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Segò o Sarkò la Francia in Medio Oriente non sarà la stessa

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Nella combattuta campagna presidenziale francese, il tema internazionale più importante e controverso è stata la politica mediorientale della Francia. A seconda del risultato, le elezioni potrebbero determinare il primo grande cambiamento  in questo campo nell’arco degli ultimi trent’anni. Sia Nicolas Sarkozy che Ségolène Royal, i candidati del centro destra e dei Socialisti, hanno promesso grandi mutamenti nell’atteggiamento francese verso la questione iraniana, libanese e israelo-palestinese.  Il modello a cui si oppongono è quello dell’attuale Presidente Jacques Chirac, che per 12 anni – seguendo il sentiero tracciato dai suoi predecessori fino a Charles de Gaulle – si è alleato con dittatori arabi del calibro di Yasir Arafat e Saddam Hussein. Facendo della Francia lo stato occidentale preferito dagli arabi, Chirac e altri gaullisti hanno tentato di creare un allineamento  per contrastare la primazia degli Stati  Uniti, decisamente malvista all’interno della repubblica francese.

In molti, però, sostengono che questa strategia abbia portato pochi benefici alla Francia, sia in modo diretto che in termini di credibilità come potenza mondiale. Ci sono molte contraddizioni. La politica francese, ad esempio, cerca di proteggere il Libano ma, allo stesso tempo, si rifiuta di riconoscere Hezbollah come un’organizzazione terroristica. Lo scorso gennaio, inoltre, Chirac ha dichiarato che il possesso iraniano di bombe nucleari “non sarebbe così pericoloso”, ribaltando le precedenti posizioni ufficiali.

I due principali quotidiani francesi, Le Figaro e Le Monde,  hanno messo in luce questo dibattito con le recensioni di un nuovo libro, intitolato Chirac d’Arabia: i miraggi della politica francese, di Éric Aeschimann e Christophe Boltanski, due giornalisti della testata di sinistra Libération. Gli autori sottolineano gli errori francesi con particolare riferimento alla questione palestinese, considerata da Chirac solo dal punto di vista di Yasser Arafat.

I due autori documentano anche la stretta relazione personale tra  Chirac, allora primo ministro, e il dittatore iracheno Saddam Hussein a metà anni ’70, quando Chirac ricevette da Baghdad finanziamenti sostanziali per il suo partito in cambio del supporto francese al programma nucleare iracheno. A quell’epoca Chirac sostenne: “Saddam  sarà il De Gaulle del Medioriente”. Lo stesso vale per i legami di Chirac col dittatore libico Muhammar Gheddafi durante gli anni ’80. Nonostante questo, ironicamente, quando di recente la Libia ha cercato di rompere l’isolamento internazionale, non si è rivolta alla Francia, bensì a Stati Uniti e Gran Bretagna.

Per i possibili successori di Chirac, sia di destra che di sinistra, e per ampi settori dello spettro politico francese, il largo consenso sulla storica politica mediorientale del paese si sta sgretolando. I candidati si sono dissociati in fretta dalla linea di Chirac su Siria, Iran, Israele e Palestina.

In ambito socialista, Ségolène Royal ha adottato una posizione molto dura contro il programma iraniano di armamento nucleare. All’Iran – ha dichiarato – dovrebbe essere negato perfino il controllo di energia nucleare, perché potrebbe essere una copertura per la produzione di armi. Secondo la sua analisi, “la prospettiva di un Iran equipaggiato col nucleare non è accettabile” poiché darebbe “accesso a questa potenza … ad un governo il cui presidente minaccia l’esistenza dello stato di Israele”.

Sul problema israelo-palestinese, la Royale si è dissociata dall’orientamento pro-palestinese. Esprimendo preoccupazione per la sicurezza di Israele, si è dichiarata favorevole alla barriera difensiva, così disprezzata dalle autorità francesi.

Sarkozy, l’attuale candidato gaullista, ha adottato una posizione strategicamente opposta alla visione di Chirac sul Medio Oriente. Preferisce una stretta cooperazione con gli Stati Uniti rispetto ad un’alleanza con il mondo arabo, volta, per alcuni versi, contro l’America.

Riguardo Israele, Sarkozy ha promesso una politica francese più bilanciata. Lo scorso marzo, ad esempio, ha dichiarato che i rappresentanti francesi  devono essere capaci di “far presenti alcune verità ai nostri amici arabi, ad esempio… che il diritto di Israele ad esistere e vivere in sicurezza non è negoziabile, e che il terrorismo è il loro vero nemico”. Si è anche detto pronto a difendere “l’integrità del Libano”, incluso il disarmo di Hezbollah.

Per quanto riguarda il candidato centrista François Bayrou, ormai fuori dai giochi ma pur sempre influente, ha dichiarato che, pur rimanendo fedele ad una concezione degli affari internazionali realista ed orientata alla potenza, spera anche di “stabilire una politica estera francese incentrata sul diritto alla democrazia. Nessuna dittatura è accettabile, anche se, a breve termine, sembra a favore degli interessi nazionali” della Francia.

Bisogna sottolineare che non c’è alcun tentativo di attrarre il “voto ebraico” in queste dichiarazioni. Gli elettori musulmani superano ampiamente quelli ebrei. C’è piuttosto una genuina consapevolezza che la politica francese non ha funzionato  e che ha danneggiato sia gli interessi che le ambizioni francesi.

Questa sfida alla storica politica francese filo-araba potrebbe condurre ad una nuova visione per il Medio Oriente. Con questo approccio alternativo, la Francia potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella difesa dell’indipendenza del Libano, nel contenimento della  minaccia iraniana, nel combattere il terrorismo, costruire una salda relazione con Israele, assumere una posizione veramente centrale negli sforzi di peacemaking, ed addirittura nella cooperazione con gli Stati Uniti.

Con la politica verso  il Medio Oriente c’è la possibilità di una vera rivoluzione francese.

Stéphanie Lévy è ricercatrice al centro Global Research in International Affairs (GLORIA). In precedenza ha lavorato per il Ministero Francese della difesa.   

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