Sfogo di un padre separato, reduce dal Family day

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Sfogo di un padre separato, reduce dal Family day

18 Maggio 2007

Sono un reduce del Family Day, sabato scorso ero in piazza San Giovanni e ne sono fiero. Poi ho avuto qualche problema personale e questo mi ha impedito di vedere telegiornali o leggere giornali da domenica a mercoledì. Una amica, decisamente gentile ma assai sadica, si è però presa la briga di ritagliarmi alcuni articoli relativi alla manifestazione di sabato e tratti da varie testate: “Il Giornale” o “Libero” per farmi restare aggiornato a quanto accaduto, “Corriere” e “Repubblica” apposta per farmi incazzare. Grazie. Molte sono le cose di cui vorrei parlare, ma poco è lo spazio a disposizione.

Tralascerò perciò di approfondire la sempre più esasperata cattofobia e l’assurda partigianeria di gran parte della stampa italiana. Al direttore de”L’Occidentale” non piacciono molto i miei articoli, quando sono troppo “pepati”. Meglio dargli ascolto stavolta, perché con quello che ho letto in merito al Family Day su molti giornali, potrei farmi prendere la mano. Però io ero in piazza, e so che non esagero se parlo di una chiara e puntuale distorsione della realtà. Questa non può essere classificata come informazione, è pura propaganda. I guru del giornalismo italiano, pagati evidentemente dalle banche amiche del governo in carica, non riescono ad ammettere l’evidenza nemmeno davanti ad una così imponente manifestazione di civiltà, ed anziché dare il giusto risalto ad una pacifica richiesta di salvaguardia e tutela da parte della classe politica di un istituto che da secoli sta a fondamento della nostra società, preferiscono analizzare inutili aspetti secondari o cercare il pelo nell’uovo. A questo punto, meglio davvero che si occupino a tempo pieno di recensire con petali di rose i racconti a sfondo gay del nostro più grande scrittore vivente: Walter Veltroni, in arte sindaco.

Tralascerò anche di chiedere una cortesia a Kiko Arguello, seppure gli debba un “grazie” per aver rimpolpato la piazza di sabato con almeno trecentomila dei suoi seguaci. Avrei voluto chiedergli di spiegare ai suoi ragazzi che il Papa, nell’esortazione “Sacramentum Caritatis” spiega chiaramente di riporre nello sgabuzzino chitarre, tamburelli e danze modello Apache; per rispolverare invece qualche silenzio e qualche adorazione eucaristica in più. Dopo averli avuti al fianco per diverse ore, confesso che avrei volentieri sfondato la chitarra o il tamburello in testa a qualche ragazzotto neocatecumenale. Purtroppo, come diceva un mio amico, sono le conseguenze di una Chiesa dove sempre più preti vogliono fare i laici e sempre più laici vogliono fare i preti. Vero Kiko?

Tralascerò con gran fatica di chiedere lumi sul perché il Family Day sia già scomparso dalle pagine dei media e dall’agenda politica. Ma come? Sabato scorso si era tutti (politici compresi…) così euforici: gli sgravi fiscali, i mutui bancari agevolati, gli assegni famigliari, gli asili nido, la genitorialità condivisa, nuove politiche del lavoro per le donne, bioetica, adozioni e affido… Per un pomeriggio mi era parso di vivere in un Paese serio in cui si parlava seriamente di cose importanti e terribilmente necessarie davvero per tante persone. Oggi invece apro la mia finestra sul mondo e la cosa più eccitante è la maggioranza che non ha altra preoccupazione per la testa che Berlusconi ed il suo presunto conflitto di interessi. Siamo davvero alla politica circense. Vorrei dare le dimissioni da italiano, come si fa? Spero che il nostro “Occidentale” voglia pressare con assiduità e costanza i politici presenti a San Giovanni in merito al rispetto di quanto promesso sabato davanti a così tante persone (…ma anche elettori, non scordatelo…).

Tralascerò infine di porre l’accento sul fatto che si è trattato di una manifestazione che ha avuto un afflusso alla piazza ed un deflusso davvero ordinatissimi ed esemplari nonostante il milione e più di partecipanti, che la gente rideva e chiacchierava coi carabinieri (pochissimi) del servizio d’ordine, che non ho visto auto o cassonetti bruciare, che non ho sentito nemmeno un “Rosy Bindi vaffanculo” sull’aria del londinese Big Ben che, vivaddio, ci poteva pure stare anche per  la metrica.

Una cosa però non posso tralasciare: i bambini. Non posso evitare l’argomento perché questo era il tema più importante dell’incontro di Piazza San Giovanni. Tutte le tematiche affrontate (politiche fiscali, lavorative, sociali…) erano finalizzate ad una migliore crescita dei figli e ad un aumento del loro numero. Dire famiglia è per forza dire figli. Una standing ovation infatti se l’è meritata il bravissimo Povia, che ha sfidato l’establishment canoro tutto orientato a sinistra e non ha avuto timore di improvvisare uno splendido pezzo tutto incentrato sul nostro futuro: i nostri figli. Proprio quelli che più mandano in bestia gli oppositori del “Family Day”. Ma è logico: altro che i preti di Vauro sui bimbi ci possono mettere le mani solo loro. E non sto certo parlando di pedofilia, ma di ottundimento mentale.

I figli sono il vero scopo di una famiglia, e tanto per iniziare, due omosessuali (ormai i paladini di ogni battaglia laicista che si rispetti) un figlio non lo possono fare così facilmente come due etero. Prima ragione per rosicare. Potrebbero adottarli se un domani la futura società avallerà una tale distorsione della natura. E questo sarà possibile solo se, piano piano, riusciranno ad introdurre nella società stessa  una cultura che non prevede necessariamente un padre ed una madre, ambedue con uguali diritti e doveri. Per questo i figli di oggi sono cruciali: saranno gli adulti che decideranno un domani. Eugenia Roccella, nel suo splendido intervento, ha ricordato che “Siamo qui perché abbiamo nel cuore un’esperienza fondamentale, che ci unisce: siamo tutti nati nel grembo di una donna, generati da un atto d’amore tra un uomo e una donna. Siamo tutti figli: laici e cattolici, credenti e non credenti, islamici ed ebrei, omosessuali ed eterosessuali. E’ su questo che si fonda l’unicità della famiglia: sulla capacità di tessere un filo di continuità tra le generazioni, padri, madri, nonni, nipoti, antenati, di collegare passato e futuro dell’uomo, di dargli speranza nel domani…

Non siamo qui a esibire le nostre famiglie, a ritenerci superiori a qualcuno o a giudicare gli altri. Le nostre famiglie sono come tutte le altre: belle, brutte, così così: famiglie in cui si litiga, in cui si soffre, magari non ci si capisce, e che qualche volta si rompono. Ma sono preziose in ogni caso, perché proteggono gli individui dall’invadenza dello stato e del mercato e creano quel senso profondo di appartenenza, di consapevolezza delle origini, così necessario allo sviluppo dell’identità individuale, della personalità. Attraverso la famiglia non si trasmette solo il patrimonio, ma soprattutto cultura, fede religiosa, tradizioni, lingua, esperienza….Grazie per il coraggio delle madri, i loro equilibrismi, i piccoli eroismi quotidiani; e grazie anche ai padri, perché noi vogliamo che la paternità resti un modello importante per gli uomini, perché vogliamo responsabilità genitoriali condivise, e non madri sole, come accade nei paesi del Nord Europa che ci vengono sempre proposti come modello di civiltà.”

Ecco il filo della continuità tra le generazioni che si vuole spezzare, finché il dono di sé potrà essere rimpiazzato dall’inalienabile diritto individuale. Non c’è bisogno che la famiglia ci trasmetta qualcosa: ognuno deve essere capace di decidere da sé e per sé, magari con qualche aiuto dello stato e di mamma tv. Questi sono gli attacchi dai quali dobbiamo difenderci: farci pensare che siamo “esseri” e non “figli” di qualcuno. Farci pensare che possiamo avere un “genitore A” ed un “genitore B” anziché un padre ed una madre. Farci pensare che se uno nasce col pisello non importa, ma è quello che si sentirà nel cuore un giorno che rivelerà in lui un uomo o una donna. Farci pensare che avere un solo genitore o tutti e due non cambia poi di molto la questione.

Per questo la sinistra è così arrabbiata che nella piazza ci fossero tanti bambini. Perché sono bambini che hanno un riferimento vero, concreto. Bambini meno manipolabili, che probabilmente un domani avranno a loro volta le idee chiare sul loro futuro e perciò saranno una preda più difficile per quella deriva relativista che attraversa la nostra società. I bambini sono importanti. Per questo li vogliono educare solo come dicono loro. Infatti a sinistra si scandalizzano per una loro presunta strumentalizzazione al Family Day, quando invece furono loro i precursori (e per fini meramente utili agli adulti) dell’utilizzo di plotoni di bambini in prima fila alle manifestazioni rosse: per chi avesse memoria corta, ricordo le sollevazioni contro la riforma dell’allora ministro della pubblica istruzione Letizia Moratti.

E la stampa è dalla loro parte. “L’Unità” carica di livore espressioni come “hanno caricato i bambini sui treni e li hanno esposti a telecamere ed interviste” E dove starebbe il problema? Vanno bene davanti alle telecamere solo i bimbi del terzo mondo che sono così vicini a Walter (sempre in arte sindaco)? O magari i bimbi intervistati fra le loro due mamme, giusto per far vedere che “si può” anche senza il papà?

Io, purtroppo, me ne intendo. Sono separato ed ho un figlio di 16 mesi: in una settimana ci sono 168 ore. Per 160 ore lui sta con la madre, per le restanti 8 con me. Potenzialmente, è una futura preda dei quattro gatti che erano in Piazza Navona. Anche per questo ero al Family Day: Giovanni non mollare, papà e con te!