Se uno ha la Ferrari o lo yacht ma risulta nullatenente, qualcosa non va

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Se uno ha la Ferrari o lo yacht ma risulta nullatenente, qualcosa non va

10 Febbraio 2009

Crisi economica e attività di contrasto all’evasione fiscale sono necessariamente connesse. Vista l’entità delle imposte evase, calcolate da un recente studio in circa 126 miliardi di Euro, il livello di attenzione nella lotta all’evasione fiscale non può del resto certo essere abbassato.Può però essere cambiata la politica fiscale sottesa alla doverosa azione di contrasto. Non è dunque un caso che la recente strategia dell’Erario sia molto cambiata rispetto alla precedente impostazione, in voga in particolare durante il governo Prodi.

Mentre è ormai all’ordine del giorno l’attenuazione e la revisione degli studi di settore e si è comunque modificato l’approccio generale nei confronti la piccola e media impresa (vedi anche la nuova disciplina delle spese di rappresentanza), dall’altro lato viene invece previsto un incremento dei controlli nei confronti delle imprese di grandi dimensioni (basti pensare del resto che una big company su tre chiude il bilancio in perdita e quindi non paga tasse) e vengono privilegiati strumenti di contrasto alla “vera” evasione, come il redditometro e le verifiche di controllo sul fenomeno dell’esterovestizione e dei fittizi enti associativi e circoli privati.

In tempi di crisi, del resto, strumenti di accertamento sintetico, come appunto il redditometro, sono particolarmente appropriati.

Quando infatti l’economia rallenta, il possesso di beni di lusso e l’ostentazione di tenori di vita al di sopra delle proprie (dichiarate) capacità di reddito diventa fenomeno particolarmente evidente. Il DL 112/08 ha quindi specificato che oggetto di controllo dovranno essere prima di tutto quei contribuenti che, pur in presenza di elementi indicativi di capacità contributiva, non hanno evidenziato nella propria dichiarazione dei redditi alcun debito di imposta.

Insomma, se uno ha la Ferrari o lo yacht e però per il Fisco risulta nullatenente, c’è qualcosa che non torna.

Quindi, mentre nella precedente impostazione si preferiva “sparare nel mucchio”, tramite, per esempio, l’uso indiscriminato di strumenti meramente presuntivi di accertamento come gli studi di settore (nella direzione di una vera e propria “catastizzazione” del reddito, probabilmente contraria anche al principio di capacità contributiva di cui all’art. 53 della Costituzione), ora si preferisce contrastare quella che, come detto, potremmo definire la “vera” evasione fiscale, in un’azione che potrebbe anche avere, finalmente, l’appoggio della maggioranza dell’opinione pubblica, sempre in passato invece sospettosa verso azioni di contrasto di cui, alla fine, chiunque poteva essere vittima. Dunque contrasto alla “vera” evasione fiscale.

Come per esempio anche quella realizzata da quelle palestre (con, magari, tanto di sauna, pesi e macchinari) fatte passare (oltretutto a scapito dei concorrenti) per Onlus di beneficenza; o quei “circoli culturali” al cui interno è però possibile mangiare e bere come in un qualsiasi ristorante, con tanto di menù e magari anche sito internet che come tale lo pubblicizza.

E la lista delle attività camuffate da soggetti del terzo settore (attività tutte peraltro accomunate dal non essere soggette alle imposte sui redditi e in molti casi dall’essere anche esentate dall’IVA) potrebbe continuare a lungo, a discapito e discredito, oltretutto, di tutti quei soggetti che invece, davvero, svolgono meritoria azione di volontariato, promozione sociale, culturale etc.

Infine, altro elemento di novità è costituito dal fatto che, per quanto riguarda le cosiddette big company, le relative competenze in materia di accertamento e contenzioso passano ora dagli Uffici locali alle Direzioni Regionali dell’Agenzia delle Entrate.

L’art. 27, commi da 9 a 15 del decreto legge 29 novembre 2008, n. 185 (e i successivi provvedimenti di attuazione), per quanto anche sopra evidenziato in termini di criticità di tali tipi di soggetti (in particolare sotto il profilo della più agevole possibilità di sfruttare i meccanismi dei paradisi fiscali o di praticare politiche di trasnsfer pricing o elusive), ha infatti individuato nei cosiddetti “grandi contribuenti” (cioè quei contribuenti che presentano un volume d’affari, ricavi o compensi non inferiore a 100 milioni di euro) un livello di “attenzione” che richiede quindi un particolare impegno, sia in termini di monitoraggio che di controllo (che diventa ora praticamente continuo). Questo naturalmente non vuol dire che tutti gli altri soggetti abbiano una qualche licenza di evadere; tutt’altro.

Vuol dire però che, come tutte le aziende che si rispettino, anche il Fisco ragiona ormai in termini di efficacia ed efficienza, con dunque razionalizzazione dell’uso delle risorse (sempre poche rispetto ai milioni di contribuenti da controllare) e degli obiettivi da perseguire.