Sessantotto, questo sconosciuto

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Il cerchio si sta lentamente stringendo intorno al Sessantotto. Da ultimo ne ha parlato Benedetto XVI a Lorenzago, vedendovi un momento di grave crisi della cultura occidentale. Nella patria del Maggio rivoluzionario, Sarkozy ha stravinto le elezioni rinnegandolo. L’anno prossimo cade il suo quarantesimo anniversario, e sarebbe davvero il caso di cogliere l’occasione per aprirci su un ragionamento serio. Soprattutto nel nostro paese, dove la riflessione storiografica (meno quella politologica) è per tanti versi ancora troppo debitrice della memorialistica – che un suo valore lo ha senz’altro, ma che è pure troppo asservita alla logica del “formidabili quegli anni”.

Il Sessantotto è stato un fenomeno di enorme complessità, di portata mondiale e dai caratteri al contempo politici, culturali e sociali. Dipingerlo a tinte soltanto fosche, o tutte brillanti, sarebbe a mio avviso un’operazione intellettualmente scriteriata. Poiché però questo non è un ampio ed equanime volume, ma un breve articolo polemico, credo di potermi permettere di isolare un solo aspetto del Sessantotto e di darne un giudizio inequivocabilmente negativo. Osservata nella prospettiva che ho arbitrariamente prescelto – e che è tutt’altro che secondaria, però – l’insurrezione dei tardi anni Sessanta ha rappresentato in Occidente l’ultimo (finora?) episodio della febbre rivoluzionaria cominciata nel 1789.

Considerando il Sessantotto in questa forma, e soprattutto considerando i suoi esiti, possiamo arrivare a qualche conclusione interessante sullo stato odierno della cultura occidentale, soprattutto rispetto al grande dibattito sui fondamenti valoriali ultimi che Papa Ratzinger ha tanto stimolato. I detrattori di qualsiasi tentativo di ancorare l’Occidente a un patrimonio dogmatico seppur minimo sottolineano in genere la natura tendenzialmente fondamentalistica di quei tentativi. Tanto da arrivare nei casi più polemici e intellettualmente grossolani ad assimilare la Chiesa romana di Benedetto XVI all’islamismo radicale. A prescindere da queste assurdità, nella sua forma più neutrale la loro tesi potrebbe essere espressa così: il dogma seppur minimo è portatore di autoritarismo quando non totalitarismo; la democrazia liberale si fonda invece sul dubbio relativistico.

A chi ragiona in questo modo sfugge un passaggio a mio avviso non proprio secondario: tutte le rivoluzioni utopiche dell’età contemporanea dimostrano in realtà quanto stretto parente il fondamentalismo sia del nichilismo. Per due ragioni. In primo luogo, perché al totalitarismo si può giungere tanto da una fede assoluta quanto dalla radicale mancanza di fede. Parlando ai rappresentanti della stampa il 15 marzo del 1933, Joseph Goebbels lo teorizzò esplicitamente: i giornalisti dovevano scrivere quel che il regime diceva loro di scrivere non perché fosse vero, ma perché il nazismo era al potere. Poiché l’oggettività non esiste e tutto è tendenzioso – queste le parole esatte del ministro di Hitler –, tanto valeva chinarsi alla tendenziosità del più forte. Il ragionamento, del resto, fila anche in astratto: dall’impossibilità di raggiungere la verità posso derivare logicamente il diritto di ciascuno a seguire la propria verità; ma posso anche derivarne l’opzione che sia il più potente a imporre la propria verità a tutti gli altri. Il fondamentalismo è prossimo al nichilismo, in secondo luogo, perché nel momento in cui la loro utopia manca di realizzarsi anche i totalitarismi che partono da un fede assoluta sfociano nel vuoto di ogni fede. È il caso del comunismo: i bolscevichi accumularono potere assoluto per costruire la società senza classi; ma l’obiettivo sfumò via via in un futuro sempre più distante e indeterminato, e il potere assoluto rimase ideologicamente appoggiato al nulla, ovvero fine a se stesso.

Ultima insurrezione dell’Occidente, avvenuta quando le utopie dell’età contemporanea le aveva già bruciate la storia, il Sessantotto mostra con grande chiarezza la propensione delle palingenesi rivoluzionarie a sfociare nel nichilismo. “Vietato vietare”, recitava uno dei più noti slogan di quella stagione: espressione perfetta della sua forza distruttiva, del suo desiderio di farla finita coi vincoli e le regole del vecchio mondo. Già: ma proponendo che cosa, in cambio? Proponendo magari una nuova forma di comunismo, che non potendosi più ricorrere all’Unione sovietica era esemplificata nella Cina di Mao – ma poteva esserlo soltanto perché se ne aveva un’immagine tragicamente distorta. O più spesso non proponendo nulla affatto: la rottura per la rottura, la distruzione per la distruzione, nella convinzione che sulle macerie dell’Antico Regime non fosse più necessario edificare alcunché – che le macerie già fossero la libertà. Un’utopia della destrutturazione sociale, della solitudine radicale, del desiderio disincarnato, dell’assenza di regole e istituzioni, del rifiuto radicale della storia, che se si fosse realizzata avrebbe necessariamente condotto a un esito totalitario: alla costruzione di una ferrea struttura di potere legittimata dall’obiettivo della distruzione del potere.

Questo Sessantotto, per fortuna, non ha vinto. Ma la fessura che ha aperto nelle radici dell’Occidente è stata profonda. Ha lasciato in eredità al nostro mondo la tendenza robusta a rifiutare a priori qualunque vincolo venga dal passato, nella speranza che l’umanità possa vivere senza vincoli; e l’incapacità di vedere come, non potendo l’umanità viverne senza, se li si rifiuta nella loro forma tradizionale e visibile i vincoli ricompaiono surrettizi, nascosti al discorso pubblico, liberi da regole e valori, e perciò assai più pericolosi. Tendenzialmente totalitari, appunto.

Sosteneva Augusto del Noce che il totalitarismo novecentesco fosse il reagente necessario a ricondurre il liberalismo e il cattolicesimo su un terreno comune. Il nazifascismo e il comunismo hanno in effetti fatto capire alla Chiesa di Roma che i sistemi politici non sono tutti uguali, e che un regime di libertà è quello che meglio di ogni altro consente una scelta religiosa profonda, sincera e consapevole. Tanto liberalismo stenta invece a comprendere quanto sottile sia il confine fra il relativismo e il nichilismo, quando il relativismo non sia temperato da un dogma minimo che definisca per lo meno che cosa sia un individuo, e metta al riparo da ogni attacco la sua irrinunciabile dignità. Un dogma minimo, insomma, che di evangelico non ha pochissimo. Speriamo che il quarantennale del Sessantotto, per gli individualisti liberali, non trascorra invano.

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2 COMMENTS

  1. ecco perché il rifiuto della storia
    Un brillante saggio che spiega, per esempio, come mai la conoscenza storica sia da alcuni decenni tanto svalutata nella mentalità comune, salvo poi gli strumentali ripescaggi in stile veltroniano di figure e momenti recenti, visti in un’ottica memorialistica incapace di prendere le distanze dai miti di gioventù.

  2. Chi come me ha vissuto il
    Chi come me ha vissuto il sessantotto in quanto studente all’università ricorderà molti slogan.
    Non solo “vietato vietare” ma anche “voto politico” per gli esami.
    Oltre che al voto politico è stato raggiunto anche il “vuoto politico”
    Anonimo Italiano

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