la Rubyca

Se sulla giustizia stai con Berlusconi o sei intimidito o sei sputtanato

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Se ad essere sospettati di intelligenza col nemico sono "compagni che sbagliano", l'avviso ai naviganti a cambiare rotta e rimettersi in riga arriva sotto forma di avvertimenti. "Pizzini", li chiamano in altri gerghi e differenti contesti. E talvolta funzionano. Quando invece il bersaglio è già collocato sul fronte avversario, si passa al character assassination: più semplicemente, allo sputtanamento. Ci fosse ancora una puntata di "Vieni via con me", Roberto Saviano potrebbe proficuamente dedicarla a questa singolare "macchina del fango" messa in moto attorno al Cav., al dibattito sulla giustizia, al caso Ruby e dintorni.

In principio fu Guido Calvi, avvocato di grande fama e riconosciuta correttezza, già senatore degli allora Ds, difficilmente arruolabile fra i giustizialisti e anzi da sempre considerato autorevole interlocutore sul fronte garantista. Eletto su indicazione del Partito democratico fra i laici del Csm, dopo otto mesi di permanenza a Palazzo dei Marescialli Calvi ha "osato" rilasciare un'intervista molto dura sull'abuso delle intercettazioni telefoniche e sulla loro indebita divulgazione, proprio nei giorni in cui sui giornaloni impazzavano gli sms senza risposta di Sara Tommasi. Apriti cielo. Il giorno appresso Marco Travaglio montava sul Fatto Quotidiano il "caso Calvi", con grande evidenza e senza esclusione di colpi. Obiettivo: sfregiare l'immagine del penalista (definito più volte e con palpabile disprezzo “l'avvocato di D'Alema”), anche grazie alla materia prima copiosamente fornita dalle mailing list dei magistrati decisi a sollecitare ai colleghi togati del Csm una reprimenda contro la "scheggia impazzita". Il messaggio al destinatario è arrivato forte e chiaro: pochi giorni dopo, alla prima avvisaglia di burrasca scatenata da un'intervista collettiva dei laici designati dal PdL (che peraltro avevano pubblicamente sottoscritto le sue esternazioni), Calvi s'è buttato a pesce. Raccolte di firme interne, interventi nel plenum, dichiarazioni alle agenzie: conoscendo per chiara fama la sobrietà dell'uomo e la solidità dei suoi convincimenti, si può solo immaginare di fronte a quale "plotone d'esecuzione" abbia dovuto riconquistare la verginità.

Poi è stata la volta di Luciano Violante. Considerato per anni, a torto o a ragione non sta a noi dirlo, il deus ex machina del partito delle Procure e il regista di tante trame italiane sull'asse Palermo-Milano negli anni della traumatica implosione della Prima Repubblica, da qualche tempo l'ex magistrato del Pci-Pds-Pd ed ex presidente della discussa Commissione Antimafia negli anni dell'arresto di Vito Ciancimino e dei pentiti del processo Andreotti sembrava aver cambiato pelle. Dure reprimende all'indirizzo delle toghe, abiure più o meno velate di un passato da revisionare, iniziative bipartisan all'insegna del garantismo, significative aperture di sistema a riforme-bandiera in tema di giustizia che per quelli come lui avevano sempre rappresentato qualcosa di assai peggio di una bestemmia.

I soliti maligni negli anni addietro avevano pensato che all'origine della folgorazione di Violante sulla via del garantismo ci fosse null'altro che una prosaica ambizione ad un seggio in Corte Costituzionale. I fatti hanno smentito. Altri più sofisticati esegeti del Violante-pensiero avevano scorto nella sua vistosa piroetta l'espressione più pura dell'ortodossia staliniana. Della serie: se perdo il controllo delle toghe, allora meglio annientarle. Altri ancora, e non pochi, gli avevano sinceramente creduto e avevano avviato con lui un percorso di dialogo che, verosimilmente, avrebbe dovuto vivere proprio sulla riforma della giustizia e su temi di una certa profondità storico-istituzionale come il ripristino dell'immunità parlamentare il momento di massima espansione. Luciano, insomma, avrebbe dovuto rappresentare per i garantisti del centrodestra la bandiera vivente del “cambiare si può”.

Pochi giorni prima della presentazione della riforma Alfano, invece, ecco la doccia fredda (per chi ci aveva creduto). Violante si concede ai taccuini e in due interviste concomitanti chiude di fatto la porta a ogni possibile interlocuzione sulla giustizia: questo dialogo non s'ha da fare, parlarne è perdere tempo, e con questa riforma (che ancora neppure conosceva) si torna ai tempi di Piazza Fontana. Una decisa inversione di marcia (la seconda). Certamente brusca, ma non del tutto inattesa per chi si era accorto di un articolo comparso pochi giorni prima fra le pieghe delle cronache di Repubblica. Oggetto, un rapporto dello Sco (il Servizio centrale operativo della Polizia) che nel lontano 1993 aveva messo in guardia sul tentativo della mafia di avviare una trattativa e giungere a patti con le istituzioni dello Stato e in questo quadro collocava la strategia terroristica di Cosa Nostra. Sostiene Repubblica che questo documento fu inviato in tempo reale alla Commissione parlamentare Antimafia nei cui cassetti sarebbe rimasto chiuso a chiave fino ad ora. Immediate sono partite precisazioni e smentite (Violante in primis), ma chi sa quanto l'allora presidente della Commissione Antimafia sia sensibile al tema (per via di certe concomitanze ancora da approfondire) non ha avuto difficoltà a leggere il messaggio che attraverso la riesumazione di quel documento si è voluto probabilmente far passare: attento Violante, che chi di trattativa (col Cav.) ferisce di altre "trattative" potrebbe perire. Sarà roba da dietrologi, ma sta di fatto che il “contrordine, compagni!” è giunto puntuale. Di lì a qualche manciata di ore la linea del dialogo con Luciano Violante si è bruscamente e unilateralmente interrotta a mezzo stampa.

Serrare le fila e raddrizzare gli "eretici", pero', potrebbe non bastare. Tentare anche di fiaccare il campo avversario attraverso qualche sputtanamento ben mirato vale sempre la pena! Ecco allora fuoriuscire dagli antri della Procura di Milano e piombare dritto dritto sulle colonne del Corriere della Sera il riepilogo dei movimenti su uno dei conti correnti di Berlusconi. I soliti regali alle ospiti di Arcore, una scorta di cravatte, il regalo di nozze alla segretaria, qualche manutenzione immobiliare: notizie zero, solo una ennesima clamorosa violazione della privacy. Tuttavia l'attenzione dei segugi inviati speciali nel Palazzo di Giustizia meneghino si appunta, con tanto di foto piazzata vistosamente in pagina, su 24mila euro e poco più transitati dal deposito bancario del Cav. al conto dell'avvocato professore Nicolò Zanon. Il fatto viene presentato con un certo clamore: Zanon e' infatti membro laico del Csm espresso dal PdL, e l'evocazione di un pregresso passaggio di denaro, se letterariamente ben costruita, può suonare suggestiva. Se non fosse che qualche capoverso più in basso gli stessi articolisti, interpellato il diretto interessato, svelano l'arcano: quei 24mila euro non erano altro che il compenso per un parere pro veritate emesso in precedenza dall'avvocato Zanon e regolarmente fatturato.

Il "caso" è dunque chiuso, ma il fatto è che non avrebbe mai dovuto essere aperto. Non fosse altro che per una questione di logica: poiché infatti l'elezione al Csm per i membri laici è riservata ai soli docenti universitari di materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di attività, sarebbe singolare e piuttosto incongruente stupirsi di trovare sui conti correnti pregressi dei suddetti laici il pagamento di parcelle legali (sarebbe lecito insospettirsi se al contrario avessero fornito prestazioni professionali gratuite!). A meno di non pensare che dare un parere pro veritate a Berlusconi sia un'indegnità, che il diritto costituzionale alla difesa non valga per i politici del centrodestra, o a meno di non voler credere che nel registro delle fatture degli avvocati eletti nel corso degli anni al Csm o in altri organi di rango costituzionale su indicazione dei partiti della sinistra non compaiano clienti politicamente impegnati. L'intemerata di Travaglio contro Guido Calvi "avvocato di D'Alema" basta già da sé a smentire l'assunto e ad archiviare la questione Zanon. Intanto, però, il "mirino" è puntato e il ventilatore azionato a pieni giri. Destra e sinistra, sono tutti avvisati: riformare la giustizia in Italia è reato.

 

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2 COMMENTS

  1. La giustizia.
    Se in Italia fra i “duri e puri” che si oppongono alla modifica della Giustizia si annoverano gente come:A) Di Pietro che da magistrato si faceva prestare i soldi da un suo inquisito, B) Leoluca Orlando che ebbe il coraggio, se si puo’ usare questa parola, di criticare Falcone ma non solo anche di insultarlo, c) Travaglio che e’ uno aduso a frequentare i tribunali in veste di inquisito, D)una serie infinita di ex magistrati” rossi che piu’ non si puo” che si sono riciclati in politica E)tutta una serie di politicanti di mestiere fin da quando avevano i calzoni corti, vedi D’Alema, Veltroni, e tutti gli aderenti al PCI che si sono salvati insieme al loro partito solo per gli inciuci e i rapporti strettissimi che avevano con i magistrati, di che ci stupiamo? La modifica della giustizia, scritta con la g minuscola per scelta vista anche l’ultima sulla casa di Montecarlo, in questo paese non si fara’ mai e la politica rimarra’ sempre ostaggio della magistratura. Purtroppo insieme alla politica e ai suoi politicanti, chiaramente di centro destra, in balia di certi personaggi rimarranno anche gli italiani. Per fortuna fra qualche mese me ne vado, con la morte nel cuore ma me ne vado. Alvaro.

  2. Beh, ma si sa, berlusconi
    Beh, ma si sa, berlusconi non è nè timido nè intimidito, in compenso le “s-PUTTANate” gli piacciono parecchio!

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