Se l’Onu finisce per coprire la Siria di Assad allora è meglio chiuderla

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Se l’Onu finisce per coprire la Siria di Assad allora è meglio chiuderla

06 Febbraio 2012

di E.F.

Il veto in sede Onu, lo scorso 4 Febbraio, di Russia e Cina alla risoluzione statunitense (e un po’ europea)  sulla crisi siriana ricorda al mondo quanta ragione da vendere abbiano tutti coloro che da decenni accusano le Nazioni Uniti di essere un’organizzazione inutile, se non a tratti dannosa, per la comunità internazionale. Il “fattaccio onusiano”, ovvero l’inazione rispetto a carneficina siriana di questo ultimo anno, con annessi veti di Mosca e Pechino, è un buon indicatore del fatto che la pretestuosa multipolarità a cui ambivano gli europei durante il doppio mandato Repubblicano di G. W. Bush e alla quale ha ora aderito l’amministrazione statunitense nel tandem Obama-Clinton-Susan Rice (notizia di oggi è che gli Usa hanno ritirato i propri ambasciatori dalla Siria), è quanto di più risibile, inconcludente e a tratti criminogeno esista nei processi di problem solving e crisis management diplomatici.

Il veto cinese e russo alla risoluzione anti-Assad dice parecchio sul ruolo (ammesso che ne esista davvero uno) che queste due nazioni hanno deciso di giocare sullo scenario internazionale. Partiamo dall’excusatio non petita di Pechino. Proprio oggi l’arcinota (perché unica a parlare) portavoce del ministero degli affari esteri cinese, Liu Weimin, ha dichiarato che la Cina è stata “forzata” a opporre il veto, visto che, si sostiene da parte cinese, le parti sarebbero state costrette (non si sa bene da chi) a votare ancor prima che tutti membri permanenti – e non – del Consiglio di Sicurezza Onu avessero avuto modo e tempo di convenire sul testo. Una posizione questa che mal cela la diffidenza di Pechino di fronte a ‘dirittismo’ umanitario onusiano. Come dimenticare la repressione cinese in Tibet quattro anni fa oppure quella di soli due anni fa nello Xinjiang, la provincia ugura-musulmana della Repubblica popolare cinese. E ancora, stavolta solo pochi mesi fa, l’astensione cinese in Consiglio di Sicurezza alla risoluzione che imponeva una no-fly zone sulla Libia e che, proprio in fase negoziale stavolta sulla Siria, veniva indicata dai cinesi proprio come l’esito diplomatico da scongiurare, visto che la Cina ancora oggi ritiene che la Nato, nel dare applicazione al testo per la Libia, ne avesse violato i caveat andando di fatto ben oltre a quel che era consentito. Legittima o meno che sia la postura cinese sulla repressione in Siria, purtroppo essa conferma la fondatezza dei timori di coloro che da anni denunciano l’incapacità della Cina nell’assumere posizioni da responsible stakeholder, azionista responsabile nella gestione degli affari internazionali a fronte del crescente peso politico che la seconda economia mondiale potrebbe ricoprire. 

La Russia. Anche l’atteggiamento di Mosca rispetto alla crisi siriana, è risibile e miope sia nel breve che nel medio periodo. E’ arcinoto per la Russia la Siria costituisca l’ultimo appiglio regionale nel Medio Oriente e questo era vero quando ancora esisteva l’Unione Sovietica. In fondo, nella prospettiva russa, la dittatura di Bashar al-Assad è in perfetta continuità con il prototipo di regime arabo nazional-socialistizzante con il quale l’Unione Sovietica ha fatto ‘affari’ durante tutta la seconda metà del XX sec. E’ anche ovvio che sul ‘no’ russo abbia pesato quella base navale a Tartus (Siria) che dal 1971, grazie a un accordo con Damasco, ieri l’Unione Sovietica e oggi la Russia utilizza per rifornire la propria flotta nel Mediterraneo. Ammesso che sia il tempo di mettere sulla bilancia il proprio interesse nazionale, davvero esiste ancora qualcuno al Cremlino o al palazzo del ministero degli affari esteri russo che crede che il regime di Assad abbia un futuro? E’ evidente che, a prescindere dalla quantità d’ossigeno che Cina e Russia saranno riuscite a fornire al regime degli Assad con il proprio veto, un dittatore che è costretto a sparare sulle proprie genti, è chiaramente all’atto finale della propria reggenza. Possibile che da Mosca questa verità lapalissiana non sia visibile?

Quanto all’Onu, le lance da spezzare sono ormai finite. L’ex-presidente della Repubblica, Francesco Cossiga sardonicamente diceva che “l’Onu arriva sempre dopo” (se mai arriva, aggiungiamo noi). L’organizzazione è a tal punto irrimediabilmente inconcludente, che è forse giunto il momento di dichiarare “missione fallita” e chiedere un ritiro dall’organizzazione. Se il nuovo Zeitgeist di politica economica in Europa è ‘austerità’, diventa imperativo evitare che i soldi dei contribuenti italiani, e non solo, siano sperperati da un corpo burocratico come l’Onu che da troppo tempo ormai garantisce al massimo una concione annuale ai peggiori dittatori del pianeta, la loro impunità e vite ciondolanti a iper-qualificati burocrati. Senza considerare la dimensione criminogena che l’afasia onusiana determina. Quando si assurge l’Onu a esercitare la funzione di camera di compensazione per gli interessi nazionali dei paesi del mondo, e tale funzione fallisce così platealmente, ciò finisce per dare tempo e a volte indiretta legittimazione alle peggiori barbarie dittatoriali. Cosa avrà pensato, e fatto, Bashar al-Assad quando gli è stato comunicato dal suo ambasciatore all’Onu che il CdS aveva rigettato, grazie la veto russo e cinese, la risoluzione che (forse) lo avrebbe messo alle strette? Non avrà interpretato l’esito negoziale onusiamo come un guadagno in termini di tempo nella sua disperata e truce rincorsa alla tenuta in piedi del regime? E l’opposizione siriana, quella di Homs, della Free Syrian Army, dei Fratelli musulmani, dei laici e giovani che nell’ultimo anno hanno invaso le strade delle città siriane, che cosa avranno pensato loro? 

Se purtroppo qualcosa è da rilevare, in momenti di rabbia e tristezza come questi, è che nel conto del tanto celebrato modello multilaterale, quello della tavola dei cavalieri di Re Artù sette secoli più tardi, sbandierato contro l’unilateralismo statunitense della freedom agenda alla Bush Jr., è che, sul lato “contabile” delle uscite, vi siano da aggiungere una serie lunghissima di vite umane spezzate – dal Rwanda al Darfour, passando per i curdi iracheni gasati da Saddam fino ad arrivare ai morti siriani di questi giorni. Quel che ancora una volta è crollato lo scorso Sabato al Palazzo di Vetro, è il mito massonico del governo del mondo – quello dei blaterati diritti umani mai implementati – di un’organizzazione che da più di quarant’anni ancora dibatte (senza addivenire a soluzione) sulla definizione giuridica da dare alla nozione di ‘terrorismo’, questo mentre le genti del mondo, in varie parti, muoiono sotto la mannaia dell’arbitrio umano.