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Serve una nuova sinergia positiva dell’azione politica

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Da un punto di vista storico Quagliariello ha ragione. Il governo rappresentativo nasce, tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, come il necessario complemento politico-costituzionale della incipiente modernità sociale. La libertà degli antichi era improponibile in società complesse, attraversate da una crescente divisione del lavoro e da una necessaria specializzazione delle funzioni. Tuttavia non bisognava incoraggiare l’egoismo privatistico, ma creare una interazione positiva tra gli interessi privati e la conduzioni degli affari pubblici. Da qui l’idea delle istituzioni elettive come tramite per selezionare le migliori energie della società, altrimenti disperse su una grande estensione territoriale. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e tante cose sono mutate (dal ruolo dei partiti a quello dei parlamenti). Resta però sempre vero il fatto che le democrazie in buona salute sono quelle che assicurano un collegamento trasparente tra voto popolare e governo. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, dalla Spagna, alla Francia, per tacere della Gran Bretagna. La stessa Germania non è in controtendenza. Le ultime elezioni (complice un sistema elettorale non sufficientemente selettivo) hanno visto un risultato insolito un  pareggio tra la destra e la sinistra, risolto con una misura eccezionale: il varo di un governo di grande coalizione. Anche in Italia alle ultime elezioni (e anche qui a ragione di un cattivo sistema elettorale) si è avuto un sostanziale pareggio. Da noi, però, sfumata quasi subito la prospettiva di un governo di unità nazionale, il centro-sinistra ha voluto fare da solo.

Da un punto di vista sistemico poteva essere una buona occasione: governando con il 50,006% la sinistra avrebbe seppellito per sempre il mito di Berlinguer e delle grandi maggioranze. Purtroppo, però, la coalizione di governo ha cominciato a ben presto a mostrare la corda. Si è creata una sorta di sinergia negativa tra il premier e le parti riformiste dello schieramento di governo. Inevitabili perciò gli affanni del Prodi due sempre sotto il ricatto dei partiti massimalisti della coalizione. Il fenomeno ha assunto proporzioni macroscopiche nel processo che dovrebbe portare alla creazione del partito democratico. La formazione del nuovo partito potrebbe essere (oggettivamente  si sarebbe detto una volta) un elemento importante di razionalizzazione del sistema politico. Invece, sono cominciati i ricatti e le manovre sottobanco. Uno fenomeno non dissimile, semmai amplificato, da quanto avvenne una decina di anni addietro all’epoca della bicamerale. Anziché svolgere il proprio lavoro in modo distinto ma convergente, si creò all’epoca una sorta di concorrenza impropria tra il premier e D’Alema. Fatto che contribuì all’affossamento dell’unico tentativo di arrivare a una soluzione condivisa della transizione italiana. Adesso lo spettacolo si ripete in peggio. Così il tormentone sulla leadership del nuovo partito è diventato la tarte à la creme del pollaio politico italiano.

Personalmente, e qui nel giudizio politico contingente dissento da Quagliariello, penso che il ricorso alle primarie (anche se non formalizzate per legge) per nominare il leader del nuovo partito sia comunque meglio che niente. Basti pensare che il segretario del Pci si sceglieva con una procedura del tutto impermeabile al voto dell’opinione o dei simpatizzanti. Era il presidente della commissione centrale di controllo che raccoglieva singolarmente i pareri dei componenti della direzione. In tutt’uno, i tempi sono mutati e anche nella dirigenza del centro-sinistra non alligna più  il complesso del tiranno.

D’altronde rallegrarsi dei problemi della sinistra serve a poco anche perché eventuali elezioni anticipate, rebus sic stantibus, non risolverebbero nulla. Non solo perché è bene non illudersi su di un esito scontato, ma perché anche nel caso di una vittoria del centro-destra i problemi oggettivi (debito pubblico, pensioni, ordine pubblico) non scomparirebbero e dovrebbero essere fronteggiati con una strumentazione istituzionale inadeguata. Il problema, semmai è quello di creare, al di là degli schieramenti, una nuova sinergia positiva nell’azione politica. Tra il 1993 ed il 1994, all’avvio della incompiuta transizione italiana, si creò una sinergia positiva tra voto popolare (referendum elettorale, elezione diretta dei sindaci), nuovi soggetti politici (Forza Italia), nuove regole (il premierato sia pure solo informalmente codificate). Adesso si tratta di riprendere il bandolo della matassa. Il referendum sulla legge elettorale è in corso e costituisce un elemento di razionalizzazione del sistema, perché penalizzerebbe quelle enclaves parassitarie che vanno sotto il nome di partiti minori. Occorre pensare, allora, a mettere in moto le altre gambe. Ridando forza al processo di unificazione del centro-destra e lavorando seriamente a un tavolo per le riforme costituzionali. Senza pensare a grandi riforme, ma concentrandosi su ritocchi mirati (superamento del bicameralismo perfetto, riduzione dei parlamentari). Non credo di peccare di eccessivo ottimismo. La fine della diversità antropologica della sinistra, che la vicenda delle intercettazioni telefoniche ha rivelato, può aprire finalmente la strada a un dialogo davvero costruttivo.

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