Senza una cultura politica, il centrodestra fa il gioco di Conte (e della sinistra)

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Senza una cultura politica, il centrodestra fa il gioco di Conte (e della sinistra)

Senza una cultura politica, il centrodestra fa il gioco di Conte (e della sinistra)

22 Giugno 2020

Con una battuta potrebbe dirsi che la sinistra, soprattutto ma non solo in Italia, governa anche quando è all’opposizione. O, quanto meno, fa sì che la destra non riesca a far passare molte sue iniziative e a far sembrare accettabile la sua visione del mondo, la sua “narrazione” per così dire, neanche quando ha le redini politiche del comando. Con i termini “visone” e “narrazione” io qui intendo qualcosa di più che non l’intercettazione di un disagio e la presa in carica politica di esso. Sicuramente, la destra ha avuto il merito, ad inizio legislatura, di comprendere come la presenza di un’immigrazione clandestina, o comunque non controllata, non generasse negli italiani una “paura indotta” o “artificiale”, come vorrebbe la retorica di sinistra, ma qualcosa che viene a sbattere con la qualità stessa della loro vita, soprattutto in quelle periferie che la sinistra ormai più non frequenta. E Salvini è stato premiato dal consenso popolare per aver cavalcato con coerenza questa sua lungimirante intuizione. Eppure, un’idea non fa primavera. Soprattutto se le altre sembrano scelte casualmente, non organizzate in qualcosa di coerente e definito. E se, capita anche questo, sono a volte in contraddizione fra di loro: c’è un filo rosso, ad esempio, fra la cosiddetta “quota 100” e una cultura economica produttivistica e non assistenzialistica che pure dovrebbe essere nel Dna della nostra parte politica? Ciò che manca a destra è una cultura, una bussola che orienti e dia un senso, ovviamente flessibile, alle scelte da compiere. E quindi manca una classe dirigente propriamente detta, che non può ridursi alla conquista e al governo del consenso e ad agire d’istinto e rapsodicamente; e nemmeno solamente a proporre modelli di buona amministrazione. O quanto meno quella cultura c’è, ci sarebbe, sarebbe persino più coerente e al passo dei tempi di quella della sinistra, ma non trova espressione politica e resta confinata nel campo di intellettuali colti ma chiusi aristocraticamente, e anche narcisisticamente, nei propri studi e nelle proprie ossessioni, suscettibili e litigiosi quanto e più di quelli di sinistra. Quanto ai leader politici di destra, essi sono semplicemente disinteressati, o mostrano solo un interesse di maniera, alla cultura politica. Hanno in parte ragione perché la concretezza della politica rifugge dagli intellettualismi. Né, ovviamente, si vuole qui riproporre l’ideale illiberale dell’ “intellettuale organico”. Si vorrebbe, semplicemente, richiamare l’attenzione sul valore politico, direttamente politico, che una maggiore attenzione alle sintesi culturali potrebbe avere per quegli stessi leader. Sulla lunga distanza, che è poi quella su cui si costruisce il potere vero, quello cioè con una certa stabilità. Nelle società avanzate infatti le mentalità diffuse costituiscono una sorta di potere che determinano dispositivi di pensiero e tic e informano di sé la burocrazia, le scuole, l’università, l’editoria, persino l’intrattenimento, o come vediamo in questi giorni la magistratura. Un vero e proprio “muro di gomma” che blocca, a volte addirittura in partenza, le politiche di riforma in senso liberale e conservatore, cioè di destra, della nostra società. È perciò, a mio avviso, da accogliere senza indugi la proposta avanzata da Marcello Veneziani su “La Verità” e fatta subito propria sul blog di Nicola Porro dall’editore-intellettuale Francesco Giubilei, che, con la sua rete associazionistica giovanile e i suoi marchi editoriali potrebbe dare un supporto anche organizzativo non indifferente: indire degli “Stati Generali”, come Veneziani li chiama fra il serio e il faceto, chiamati, col contributo del mondo intellettuale “a mettere a fuoco una risposta organica, una compagine e una proposta alternativa di governo. Sarebbe anche un modo per uscire da un’atteggiamento semplicemente reattivo, ed anche rancoroso e stizzito, che la destra continua un po’ ad avere e che ormai appartiene a un’altra stagione politica. Ha ragione perciò da vendere, a mio avviso, Gaetano Quagliariello, che insiste da tempo sull’importanza della cultura politica, a invitare la destra a non restare ferma in un sovranismo astratto, e quindi ideologico, quando il contesto generale è ormai cambiato. E, aggiungerei, quote di sovranismo sono state assunte e fatte proprie, poco importa se in modo strumentale, anche da qualche esponente della nostra controparte politica.