Senza Israele l’Occidente è perduto

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Senza Israele l’Occidente è perduto

29 Luglio 2010

Da ormai troppo tempo, in Europa è diventato fuori moda pronunciarsi a favore di Israele. All’indomani dell’incidente a bordo della nave colma di attivisti anti-israeliani che si trovava nel Mediterraneo, è davvero difficile immaginare una causa più impopolare da difendere.

In un mondo ideale, l’assalto dei commando israeliani alla Mavi Marmara non si sarebbe concluso con nove morti e una ventina di feriti. In un mondo ideale, infatti, i soldati sarebbero stati accolti pacificamente sulla nave. In un mondo ideale, nessun Paese, tantomeno un recente alleato di Israele qual è la Turchia, avrebbe sponsorizzato e organizzato una flotilla il cui unico scopo era creare una situazione impossibile per Israele: cioè metterlo nella condizione di dover scegliere tra la rinuncia della sua politica di sicurezza e del blocco navale, o il rischio di far scoppiare l’ira del mondo intero.

Dobbiamo cancellare la rossa foschia di rabbia che troppo spesso  appanna il nostro giudizio quando abbiamo a che fare con Israele. Un approccio ragionevole e bilanciato dovrebbe inglobare le seguenti realtà: innanzitutto, lo Stato d’Israele è stato creato con una decisione delle Nazioni Unite. Di conseguenza, la sua legittimità non dovrebbe neppure essere messa in discussione. Israele è una nazione con delle istituzioni fortemente democratiche. E’ una società dinamica e aperta che da sempre eccelle in ambito culturale, scientifico e tecnologico.

In secondo luogo, Israele è una nazione pienamente occidentale per via delle sue radici, storia e valori. Infatti, è uno Stato occidentale normale che deve gestire una situazione anormale. Unica nell’Occidente, è la sola democrazia la cui esistenza è stata messa in discussione sin dalla sua nascita. All’inizio venne attaccata dai suoi vicini con armi da guerra convenzionali. Successivamente, si è trovata ad affrontare un terrorismo culminato con ondate di attacchi suicidi. Ora, per volontà degli islamisti radicali e dei loro simpatizzanti, si trova a dover fare i conti con una campagna di delegittimazione basata sul diritto internazionale e la diplomazia.

Sessantadue anni dopo la sua creazione, Israele continua a lottare per la sua sopravvivenza. Punita da missili che piovono da nord e da sud, minacciata dalla distruzione da parte di un Iran bramoso di acquisire armi nucleari, pressata da amici e nemici, a quanto pare Israele non ha mai avuto un attimo di pace. Per anni, il processo di pace tra israeliani e palestinesi è stato comprensibilmente al centro dell’attenzione occidentale. Ma se oggi Israele è in pericolo e l’intera regione sta scivolando verso un preoccupante futuro problematico, ciò non è dovuto ad una mancanza di comprensione tra le due parti su come risolvere il conflitto. Per quanto difficile possa sembrare per entrambe le parti dare la spinta finale verso una soluzione, i parametri di un qualunque accordo di pace futura sono chiari.

In realtà, le vere minacce per la stabilità regionale si trovano nella nascita di un islamismo radicale che vede la distruzione di Israele come la realizzazione del suo fine religioso e, contemporaneamente nel caso dell’Iran, come la concretizzazione delle sue ambizioni di egemonia regionale. Entrambi questi fenomeni sono una minaccia non solo per Israele ma anche per l’Occidente e il mondo intero.

Il problema principale sta nel modo ambiguo, e spesso erroneo, in cui troppi Paesi occidentali stanno reagendo a questa situazione. E’ facile incolpare Israele di tutti i mali del Medio Oriente. Qualcuno addirittura agisce e parla come se una nuova comprensione con il mondo musulmano si possa ottenere solo qualora siamo pronti a sacrificare sull’altare lo Stato Ebraico. E questo sarebbe una follia.

Israele è la nostra prima linea di difesa in una regione turbolenta, costantemente a rischio di finire nel caos; una regione vitale per la nostra sicurezza energetica a causa della nostra eccessiva dipendenza dal petrolio del Medio Oriente; una regione che è anche in prima linea nella lotta contro l’estremismo. Se Israele cade, cadiamo tutti. Difendere il diritto di Israele ad esistere in pace, entro confini sicuri, richiede un certo grado di chiarezza morale e strategica che troppo spesso sembra essere scomparso in Europa. Per di più, gli Stati Uniti mostrano a loro volta segnali preoccupanti nella stessa direzione.

L’Occidente sta attraversando un periodo di confusione su come sarà il mondo futuro. In gran parte, questa confusione è causata da una sorta di masochistico “dubbio autoindotto” sulla nostra identità; dalla regola del politicamente corretto; da un multiculturalismo che ci obbliga a genufletterci prima degli altri; e da un secolarismo che, ironia della sorte, ci rende ciechi anche quando ci troviamo di fronte a jihadisti che promuovono la più fanatica incarnazione della loro fede. Lasciare Israele al suo destino, proprio in questo momento, servirebbe meramente a dimostrare fino a che punto siamo affondati e quanto inesorabile sembra adesso il nostro declino.

Non possiamo permettere che questo accada. Motivato dalla necessità di ricostruire i nostri valori occidentali, esprimendo profonda preoccupazione per le continue aggressioni contro Israele, e ricordando che la forza di Israele è la nostra forza e la sua debolezza la nostra debolezza, ho deciso di promuovere una nuova iniziativa: “Friends of Israel”, grazie all’aiuto di persone di spicco: David Trimble, Andrew Roberts, John Bolton, Alejandro Toledo (ex presidente del Peru), Marcello Pera (filosofo ed ex presidente del Senato italiano), Fiamma Nirenstein (giornalista e politico italiano), il finanziere Robert Agostinelli e l’intellettuale cattolico George Weigel.

Non è nostra intenzione difendere alcuna politica specifica o un particolare governo israeliano. Gli sponsors di questa iniziativa sono talvolta in disaccordo con le decisioni adottate da Gerusalemme. Noi siamo democratici e crediamo nella diversità. Ciò che ci lega, tuttavia, è il nostro continuo sostegno al diritto di Israele di esistere e di difendersi. Per i Paesi occidentali che appoggiano gli Stati che mettono in dubbio la legittimità di Israele, per quelli che giocano negli organismi internazionali su questioni di vitale importanza per la sicurezza di Israele, per quelli che cercano di placare coloro che si oppongono ai valori occidentali piuttosto che difenderli con forza, per tutti questi Paesi il principale sbaglio non è solo un grave errore morale, ma un errore strategico colossale.

Israele è una parte fondamentale dell’Occidente e l’Occidente è tale grazie alle sue radici giudaico-cristiane. Se l’elemento ebraico di queste radici venisse eliminato e perdessimo Israele, allora anche tutti noi siamo perduti. Che ci piaccia o no, i nostri destini sono inestricabilmente intrecciati.

*José María Aznar è stato primo ministro spagnolo dal 1996 al 2004

Tratto dal The Times©

Traduzione di Fabrizia B. Maggi