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Se non ci facciamo più quattro risate è colpa del politicamente corretto

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A me sembra che siamo tutti in speranzosa attesa di un repertorio di battute d’argomento religioso, e di un atteggiamento abbastanza spavaldo per poterle dire. Molti musulmani hanno un’esagerata tendenza ad offendersi, e scarseggiano battute sull’Islam che si possano dire senza che siano accolte come una manifestazione di ostilità. Anche qui i censori lavorano sodo, privando l’umanità del suo modo più naturale di disinnescare i conflitti, e imponendo a tutti noi un tipo di deferenza apprensiva e cavillosa che, in verità, è assai più vicina all’ostilità di qualsiasi battuta scherzosa.

E’ ovvio che la religione è un argomento delicato e l’atteggiamento tipicamente inglese che prescrive di non parlarne affatto è comprensibile. Ma in un mondo dove le professioni di fede si fanno sempre più aggressive, una tale soluzione non funziona più. Una satira sul tipo del Tartuffe di Molière è quello che i mullah si meritano. Ironizzare su qualcuno, è iniziare ad accettarlo. Sappiamo anche distinguere tra la ridicola, ipocrita rigidezza dei custodi della fede e la normalità dei musulmani normali, che non ambiscono ad altro che a una sistemazione pacifica.

Un osservatore esterno non può non stupirsi di quanto l’America stia perdendo il senso dell’umorismo. Questa risorsa umana universale, che attraverso il lavoro di James Thurber, H.L. Mencken, Nathanael West e altri come loro ha permesso a questo grande paese di placare ciò che in tempi più lontani avrebbe provocato tensioni sociali, e persino di adattarsi alla nuova donna americana, adesso è marginalizzata quando non disapprovata. Una battuta infelice può costarti la carriera, come ha scoperto Don Imus (Don Imus, allora popolarissimo conduttore radiofonico della Cbs, il 7 aprile 2007 venne subissato dalle critiche di politici, giornalisti e dell’intera comunità nera americana dopo aver definito alcune ragazze di colore nappy-headed hos, ovvero “puttanelle nere spettinate”. Il termine “hos” è usato frequentemente dai rapper di colore, ma viene considerato offensivo quando a pronunciarlo è un bianco.

Imus venne sospeso per due settimane, quindi licenziato - ndt); in effetti, ogni battuta, per quanto sofisticata, che vada a toccare temi quali razza, sesso o religione, fa correre grossi rischi a chi la pronuncia. Il risultato è che un inquietante silenzio circonda la grandi questioni della società americana moderna; un silenzio punteggiato dalle esplosioni isteriche di quelli che l’umorismo non sanno proprio cosa sia, ogniqualvolta venga provocata le loro faziosissima sensibilità.

Che si tratti di una situazione insana, non c’è neanche bisogno di dirlo. Più deprimente è però il suo effetto sulla morale comune. Nel passato era dato per scontato che gli errori fossero perdonati, qualora fossero seguiti da una sincera volontà di riparazione. Sembra che questa pratica non sia più in auge nell’attuale mondo della censura americana. Dite una cosa che venga bollata come “razzista”, “sessista”, “stereotipata” o “omofobica”, e sarete per sempre banditi dalla comunità della gente per bene. E’ la fine di ogni prospettiva di carriera nei settori in cui i censori esercitano il loro controllo – in particolare, nell’educazione e nel governo. Potrete strisciare quanto volete, come Don Imus; potrete replicare il pellegrinaggio di Enrico II a Canterbury, o qualcosa di simile: non farà alcuna differenza. Un errore, e siete fuori.

E non importa se non si tratta veramente di un errore. La vostra frase può essere stata fraintesa, la vostra battuta può essere stata calibrata male senza intenzione, vi può essere scappata la lingua – potreste, come l’eroe del grande romanzo “The Human Stain” di Philip Roth, avere usato semplicemente una parola nel suo senso tradizionale, senza preoccuparvi del fatto che quella parola abbia acquistato, in un qualche nuovo gergo, un significato politicamente sconveniente.

Per di più, la capacità di questi personaggi autonominatisi censori di individuare peccati ideologici ed eresie è stata ampliata a dismisura dai loro esercizi quotidiani di risentimento. Questi accusatori riescono a scovare un pensiero colpevolmente razzista, sessista o omofobico in quello che a un orecchio non allenato suonerebbe come il più innocente dei discorsi. E non conoscono il perdono, dal momento che è loro preclusa – come accade a ogni persona priva di senso dell’umorismo – la conoscenza di se stessi. Il desiderio di accusare, che porta con sé una reputazione di virtù senza la fatica di conquistarla, prevale sul naturale impulso umano del perdono, creando personalità rigide anche troppo familiari a chiunque abbia avuto a che fare con le lobby che controllano l’opinione pubblica americana.

Come dobbiamo reagire a tutto ciò? Sarebbe facile dire: dovremmo riderne. Ma compromettere una carriera non è cosa su cui scherzare; e ancor meno c’è da scherzare quando si finisce sulla lista dei bersagli della macchina islamica anti-offese. Quello di cui c’è bisogno, a mio avviso, è un gruppo di giornalisti bene educati, ma anche ruvidi e persino arroganti, che si appoggino a vicenda nel porre alla berlina le ridicole pretese dei censori.

Fino a non molto tempo fa, in Inghilterra una tale classe di giornalisti esisteva. Durante l’ascesa della sinistra nelle università, negli anni Settanta, gente come T.E. Utley, Peregrine Worsthorne, George Gale e Colin Welch demolirono a forza di corsivi i nuovi movimenti intellettuali. Il risultato fu che quei movimenti arrivarono a controllare le università, ma non l’opinione pubblica. Alcuni di quei giornalisti erano di sinistra, come Alan Watkins e Hugo Young; altri erano di destra, come Utley e Worsthorne. Ma nella battaglia contro la censura fecero gruppo, uniti nel combattere la malattia puritana. Ognuno poteva essere ruvido quanto credeva verso il mare di stupidità che montava intorno a loro, e così facendo suscitare una sana risata nei propri lettori.

Purtroppo gran parte di quei giornalisti non sono più tra noi, e leggendo del caso Don Imus sulla stampa americana, mi chiedo se in questo paese ci sia qualcuno della loro specie. (Fine)

Tratto da "The American Spectator"

Traduzione di Enrico De Simone

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