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La Pira, padre Balducci, don Milani

Si scrive a Firenze una parte di storia del cattolicesimo politico italiano

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Si sono concluse ieri sera le due intense giornate di lavoro in cui si articolava il programma del convegno di studio promosso dal Circolo dei liberi e da Magna Carta per la Toscana, dedicato a "La Pira, don Milani, padre Balducci. Il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo alla fine del Novecento". Un convegno ricco di suggestioni. A partire dalla città che ci ha ospitato, Firenze, che conserva  quel fascino attraente dei racconti di quanti hanno avuto la fortuna di sentirne parlare fin da bambini. Ma anche un convegno ricco di diversità.

Quanti si aspettavano che dietro la scelta del tema si celassero tentativi di revisione e di strumentalizzazione di una storia politica e culturale saranno rimasti delusi. Non chi, invece, si augurava che il convegno offrisse una occasione di confronto e di dibattito scientifico su un tema che, pur offrendo continui spunti all'attualità, è rimasto a lungo imbrigliato all'interno di categorie storiche o propagandistiche superate o, addirittura, infondate.

E l'intenzione di evitare toni apologetici o celebrativi non poteva non apparire chiara già dalla semplice lettura del programma. La scelta dei relatori, come anche la provenienza eterogenea del pubblico che ha riempito il salone de' dugento di Palazzo Vecchio, ha messo in evidenza come sia possibile immaginare di riunire attorno ad un tavolo intellettuali, studiosi e testimoni, provenienti da esperienze biografiche e trascorsi personali tutt'altro che omogenei, spesso discordanti sul piano delle scelte politiche, ma disposti a dare il proprio contributo alla ricostruzione di una storia che rimane in gran parte ancora da scrivere.

Che i tratti di questo percorso fossero complessi, lo si è capito dai toni della sessione di apertura dei lavori. Le relazioni di Novak, Quagliariello e De Marco - che hanno seguito le introduzioni di Giovanni Gozzini e Leonardo Tirabassi, e il saluto del ministro Bondi - hanno tracciato la cornice concettuale e metodologica dei temi con i quali i relatori successivi si sarebbero dovuti confrontare.

Problema, quello del cattolicesimo politico, che affonda le radici nel confronto con la modernità e il moderno, e che si risolve nella ricerca di soluzioni che implicano il confronto costante tra la difesa di una verità antica e il confronto con una realtà esterna, terrena, in costante mutamento. Di qui la difficoltà di definire un paradigma cattolico e l'impossibilità di approdare ad una concezione unitaria dell'esperienza politica dei cattolici. E di qui anche la diversità dei percorsi messi in evidenza nell'approfondimento delle singole relazioni nella quali la dimensione del cattolicesimo fiorentino ha finito inevitabilmente per saldarsi alla dimensione nazionale ed internazionale della politica italiana di quegli anni. Anni segnati da profondi cambiamenti: la sperimentazione di nuove formule governative, la svolta conciliare, la tensione della guerra fredda e gli spazi aperti dal disgelo, hanno costretto i cattolici a riflettere su quelle svolte e, al contempo, ad elaborare, nel riferimento costante alla dottrina sociale della Chiesa, un proprio modo di esprimere la propria cattolicità attraverso l'impegno politico. Un impegno che, soprattutto nel caso di La Pira, padre Balducci e don Milani non avrebbe mancato di esprimersi in formule e scelte diverse, talvolta contrastanti, ma mai nello spirito della mediazione e del compromesso. Tutti e tre, contestati o amati, avrebbero condotto le proprie battaglie divenendo punti di riferimento di una generazione che, influenzata anche profondamente dal magistero di papa Montini, ne avrebbe almeno in parte preso le distanze ma che, da quel contatto e da quelle esperienze, sarebbe comunque rimasta segnata.

Certamente l'esperienza del cattolicesimo fiorentino non avrebbe esaurito la ricchezza della riflessione e della proposta del mondo cattolico di fronte alle sfide del moderno. Altrettanto certamente, e questo mi pare il senso vero del convegno, Firenze fu una fucina importante di elaborazione teorica e di vita concreta: l'attenzione ai poveri, alla Chiesa dei poveri, alle battaglie degli operai e dei contadini, la ricerca di una forma di interventismo statale nel rispetto della centralità della persona umana e delle articolazioni sociali nelle quali essa si realizza, la tensione per la costruzione della pace e il dialogo interreligioso, l'anticipazione di alcuni temi conciliari, ne definivano comunque i tratti nei termini di una originalità che va riscoperta al di fuori di qualsiasi operazione politica o di qualsiasi velleità celebrativa.

Chi ha effettivamente partecipato al convegno, di questo si è reso conto.

 

 

 

 

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