Se la satira diventa un dogma e la critica diventa un’eresia
23 Gennaio 2012
Alla vigilia delle solenni celebrazioni per la Giornata della Memoria torna a galla un caso controverso. Un giudice ha stabilito che non possa esserci diritto di critica alla critica. Sicuramente molti ricorderanno la discussa vignetta che troneggiava sulla prima pagina del “Manifesto” del 13 marzo 2008 che ritraeva l’On. Fiamma Nirenstein nelle fattezze del mostro di Frankenstein, con sul petto la stella di Davide e il fascio littorio. A firmarla era stata la matita di Vauro Senesi, che con quella caricatura voleva criticare la candidatura nel Pdl dell’attuale vicepresidente della Commissione Affari Esteri per il solo fatto che in una lista dello stesso schieramento, assieme al suo nome, comparivano quelli di Alessandra Mussolini e Giuseppe Ciarrapico.
Lo ‘schizzo’ fu severamente condannato da molti esponenti della cultura e della politica italiana e internazionale che mostrarono vicinanza e solidarietà all’Onorevole Nirenstein – Antonio Martino, Giorgio La Malfa, Magdi Allam, Ruthie Blum del Jerusalem Post, Leone Paserman, Presidente della Comunità Ebraica di Roma e l’Anti-Defamation League sono solo alcuni dei nomi. Ma uno in particolare, l’On. Giuseppe Caldarola, criticò ferocemente l’illustrazione satirica dalle colonne del quotidiano con cui collaborava, Il Riformista, condannandone l’intento discriminatorio e traducendo in parole, quello che a suo parere era il messaggio che si poteva dedurre guardando la simbologia del disegno: “Sporca ebrea”.
Il vignettista di Santoro, sentendosi colpito da un’ “accusa infamante” – come l’ha lui stessa definita –, pensò bene di dar seguito al botta e risposta querelando il 19 dicembre 2008 Caldarola e l’allora direttore di testata, Antonio Polito (questo, nello specifico, per omessa vigilanza). Tutti direte, il disegno parla chiaro e l’insurrezione da parte della comunità ebraica tutta e non solo, fanno capire chiaramente quale potrà essere l’epilogo della battaglia legale. E invece no, il buon senso ha avuto la peggio anche stavolta. L’esito della sentenza, giunto qualche giorno fa, vede condannato Peppino Caldarola a risarcire Vauro con 25000 euro per diffamazione.
Una decisione che fa discutere e che ha suscitato l’indignazione del giornalista: “Ciò che emerge dalla sentenza – ha dichiarato a l’Occidentale Caldarola – è che si afferma la libertà di connotare razzialmente una cittadina italiana legando alla sua identità politica un dato razziale che, come sappiamo, è inesistente e non si riconosce viceversa a chi critica questa impostazione il diritto di critica”. Cioè dire è legittimo connotare con gli stereotipi del passato una cittadina ebrea e non è legittimo criticare questa scelta.
E sull’uso, all’interno dell’articolo, della frase incriminata l’ex direttore dell’Unità ha specificato che “Viene utilizzata come se fosse una citazione testuale e invece non lo è, perché nella lingua italiana, in sede di commento si dice ‘tra virgolette’, non dando un giudizio”. E continua amareggiato: “Del resto, il magistrato ritenendo legittima la posizione di Vauro ha accettato che caricaturizzasse con un connotato odioso come quello del naso adunco e il simbolo della stella di Davide la posizione di Fiamma Nirenstein. Non si capisce bene perché – conclude –, se è lecito fare questo, al contrario non lo è sintetizzare questa posizione. Se Vauro era allusivo, lo ero anche io”.
Del resto Caldarola aveva criticato e stigmatizzato quella vignetta satirica all’interno di un contenitore satirico (Mambo). Il mood era, dunque, palesemente ironico. L’intento era quello di ripagare Vauro con la stessa moneta. E invece, è andata diversamente.
Per Fiamma Nirenstein, coinvolta in prima persona nella vicenda, “è un dolore vedere la sentenza di pochi giorni fa che ribalta la realtà, colpevolizzando una persona come Peppino Caldarola, che ha cercato di difendere la verità, assolvendo invece l’autore di una vignetta antisemita”. “Parliamo – continua l’Onorevole – di una vignetta che numerosi siti antisemiti e negazionisti hanno nel corso degli anni ripubblicato, e ora ricevono in sostanza un’autorizzazione giuridica a indicarmi con quelle sembianze e con quei simboli che ci riportano a tempi oscuri, esponendomi all’odio e alle più severe conseguenze personali”.
Si tratta per la Nirenstein di una sentenza che “adotta un doppio standard” perché stabilisce che “la satira di Vauro è legittima, mentre la satira di Caldarola non lo è”.
Una sentenza, che si carica ancor più di significato e che, per il vicepresidente della Commissione Affari Esteri, diventa preoccupante proprio perché giunge in concomitanza con le celebrazioni sull’antisemitsmo in vista del Giorno della Memoria. Bisognerebbe chiedersi, e magari riflettere, su quanto sottile sia la linea che separa il diritto alla satira dalla denigrazione.
