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Svolta islamica

Se l’occidente si è arreso, tocca alla Turchia laica fermare l’espansione del sultano

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan procede indisturbato nella realizzazione del suo progetto di ricostruzione della nuova edizione dell’impero ottomano. Tutto ha avuto inizio nel 2003, con l’arrivo al potere in Turchia del partito di Giustizia e Sviluppo, fondato da lui e dall’ex presidente della Repubblica Abdullah Gul. Giustizia e Sviluppo è nato dopo lo scioglimento, da parte della Corte Costituzionale turca, del partito Benessere (Rafah) di Necmettin Erbakan, sempre di matrice islamica, ma ancora più estremista.

La trasformazione della Chiesa di Santa Sofia ad Istanbul, da museo a Moschea, è solo l’ultimo atto di questo processo, lento ma inesorabile.

Il partito che governa oggi la Turchia, Giustizia e Sviluppo, fa parte, anzi guida, una rete di partiti islamisti chiamata “Fratelli musulmani”, fondata in Egitto nel 1928 dallo Sceicco Hasan Al Banna. In cima ai loro programmi politici c’è il ritorno del Califfato e l’applicazione della Sharia. Il loro motto dichiarato è: “Allah il nostro fine ultimo, il Profeta è la nostra guida, il Quran è la nostra costituzione, la jihad è la nostra strada e la morte in nome di Allah è il più alto dei nostri desideri”.

Con la caduta dell’impero Ottomano nel 1923 e la nascita della Repubblica turca, si compie una profondissima trasformazione laica, guidata da chi viene considerato, oggi, il padre della Turchia moderna: Mustafa Kemal Ataturk.

Attualmente Erdogan e il suo partito, dopo aver sottomesso i vertici dell’esercito turco, unico vero custode dell’eredità ataturchiana, stanno mettendo a dura prova la tenuta della laicità della Repubblica turca.

Il Presidente turco sa che per realizzare il suo sogno deve vincere due battaglie: una interna alla Turchia ed una esterna. Solo vincendo entrambe potrà dire di aver cancellato per sempre le conseguenze della prima guerra mondiale o almeno gran parte di esse, in primo luogo gli accordi di Losanna.

Sul fronte esterno, approfittando dell’instabilità del quadro geopolitico internazionale, dell’inconsistenza dell’Unione Europea e dell’indebolimento delle potenze europee firmatarie del trattato di Losanna (sottoscritto il 24 luglio del 1923 dalla Turchia e dalle potenze dell’Intesa a seguito della prima guerra mondiale e della guerra d’indipendenza turca), Erdogan ha cominciato da una parte a sostenere i partiti di matrice islamica (i Fratelli) in Tunisia, Libia, Egitto, Iraq, Libano e Siria, allo scopo di rovesciare i loro governi e sostituirli con nuovi di orientamento islamista; dall’altra ad appoggiare, insieme al Qatar, formazioni terroristiche provenienti da diversi Paesi musulmani del mondo, con l’obiettivo di cancellare i confini nati dalla sconfitta della prima guerra mondiale e dalla caduta dell’Impero Ottomano.

A solo titolo di esempio la Turchia occupa oggi, direttamente o indirettamente, una parte del nord della Siria, alcune zone del nord-ovest dell’Iraq, comprese le acque dei due fiumi Eufrate e Tigri (essenziali per gran parte delle popolazioni della Siria e dell’Iraq), oltre a più della metà della Libia, ad una parte di Cipro e dello Yemen.

Quello di Erdogan è un disegno strategico che sta procedendo per tappe. La trasformazione della chiesa di Santa Sofia è una tappa importantissima per la sua carica simbolica: l’occidente cristiano dev’essere mortificato, i musulmani, anche i più riluttanti,

devono capire che è finita un’epoca, che il Sultano è tornato e che l’occidente non è altro che una tigre di carta. Oltretutto c’è il sospetto che una parte dei governanti occidentali sia d’accordo con lui: come si spiegherebbe altrimenti l’appoggio incondizionato alla destabilizzazione del Medio Oriente e dell’intera area mediterranea? Del resto lo scontro di civiltà prospettato da Samuel Huntington nel suo libro “The Clash of Civilzations” ha pur bisogno di due o più protagonisti.

La reazione dei governanti occidentali è stata estremamente blanda, riducendo la decisione del presidente turco ad una faccenda interna, estrapolandola dal suo contesto e privandola dal suo vero significato.

Unione Europea, Grecia, USA, Russia e Francia hanno espresso il loro rammarico per la decisione del Consiglio di Stato turco di trasformare la Chiesa di Santa Sofia in Moschea. La risposta di Erdogan è stata chiara ed inequivocabile: ha pubblicato su Twitter il testo della copia del decreto, a sua firma, con il quale consegna la “Moschea di Aia Soffia” alle autorità religiose del suo Paese e sancisce l’apertura della stessa alle attività di religiose. In un’altra sua dichiarazione ha sottolineato: “Abbiamo preso questa decisione esercitando un nostro diritto e perché è la volontà del popolo turco”. E, rivolgendosi ai musulmani del mondo, ha detto: “Le critiche che abbiamo ricevuto provengono principalmente da quei Paesi che non hanno fatto nulla contro l’islamofobia nei loro Paesi”.

Erdogan promette che entro il 23 luglio 2023 avrà cancellato tutte le conseguenze e le imposizioni figlie della prima guerra mondiale e della rivoluzione turca di Kemal Ataturk.

In attesa del 24 luglio 2023, centesimo anniversario della caduta dell’Impero Ottomano e della firma della convenzione di Losanna, attendiamo altri gesti eclatanti e altre provocazioni. Prendiamo atto che i governanti occidentali hanno stretto un patto con l’Islam politico (i Fratelli Musulmani) guidato dal leader turco Erdogan. Solo allora sapremo se i termini del baratto Occidente-Islam politico comprende, come sembra, anche la rinascita del nuovo “impero Ottomano”.

Ma, baratti a parte, penso che Erdogan ha fatto i conti senza l’oste, perché la laicità in Turchia è molto più radicata di come crede e spera il Sultano e, a giudicare da come è andata la prima parte della cosiddetta “primavera araba” in Siria, Egitto, Iraq ecc., il suo sogno di annettere di nuovo il medio oriente, ha la stessa probabilità di riuscita di quello di Satana di entrare in paradiso.

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