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Se McCain vuole vincere racconti la sua vita

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Ci ho pensato mentre ero a cena con Doris Day. No, non quella Doris Day. La Doris che è sposata con il colonnello Bud Day, medaglia d’oro del congresso, pilota di caccia, prigioniero di guerra in Vietnam e compagno di cella di John McCain al cosidetto “Hanoi Hilton”.

Mentre mangiavamo vicino alla casa dei Day in Florida, ho ascoltato cose sul senatore McCain che erano profondamente commoventi e politicamente inquietanti. Commoventi perché rivelavano vicende sul suo conto che gli americani dovrebbero conoscere. E inquietanti perché è chiaro che il signor McCain è uno degli individui più riservati che si sia mai candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Quando si tratta di scegliere un presidente, gli americani vogliono sapere molto più sul suo conto che non sui suoi programmi politici. Vogliono sapere del suo carattere, dei valori inclusi nel suo cuore. Nel caso di McCain questo significa che gli elettori vogliono sapere di lui molto più di quanto egli si sia  mostrato pronto a far conoscere.

Bud Day mi ha confidato una storia che gli americani dovrebbero sentire. Riguarda quello che gli è accaduto dopo essere fuggito da una prigione nord-vietnamita durante la guerra. Quando venne ripreso, uno degli inseguitori gli ruppe un braccio e gli disse: “Te l’avevo detto che ti avrei ridotto a uno storpio”.

Quella rottura doveva servire a piegare la volontà di Day. Era sopravvissuto in prigione con la speranza un giorno di tornare a guidare un aereo. Per uccidere quella speranza, i vietnamiti sistemarono l’osso rotto in modo che uscisse dal braccio e che, una volta guarito, non potesse più muoversi normalmente.

Ma questo non accadde per merito di McCain. Rischiando ogni genere di punizioni, McCain e Day raccolsero pezzi di bambù nel cortile della prigione per steccare il braccio rotto. McCain fece stendere l’amico sul pavimento della cella e, tenendolo fermo con un piede, rimise l’osso al suo posto. Poi usando la fasciatura delle sua stessa gamba ferita e i pezzi di bambù, immobilizzò il braccio di Day.

Anni dopo, un chirurgo dell’Air Force, visitandolo, si complimentò con le guardie vietnamite per il buon lavoro fatto. Day lo corresse subito, dicendo che il lavoro era stato fatto da McCain. Day tornò a volare qualche tempo dopo.

L’altra storia che ho sentito durante quella cena riguardava il ruolo di cappellano svolto da McCain con i suoi compagni di prigionia. Ad un certo punto infatti, dopo essere stato trasferito da prigione in prigione, McCain si trovò ad essere l’ufficiale più anziano all’interno dell’Hanoi Hilton. Così toccò a lui amministrare i servizi religiosi per gli altri prigionieri.

Oggi, Bud Day, un 83enne molto attivo, ricorda ancora vividamente i sermoni dell’amico. “Ricordava bene la liturgia episcopale” racconta Day, “e parlava come un vero predicatore”. Uno dei suoi primi sermoni si ispirò ai vangeli Luca 20:23 e Matteo 22:21: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. McCain sosteneva che non si dovesse chiedere a Dio di liberarli dalla prigionia, ma di aiutarli a divenire delle persone migliori in quel terribile frangente. Era stato Cesare a metterli in prigione e Cesare li avrebbe tirati fuori. Il loro compito era agire con onore.

Un'altra storia su McCain riguarda la tortura con cui i vietnamiti gli legavano la testa tra le caviglie e le braccia dietro la schiena, lasciandolo così per ore. La tortura ha così fortemente slogato le spalle che ancora oggi McCain non può sollevare le braccia sopra la testa.

Una notte una guardia vietnamita allentò un poco i suoi lacci, tornando poi alla fine della sua ronda a stringerli di nuovo così che nessuno se ne sarebbe accorto. Poco tempo dopo, il giorno di Natale, la stessa guardia che era accanto a McCain nel cortile della prigione, tracciò una croce nella sabbia per poi cancellarla subito. McCain disse dopo che quando tornò per la prima volta in Vietnam dopo la guerra, l’unica persona che avrebbe voluto incontrare era quella guardia.

Bud Day ricorda con orgoglio che McCain rifiutò ogni trattamento di favore che gli venisse offerto e anche il rilascio dovuto alle sue pessime condizioni di salute. McCain sapeva che i vietnamiti volevano sbandierare la vittoria propagandistica del figlio e nipote di ufficiali della Marina convinto ad accettare favori dal nemico.

Le storie raccontatemi dai coniugi Day riguardano più che il valore in tempo di guerra.

Alcune ma non molte delle storie che ho appreso, sono state raccontate. Come quelle contenute nel libro di Robert Timberg del 1996 “A Nightngale’s song”. Ma McCain vi accenna raramente durante la campagna elettorale. C’è qualcosa di ammirevole in questa reticenza, ma deve essere messa da parte.

Persone riservate come McCain sono rare in politica e non per caso. I candidati che non sono a loro agio nel condividere le loro vite private limitano la loro attrattiva. Ma se McCain vuole vincere le elezioni in autunno deve aprirsi di più.

Gli americani hanno bisogno di conoscere la sua visione sul futuro della nazione, le sue posizioni politiche e le riforme che intende attuare. Ma hanno anche bisogna di conoscere i momenti della sua vita che l’anno formato. McCain non può fare una campagna elettorale tutta autobiografica, ma neppure può permettersi di farne una senza biografia. Se non dischiude la sua vita, molti elettori non sapranno mai le vicende che mostrano il suo carattere, la sua integrità e onestà.

Sono qualità che hanno fatto scegliere il primo presidente americano e faranno la differenza anche per il 44°.

Dal Wall Street Journal del 30 aprile 2008

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2 COMMENTS

  1. Secondo me
    Karl Rove ha perfettamente ragione!
    E poi gli americani meritano di conoscere un po’ meglio quest’uomo e la sua storia!

    P.S. Lo stile giornalistico di Rove è semplicemente fantastico!

  2. McCain presidente nel 2008
    Forza McCain c’e la puoi fare, davanti a te non
    c’è nessuno. Schiacciali tutti e facciamola fini-
    ta!!.

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