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Ségolène: Le ragioni di una vittoria

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Sarebbe molto ingenuo credere che Ségolène Royal abbia ottenuto una vittoria cosi schiacciante (60,7%) alle primarie del Partito Socialista grazie all’elemento che alcuni giornali e telegiornali italiani presentano, invece, come fondamentale: l’essere donna. Le ragioni della vittoria devono essere ricercate altrove.

In primo luogo, alcuni elementi strutturali hanno favorito Royal. “Ségo” possiede una rete efficiente di contatti con la società (in particolare attraverso il sito e le associazioni Désir d’avenir). Inoltre, l’apparato del partito, in gran maggioranza, si è schierato per lei, compagna e madre dei quattro figli del Segretario del PS, François Hollande. Il quale, dietro una finta neutralità, ha sostenuto sin dall’inizio la candidatura di Royal: dopo aver rivendicato un ruolo d’arbitro, all’inizio della campagna interna salutò la prestazione della sua compagna come una candidatura che “si era incontestabilmente insediata”. Non a caso, Ségolène ha registrato i migliori risultati (più dell’80% dei voti) nei dipartimenti di cui lei e il compagno sono deputati, Deux-Sèvres e Corrèze. Accanto a Hollande, l’hanno sostenuta anche i principali elementi dell’apparato (il numero due del PS, il portavoce, i presidenti dei gruppi parlamentari, più della metà delle federazioni, tra le quali le quattro principali). A questo il fatto si deve aggiungere la considerazione che ben un terzo dei votanti si sono iscritti assai recentemente (dal 2005). Nell’ignoranza del profilo socio-politico di questi nuovi aderenti, dovuto anche al sistema di iscrizione economico via internet, sorge il dubbio che il loro voto abbia giocato a favore di Ségolène.

In secondo luogo, non si deve sottovalutare il “fantasma” del 2002, quando Jospin non passò al secondo turno delle elezioni presidenziali. Ieri sera, all’uscita dalle urne, molti militanti hanno affermato di preferire Dominique Strauss-Kahn, il candidato dell’ala social-democratica del partito, ma di aver votato per Ségolène perché è la candidata che secondo loro avrà più chance di vincere la corsa all’Eliseo e al fine di evitare di mostrare un partito lacerato da querelle interne. Il voto è dunque stato anche un voto “utile”.

In terzo luogo, il fatto stesso di aver organizzato le primarie in questo modo è rivelatore di un dato che non deve essere sottovalutato: la grande difficoltà del socialismo francese ad esprimere una leadership. Non a caso, benché il principio delle primarie sia stato inserito negli statuti del PS sin dal 1994, nelle due edizioni precedenti (1995 e 2001), la competizione era passata abbastanza inosservata e, in entrambi i casi, Jospin si era imposto senza grandi difficoltà. Dopo il suo ritiro inaspettato all’indomani della clamorosa sconfitta del 2002, nessun altro leader è riuscito ad imporsi alla maggioranza di un partito in crisi di identità. Questo “vuoto” ha permesso ad una donna, che non ha costruito la sua candidatura con un percorso classico all’interno del partito (non vi ha mai ricoperto cariche di rilievo), che ha un’esperienza di governo discreta ma non eccezionale (è stata deputata, ministro dell’ambiente dal 1992 al 1993, ministro delegato dal 1997 al 2002 all’Istruzione pubblica e alla Famiglia), e che non presentava idee sino a quel momento molto condivise (rivendica una vicinanza con il blairismo), di presentarsi come candidato credibile.

Infine, non si può negare che la sua ascesa (spingendo il partito ad accettare e rivendicare delle posizioni di un socialismo di destra) e la sua candidatura non rappresentino una novità per un partito abituato a temere più di ogni altra cosa di lasciare spazi politici aperti alla sua sinistra e di scostarsi dal “politicamente corretto” del socialismo francese, che utilizza toni massimalisti per nascondere spesso posizioni più moderate (il buon risultato raggiunto da Strauss-Kahn, all’americana DSK, conferma, del resto, quest’evoluzione del PS). Proprio i dibattiti televisivi della campagna per le primarie hanno mostrato una candidata che non sembra possedere la visione globale della politica necessaria ad un buon capo di stato, che è a suo agio più sulle questioni dei diritti civili che su quelle economico-sociali o di politica estera. Inoltre, i sondaggi svolti all’indomani dei dibattiti presso i simpatizzanti (e non militanti), hanno evidenziato perdite di consensi di Ségo a favore innanzitutto di DSK. Ciò induce a relativizzare l’importanza delle idee nella scelta fatta dai militanti. Più delle idee, i fattori più tangibili della sua vittoria sono il suo stile, la sua libertà di tono e l’immagine del rinnovamento che ha portato con se rispetto a due candidati che da tempo calcano le scene del PS e della politica francesi.

Col senno del poi, si potrebbe anche dire che queste primarie sono state una messa in scena volta a rafforzare una candidatura già decisa. In realtà, in parte un vero dibattito c’è stato e l’impegno degli altri due candidati nonché la loro delusione di fronte ai risultati ne sono la testimonianza. Tuttavia, ben prima dello svolgimento delle primarie il PS aveva già stabilito il proprio programma: oltre al fatto che, al di là delle novità introdotte da questa scelta cosi mediatizzata della candidatura socialista, molti retaggi della vecchia cultura socialista sono rimasti tra le righe di questo, l’aver fissato in precedenza i punti programmatici ai quali il candidato socialista dovrà attenersi attenua di molto il significato delle primarie e l’evoluzione del PS in un “partito del presidente”.

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