può ben accogliere nel suo seno i pesci Grillo e Di Pietro,tanto vivi e arzilli che  <pe la priezza cagneno culore>,, come le onde di Marechiaro. All’interno di questa logica, però, non si vede perché lo stesso PD dovrebbe poi respingere altri tipi di cultura antagonista—ad es. la destra sociale delusa da Storace e riconvertita all’antifascismo.

 Il terzo aspetto della ‘political culture’ che vien fuori dalle critiche al cattivo PD che maltratta   Beppe Grillo è, forse, più preoccupante degli altri due. A ben guardare, esso sta tutto nella confusione tra liberalismo e libertarismo  all’italiana. Per il secondo, non si ha alcun diritto all’intolleranza: tutto deve essere aperto a tutto e ogni esclusione dev’essere motivata e convincente in termini morali e giuridici. Partiti, club associazioni, chiese, media non debbono avere porte e portieri : dappertutto deve leggersi il cartello <l’ingresso è libero>. Un’associazione ha il dovere di accogliere anche <chi la pensa diversamente> giacché chi la pensa diversamente potrebbe attivare, al suo interno, un dibattito utile, far cambiare le idee, portare persino a modifiche di statuto. Dietro questo ‘costume della mente’ c’è non solo il vecchio pregiudizio che conservare l’esistente, comunque, è male ma si annida qualcosa di peggio, la convergenza tra il libertarismo all’italiana e il suo falso nemico, il giacobinismo.

 Per il giacobinismo, va ricordato, i confini tra pubblico e privato debbono essere abbattuti: parlando delle intercettazioni telefoniche Di Pietro ebbe a rilevare, in puro stile da Comitato di Salute Pubblica, che <chi non ha nulla da nascondere non teme di essere intercettato>; la vita dei cittadini–per adoperare il linguaggio del ‘republicanism’ antifascista e resistenziale di cui  Maurizio Viroli è diventato il Mario Appelius—dev’essere un libro aperto in modo che disonesti, malfattori barattieri e concussioni non trovino angoli in cui rifugiarsi. Libertà assoluta di entrata e di uscita, quindi, libertà di pensiero e di parola, libertà di proclamare nelle aule universitarie che viviamo in un clima di piena dittatura e di persecuzione del dissenso, se è questa l’idea (aberrante) che ci si è fatta  oggi dell’Italia.

 Per un liberale  valgono sempre le parole di Benjamin Constant :< libertà in tutto. In religione, in filosofia, in letteratura, nell’industria, nella politica> dove per <libertà> è da intendere <il trionfo dell’individualità, tanto sull’autorità che vorrebbe governare col dispotismo quanto sulle masse che reclamano il diritto di asservire la minoranza alla maggioranza> . Sennonché i codici della ‘sfera pubblica’ vanno tenuti rigorosamente distinti dai codici che vigono nella ‘sfera privata’: tra i giacobini che volevano che la virtù regnasse in ogni ambito (persino nei pensieri umani onde la ‘legge dei sospetti’) e i libertari che riservano tale privilegio alla libertà, non vi è poi una grande differenza—a prescindere dalle contraddizioni in cui cadono talora, quando, ad esempio, rivendicano la libertà di insegnamento per il filosofo del diritto che all’Università Cattolica proclama che non esistono né Dio né il diavolo ma non per il vescovo ‘negazionista’ che tuona contro la ‘menzogna’ dei lager, a suo avviso fotomontaggi delle truppe alleate… Per i veri liberali, la privacy è fatta anche di intolleranza e di discriminazione: a casa mia non faccio entrare chi mi è antipatico e nel mio circolo vegetariano non ammetto i carnivori. Se amo il cinema americano e fondo un cineclub intitolato a Howard Hawks, non sono tenuto a dedicare un ciclo di film a Jean-Luc Godard. Analogamente, se un partito si riconosce davvero nei valori occidentali, e vuol esserne la declinazione progressista, non ha l’obbligo di tesserare i nemici di Popper e di Aron per amor di pluralismo e…frenesia di eccitanti vitali. Se prima, sbagliando, ha chiuso un occhio sulla qualità dei soci non pertanto può concedersi  il lusso di dimenticare l’adagio latino  <errare humanum est, perseverare diabolicum>. Il vero circo Barnum della politica sarebbe quello del dialogo imposto a tutti e istituzionalizzato per ogni dove: ne guadagnerebbe, senz’altro, la ‘spettacolarità’ della politica ma a scapito della sua già tanto compromessa serietà (e coerenza)..

 I partiti politici sono imprese private che vendono sul mercato programmi di governo: se fossero enti pubblici dovrebbero essere sottoposti a una serie di codici e di normative che li priverebbero di ogni effettiva libertà di azione. Gli acquirenti-elettori sono liberi di  comprare i loro prodotti o di optare per la concorrenza, in ogni caso, non hanno alcun diritto di intromettersi, se non iscritti, nelle loro strategie e nei loro organigrammi. Un partito, come un’impresa–so di urtare i più radicati convincimenti di Franchi–non nasce dal basso, dal ‘bacino degli utenti’, ma dall’alto, da un’idea direttiva, da un uomo o da un gruppo di uomini coeso e determinato, che ‘capisce la situazione’ e s’ingegna a sfruttarla per la sua ‘gloria’ e per l’interesse del paese (come da lui inteso). Se la performance corrisponde ai bisogni degli spettatori, l’attore politico avrà successo, in caso contrario, sarà bene che si ritiri in buon ordine o che si rifondi ma  senza  la collaborazione e il coinvolgimento attivo della   mitica ‘base’—che spesso e volentieri ha lo stesso volto, gli stessi pregiudizi, le stesse idiosincrasie dei dirigenti ai quali rimprovera la mollezza comportamentale non il tradimento ideologico. In una democrazia liberale non sono i militanti di partito—spesso più ottusi e incattiviti dei dirigenti– bensì gli elettori generici, gli uomini della strada, i detentori della sovranità.

  Un PD vittima dei richiami della foresta grillo-dipietresca sarebbe una vera manna per il PDL: ogni predica dell’<incazzato> genovese renderebbe ancora più inferociti i fedeli dell’antiberlusconismo teologico ma aumenterebbe i consensi elettorali del Cavaliere. Mi chiedo, però, quale vantaggio ne ricaverebbe la democrazia italiana se la sinistra parlasse solo con la voce di Beppe Grillo e scrivesse solo con la penna dei D’Avanzo e dei Travaglio.