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Se siamo quello che mangiamo, chi siamo?

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Noi siamo quello che mangiamo (Feuerbach). Ma in fondo chi siamo se in realtà sappiamo così poco su ciò che mangiamo? Non so se si possa parlare di crisi di identità alimentare ma è sorprendente come un’informazione sempre più incalzante sulle caratteristiche degli alimenti che consumiamo, presentataci il più delle volte attraverso marchi incomprensibili e minuscole etichettature, sia sempre più esaustiva dal punto di vita legislativo e ci dica sempre meno su cosa in realtà stiamo mangiando. Paradossi e contraddizioni nella giungla del settore alimentare non mancano. 

Da un lato si parla di certificazione come l’unica strada che possa tutelare il consumatore e dall’altra spesso si demonizzano le catene di fast-food che hanno fatto della certificazione di prodotto e di processo produttivo la vera ragione del loro successo. Ed ancora, nell’era dell’ environmental safety ci domandiamo perché risulti così impopolare parlare di prodotti geneticamente modificati quando questi sono originalmente comparsi sul mercato come alternativa all’uso di quei prodotti chimici che hanno avvelenato l’ambiente.  Cosa abbia generato questa avversità nei confronti di tecnologie innovative verso cui l’essere umano ha storicamente mostrato una trasparente apertura è materia assai confusa, che alimenta sospetto. D’altra parte poco si sa sulla natura degli alimenti biologici, percepiti dai più come prodotti semplici e naturali ma anch’essi associati a tecnologie di produzione piuttosto evolute, se si considera che i soli fertilizzanti registrati per l’agricoltura biologica sono oltre 2000.  Ci domandiamo, inoltre, quale percorso stia seguendo il nostro sistema agricolo per tutelare l’attività dell’intero settore che sembra voler combattere l’invasione orientale con le produzioni tipiche, non certo connotate da competitività intrinseca, più che con investimenti concreti e strategie di mercato.  E allora? Sappiamo davvero ciò che mangiamo? Sappiamo davvero ciò che dovremmo mangiare per salvaguardare noi stessi, l’economia del nostro Paese e l’ambiente in cui viviamo? Difendersi da un’informazione spesso inutile, errata o fuorviante è possibile solo aprendosi alla conoscenza.  Parlare, discutere, informarsi e confrontarsi con obiettività significa nutrire il proprio senso critico, significa poter decidere senza che qualcuno lo faccia per noi. Questo ed altro si propone questa rubrica, per promuovere un dibattito trasparente ed un processo di informazione in un settore come quello dei prodotti alimentari in cui ci si nutre spesso di pregiudizi. Ed anche quelli ahimè vengono dallo stomaco (Nietzsche)!


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1 COMMENT

  1. Il vermetto nella mela non ci piace
    Ho l’impressione che il buon Albino Maggio abbia perfettamente ragione nel suo intervento sull’Occidentale.
    Vorrei proporre una considerazione: perchè bisogna preferire una mela con allegri vermi al pascolo (vermi che portano tossine) ad una mela che si è difesa da sola respingendo l’allegro soggetto?
    Nessuno vuole creare mostri, sebbene i nuovi difensori d’ufficio della ricerca si esprimano a favore di particolari provvedimenti che si possono configurare come cavalli di Troia, come preludio di legislazioni immorali, anti etiche ed irragionevoli quindi foriera di mostri(il sonno della ragione produce mostri) mentre vengono presi da sacro furore per fermare una ricerca più “sicura”, di meno troiana memoria, come quella sugli OGM.

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