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Servizi e segreti, quelle strane carriere dopo il caso Mitrokhin

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Un posto alla Corte dei Conti o al Consiglio di Stato, insomma un ruolo in seno agli alti consessi in cui nel nostro Paese si esercita la giustizia amministrativa e contabile, è un premio o una punizione? E ancora, se un governo ritiene che un funzionario non sia stato fedele al suo compito e lo destituisce nel volgere di una riunione di consiglio dei ministri, è moralmente e istituzionalmente corretto che decida di destinarlo alla Corte che giudica sulle spese della pubblica amministrazione?

Ogni riferimento al caso Visco-Speciale, e al tentativo di mettere a tacere il generale delle Fiamme gialle riservandogli una poltrona di lusso a via Baiamonti, è assolutamente intenzionale. Ma l’interrogativo non è nuovo, e non nasce né con Vincenzo Visco, né con Roberto Speciale. E neppure con Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi, cui è toccata più o meno la stessa sorte a seguito dell’inchiesta milanese per la sparizione di un imam all’epoca indagato per terrorismo internazionale.

Senza perdersi nella notte dei tempi, gli strani percorsi che nel nostro Paese hanno portato alti ufficiali del nostro apparato militare e d’intelligence nei ranghi della magistratura amministrativo-contabile conducono la memoria alle vicende biografiche di due ex direttori di Forte Braschi, il generale Sergio Siracusa e l’ammiraglio Gianfranco Battelli. Un soldato e un marinaio, diversi per carattere e per provenienza, uniti dal fatto d’esser stati entrambi formalmente accusati dal Parlamento italiano d’aver omesso, sotto i governi Dini Prodi e D’Alema, l’attività di controspionaggio quando da Londra gli 007 di Sua Maestà recapitarono ai colleghi italiani quell’atomica politico-spionistica meglio nota come dossier Mitrokhin.

Ad accendere i riflettori sui percorsi professionali d’entrambi fu per primo un altro ammiraglio, al secolo Giuseppe Grignolo, ex alto dirigente della nostra intelligence militare, ex fedelissimo e addirittura testimone di nozze di Battelli finché l’esplosione del caso Mitrokhin e l’esigenza di difendersi dalla bufera in arrivo non l’hanno trasformato in testimone d’accusa. Grignolo, vecchio “lupo di mare”, aveva dato ad intendere in sede di Commissione d’inchiesta che la (mala) gestione del dossier da parte del Sismi aveva “soddisfatto” i “referenti” istituzionali dell’epoca, “tanto è vero che il generale Siracusa…”.

Già, il generale Siracusa. Se Battelli, chiamato da Prodi nel ’96 a dirigere l’intelligence militare, dopo l’avvicendamento con Pollari nell’autunno del 2001 è finito alla Corte dei Conti, la carriera di Sergio Siracusa ha quasi dell’incredibile. Lasciato Forte Braschi, al generale fu riservata la poltrona più ambita, quella di comandante dell’Arma dei Carabinieri. Era la seconda volta nella storia d’Italia che un ex capo dei Servizi segreti finiva a guidare la Benemerita. Il solo precedente era quello di Giovanni de Lorenzo. Non solo. A Siracusa – caso questa volta unico – fu consentito addirittura il posticipo del pensionamento di ben due anni e il prolungamento dell’incarico in due mandati.

Come? Attraverso la legge di riordino dell’Arma, fieramente osteggiata dal Cocer e anche dai sindacati di Polizia, che raddoppiò da 25 a 50 i generali ai vertici e allungò i termini di pensionamento. Una riforma concepita nel ’97, discussa con una fretta malcelata, approvata nel marzo 2000 sotto il governo D’Alema e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il primo aprile dello stesso anno. Data che, guarda caso, coincideva con il compleanno del generale Sergio Siracusa e con il raggiungimento, per lui, del limite d’età oltrepassato il quale – se a salvarlo non fosse giunta tempestiva la legge di riordino – avrebbe dovuto andarsene in pensione, invece di restare al vertice dei Carabinieri, per poi trasferirsi al Consiglio di Stato.

Sicracusa ha sempre tagliato corto liquidando come “insinuazioni” l’interpretazione di chi vedeva nella sua sfolgorante e inusuale carriera una sorta di “ricompensa” per come il dossier Mitrokhin era stato, o meglio, non era stato gestito dal controspionaggio militare. E a sua difesa ha affermato a Palazzo San Macuto che la legge di riordino dell’Arma che gli aveva consentito di restare al suo posto anche dopo aver superato il limite di età era stata “votata dal 90 per cento del Parlamento”. Per evitare di darsi la zappa sui piedi gli sarebbe bastato consultare i verbali di Montecitorio: su 454 deputati presenti, i sì erano stati 199 appena.

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