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Il virus e la vita da difendere

Se per qualcuno la priorità è far abortire le donne in casa

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Nel pieno dell’epidemia da covid-19 che sta martoriando il nostro Paese, c’è pure chi si preoccupa di porre all’attenzione del Governo come priorità la pratica degli aborti, nonostante questi non siano nemmeno stati vietati da alcun decreto governativo e continuino ad essere praticati.
Con l’appiglio pretestuoso della pandemia infatti è stata inoltrata al ministro della salute Roberto Speranza un appello dal forte contenuto ideologico da parte di un centinaio di associazioni abortiste, firmato fra gli altri anche da Roberto Saviano, dall’ex presidente della Camera Laura Boldrini, dall’ex ministro dell’istruzione, università e ricerca Valeria Fedeli, dall’ex ministro della salute Livia Turco e dal solito radicale Marco Cappato.
I sottoscrittori dell’appello chiedono che venga concessa una deroga della legge 194 in questo particolare periodo al fine di estendere il termine dell’aborto dalla settima alla nona settimana e di introdurre “l’aborto a domicilio” o il “tele-aborto” con la pillola RU486, tramite la gestione a distanza della procedura.
I firmatari chiedono un ritorno al passato dunque, quando gli aborti clandestini venivano compiuti nella solitudine delle quattro mura domestiche, lasciando le donne abbandonate a loro stesse.
Sembrerebbero persino ignorare che l’aborto chimico è anche molto più rischioso per la salute delle madri rispetto all’aborto chirurgico eseguito nelle strutture ospedaliere, in quanto aumentano gli effetti collaterali, tra cui anche la mortalità che è ben dieci volte maggiore. Trattasi inoltre di una procedura fisicamente molto più dolorosa -tra i sintomi più comuni vi sono forti dolori addominali, nausea, mal di testa, vomito e diarrea- nonché traumatica, dal momento che è sempre la donna a dover constatare visivamente l’espulsione dell’embrione.
Com’è noto, il metodo chimico prevede che la donna debba innanzitutto prendere la pasticca di Mifepristone e successivamente, se non ha eliminato l’embrione entro 48 ore, ingerire la seconda pasticca di Misoprostol; in questa fase è sempre la donna che deve monitorare il flusso di sangue per comprendere se il concepito è stato espulso e se è in corso un’emorragia. Grava così tutto sulle sue spalle dunque e non sulla struttura sanitaria.
In caso poi di emorragia o di altra complicanza la donna dovrà precipitarsi al pronto soccorso e quindi all’emergenza relativa all’aborto si aggiunge l’esposizione al pericolo del contagio da covid-19. Insomma, oltre al tentativo di banalizzare l’aborto aprendo alla consegna a domicilio della RU486, ancora una volta si sta giocando sulla pelle delle donne e dei più indifesi.
Eppure alternative al ricorso all’aborto esistono, quali ad esempio il parto in anonimato o gli aiuti messi in campo dal terzo settore, come quelli forniti dai centri di aiuto alla vita sparsi su tutto il territorio nazionale. E risulta ancora più stridente e paradossale quest’ appello, rivolto proprio nel corso dell’epidemia, quando salvare vite umane è diventata la priorità assoluta, ma evidentemente non per tutti.
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