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Se valesse il merito e non la laurea l’Italia sarebbe un paese migliore

Da un anno a questa parte oltre a essere sbandierata come questione fulcro, l’Istruzione riempie anche le pagine dei giornali e la meritocrazia è diventata quasi patrimonio comune della mentalità italica da seconda repubblica, la quale tra i tanti propositi aveva quello di coniugare proprio la Scuola e il merito usando la leva dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, che nulla ha a che fare con il valore “reale”.

La legge 133 sui tagli che hanno colpito anche l'Istruzione e le proposte del ministro Gelmini sono state nell’opinione pubblica italiana come un maremoto. L’ “onda” non è stata solo immaginaria e ora è da vedere se gli effetti saranno anche reali. Tra i tanti propositi ci sono quelli che riguardano la meritocrazia: un freno agli scatti di anzianità, incentivi a non cooptare i candidati interni e valutazione. 

Con Hayek però sappiamo che anche le buone intenzioni hanno esiti inintenzionali e a volte addirittura non voluti. Simili aggiustamenti tecnici con valutazioni dall’alto fanno dubitare i logici della domanda e dell’offerta. Il timore è che, nonostante tutto, il valore legale del titolo di studio attribuito egalitariamente a tutti i “pezzi di carta” fornisca, a chi vuole entrare nell’Amministrazione pubblica e negli Ordini professionali, un infinito incentivo ad ottenerlo nel modo più efficiente possibile: nell’università più facile e meno pretenziosa.  I professori non preparati o non propriamente stacanovisti continueranno così a vedersi premiati da aule piene in barba agli ingranaggi artificiali meritocratici.

In realtà l’incentivo al merito non è qualcosa da creare e inserire nel sistema, ma da scoperchiare e far venire a galla. Esisterebbe se non si livellassero davanti alla legge tante lauree ottenute con docenti, competenze e meriti diversi. Che incentivo si può mai creare a correre più velocemente se poi vengono date medaglie tutte uguali ben spendibili nell’amministrazione pubblica e nelle libere professioni regolate dagli Ordini professionali?

Il ministro dell’Istruzione si è espressa in favore di una tale modifica, affermando che ''l'abolizione del valore legale può essere un azzardo ma è stato comunque inserito nelle linee guida. Forse il sistema può non essere maturo e quindi non sarà il primo punto da affrontare, ma è un punto di arrivo''.

Il punto però potrebbe essere il contrario: se non è il punto di partenza, non ci sarà nessun reale incentivo al merito. È invece un sistema assolto dai naturali incentivi e disincentivi che deve affidarsi alla buona volontà dei singoli operatori e alla loro maturità.

Ora, il ministro Brunetta si è recentemente espresso con forza su questo tema e anche Sacconi sembra da tempo così orientato. I due potrebbero riaprire il dibattito o addirittura fare da sé eliminandone gran parte degli effetti. Potrebbero infatti prevedere che per l’accesso e la carriera nella Pubblica Amministrazione i titoli di studio non abbiano più nessun valore “necessario e cogente” e che per gli Ordini professionali non sia più un requisito imprescindibile ma che in ogni titolo “bisogna guardarci dentro”, osservare quali esami e competenze specifiche si siano ottenuti, con quali professori ecc., per rivalutare l’Istruzione per il suo immenso valore effettivo e non solo formale.

 

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2 COMMENTS

  1. Giudicare il merito in base ai professori è una castroneria
    E’ assurda questa cosa che se uno si Laurea alla Bocconi è più bravo di uno laureato a Reggio Calabria, purtroppo anche in buona fede si possono affermare enormi sciochezze.
    La qualità e capacità delle persone la si giudica da ben altro e non da quali professori ha avuto, un simile pensiero non solo non è degno di un governo liberale, ma è allo stesso tempo la morte dell’istruzione pubblica. Se avessero giudicato Eintein in base ai suo docenti, sarebbe stato classificato un emerito asino.
    Sinceramente non ci siamo, chi vuole mettere mano a certi meccanismi prima si deve interrogare se ha le capacità per intervenire, altrimenti lasci perdere, di praticoni in Italia ce ne stanno già abbastanza.
    Il valore legale del titolo di studio non va abolito, vale già poco, se lo eliminiamo siamo proprio alla frutta, esso va incrementato attraverso altri strumenti, quali ad esempio esami facoltativi di qualificazione e valutazione professionale, da tenersi a livello regionale o macroregionale, in cui oltre alle prove individuali venga valutata anche l’attività professionale svolta, chiaramente soltanto quella ampiamente documentata e pubblica, le commissioni esaminatrici devono essere composte da persone ritenute valide almeno a livello nazionale se internazionale ancora meglio.

  2. Meno forma e più sostanza
    Articolo interessante e condivisibilissimo, ad eccezione della parte finale. Non c’è alcun dubbio: l’abolizione del valore legale del titolo di studio non è da considerare un punto di arrivo, ma di partenza. Se non si interviene subito su questo l’Italia continuerà ad essere il miserabile Paese che è, dove si viene assunti e si resta attaccati al proprio posto di lavoro non per i meriti e le capacità, ma per aver conseguito un pezzo di carta e per aver collezionato un certo numero di “punti”, nonché per raccomandazioni, “segnalazioni” ed altre porcherie sulle quali preferisco tacere. Devo dire, però, che non condivido affatto l’idea che i criteri meritocratici siano da ravvisare nei docenti che uno studente ha avuto o semplicemente nell’università, scuola, accademia o conservatorio dove si è studiato. Una cosa del genere non cambierebbe, in sostanza, un bel niente. Benché abolito il valore legale del titolo, infatti, emergerebbe un altro tipo di “formalismo”, forse peggiore: valutare le persone sulla base dell’ateneo, della scuola, dei docenti o dei voti degli esami o del voto di laurea. Roba da matti! Un formalismo al posto di un altro formalismo. La vera riforma, invece, dovrebbe consistere nel valutare CONCRETAMENTE le capacità acquisite dai candidati da assumere. Ma per fare questo occorre introdurre quanto prima il concetto di RESPONSABILITA’ PERSONALE di chi occupa posti dirigenziali e/o di tutti coloro che devono scegliere e selezionare i candidati. Ma, soprattutto, occorre che dirigenti e componenti di commissioni siano essi stessi COMPETENTI; cosa possibile solo se la politica, le amministrazioni locali e le lobbies faranno un passo indietro (dato che politici, amministratori e lobbisti non fanno che piazzare somari, incompetenti e ciarlatani di ogni sorta). In sostanza: meno forma e più sostanza; dunque, più CONCRETEZZA e RESPONSABILITA’ PERSONALE e meno formalismo. In caso contrario prepariamoci al naufragio.

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