Europeisti a casa propria

Se l’europeismo di Macron significa fare (solo) gli interessi francesi…

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Come noi italiani sappiamo bene, non basta tirare fuori da uno scantinato una bandiera europea ed esporla alla finestra per far cambiare idea ai propri vicini sugli errori fatti dall’attuale Unione Europea. Allo stesso modo, si può dire, non basta una passeggiata nella maestosa cornice del Louvre dopo le elezioni con l’inno alla gioia come sottofondo per acquistare la fama di campione dell’europeismo, e soprattutto per mantenerla. La verità infatti è che dietro una pedissequa (e retorica) difesa dei simboli dell’Europa unita si celano spesso tante problematiche irrisolte, molte delle quali sono ben rappresentate dalla parabola politica dell’attuale presidente francese Emmanuel Macron. Oggi sembra strano pensare che, appena due anni fa, l’attuale inquilino dell’Eliseo generò tanto entusiasmo e creò così tante aspettative per il suo potenziale ruolo di leadership nel processo di integrazione europea; chi scrive putroppo non era esente da tali sensazioni. Questi anni tuttavia hanno chiarito che il rampante rampollo dell’ estabilishment d’oltralpe non abbia mai avuto in mente un sogno rivoluzionario per il vecchio continente, e che abbia invece sempre coltivato un progetto di Europa “graduale” e “dall’alto” che sa di stantio e che è in pura contraddizione con quella richiesta di discontinuità che gli europei chiedevano e di cui c’era disperatamente bisogno. Emmanuel Macron, presidente europeista nelle parole e nei trattati ma nazionalista nelle decisioni politiche, ha preferito sempre in questi anni portare avanti gli interessi francesi su quelli europei, giocando al gatto e al topo con la propria opinione pubblica e non dando il minimo segnale di voler realizzare quel nuovo equilibrio che aveva più volte promesso. Non che a mancare siano stati i programmi ambiziosi e i maestosi proclami, anzi di quelli si è abbondato fin dall’inizio. Un esempio eclatante è stato il discorso della Sorbona di due anni fa, in cui il neoeletto inquilino dell’Eliseo promise di creare un’Europa più forte e sicura, ma anche più vicina ai propri cittadini e alle loro esigenze. Questo discorso, che secondo molti commentatori italiani doveva essere lo spartiacque verso l’Europa del futuro e dare avvio ad una nuova fase costituente europea (addirittura!), è stato seguito da ben poco, se non qualche timido passo avanti sulle risorse destinate alla Difesa. Per quanto riguarda il resto, come la promessa di maggior rispetto per le sensibilità dei popoli e di giustizia sociale, dobbiamo constare che non solo negli ultimi anni non si è fatto nulla, ma che addirittura si è tornati indietro su molte libertà fondamentali che caratterizzavano l’Unione Europea, una su tutte quella di movimento.

E la colpa di questa regressione non è l’ascesa al potere dei vari Kurz e Salvini che, nonostante le critiche a Bruxelles, tengono aperti i propri confini ai cittadini europei, ma dello stesso campione dell’europeismo che ha sospeso il trattato di Schengen per non meglio specificati rischi legati alla sicurezza (come se il problema del terrorismo venisse dall’esterno e non fosse endemico francese). I disagi subiti dai cittadini europei che tentano di entrare in Francia intanto sono evidenti, così come quelli dei tanti passeggeri che atterrano negli aereoporti d’oltralpe e vedono sparite le corsie che distinguevano i cittadini comunitari dagli altri; perfino nell’ Inghilterra della Bexit non si è ancora arrivati a tanto, ma tant’è. Del resto la sospensione di Schengen non è nulla se pensiamo all’atteggiamento che hanno avuto i governi francesi di Macron quando c’erano reali interessi in gioco, dalla geopolitica nel Mediterraneo al rischio di fallimento delle aziende nazionali. Tutti ricordiamo ad esempio la querelle legata ai cantieri di Saint Nazarre, che dovevano essere comprati dall’italiana Fincantieri ma che vennero salvati in extremis da Parigi, spingendo l’allora ministro Calenda (non di certo un sovranista!) ad usare toni molto duri verso il sorridente presidente francese.

E nessuno in Italia può dimenticare la questione libica, Paese nel quale Macron continua a sostenere il proprio candidato alla presidenza, il generale Haftar, in barba a qualsiasi posizione concordata con gli altri Stati membri dell’Unione e in aperta competizione con le nostre esigenze nazionali. Per finire non si può tacere dell’ipocrito atteggiamento verso la questione migratoria, dopo anni in cui l’Eliseo ha continuato a mandare avanti nell’accoglienza governi mediterranei compiacenti (prima la Grecia di Tzipras, poi l’Italia di Gentiloni e infine la Spagna di Sanchez), lasciando che fossero sempre loro a pagare il prezzo politico di quelle scelte. L’europeismo di Parigi è quindi rampante ma di carta, e preferisce nascondersi dietro grandi progetti piuttosto che affronte i suoi limiti e le sue deficienze pratiche. In questo senso la candidatura dell’ex sottosegretario PD Sandro Gozi nelle liste del partito macroniano En Marche! per le elezioni europee di maggio rappresenta solo l’ultimo capitolo di un progressismo “transnazionale” che rimane prerogativa delle elitè ma che stride con la sempre maggiore distanza che i popoli europei sentono gli uni dagli altri. I fallimenti del progetto macroniano a due anni dal voto sono quindi evidenti, e non basteranno promesse di riforme dei trattati o fronti “di salvezza nazionale contro i sovranismi” per confondere le carte e ridare potere a quei simboli dell’Europa unita che, senza una reale azione politica dietro, rimangono al più vestigia di un sogno che parla francese.

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