Si va al voto e Prodi vuole farsi dimenticare
06 Febbraio 2008
Si voterà il 13 ed il 14 aprile mentre la prima riunione del Parlamento è fissata per il 29 dello stesso mese. Si chiude così la XV legislatura, quella più traballante e breve della storia della Repubblica.
I partiti potranno presentare i propri simboli tra il 29 febbraio ed il 2 marzo, mentre le liste dovranno essere depositate tra la mattina di sabato 9 marzo e le 20 di domenica 10. Chiudono così i battenti Montecitorio e Palazzo Madama. Un esito a dir poco scontato dove sia le consultazioni del presidente Napolitano e quelle di Franco Marini, esploratore per l’occasione, non hanno prodotto risultati. Una scelta “obbligata” come ha voluto spiegare il Capo dello Stato convinto che “elezioni così fortemente anticipate costituiscano un’anomalia rispetto al normale succedersi delle legislature parlamentari, non senza conseguenze sulla governabilità del paese”.
Un Napolitano che non ha mancato di fare riferimento al suo stato d’animo rammaricato “per dover chiamare nuovamente gli elettori alle urne, senza che quella riforma sia stata approvata”. Tema riforme su cui Napolitano si è soffermato nel suo breve intervento, chiarendo di “aver avuto di mira l’interesse comune ad una maggiore linearità, stabilità ed efficienza del sistema politico istituzionale” consapevole soprattutto che “il dialogo su questi temi, ora interrottosi, resta un’esigenza ineludibile per il futuro del paese”. Da qui il monito alle forze politiche “che la prossima campagna elettorale si svolga in un clima rispondente a quell’esigenza, da molti ribadita anche in questi giorni”. Fin qui Napolitano adesso la parola passa alla politica. Ed il primo a dare il via è stato Romano Prodi che prima di entrare nel Consiglio dei ministri che ha deciso la data del voto ha annunciato la sua intenzione di non candidarsi. Per la verità una non notizia. Da tempo circolava negli ambienti del Pd la voce che il premier non si sarebbe inserito in alcuna lista, ma secondo alcuni ci sarebbe un retroscena. In sostanza sulla decisione avrebbe pesato più la volontà di togliere la sua ingombrante figura e la sua eredità politica dalla campagna elettorale, piuttosto che quella di imitare Cincinnato. Lo stesso Veltroni avrebbe fatto pressioni in tal senso. Ed infatti la chiosa del professore: “Ho fatto questa scelta per contribuire a rasserenare il clima”, conferma questa esigenza sentita ai vertici del partito. Il suo compito adesso sarà “quello di sostenere il Pd ed i suoi obiettivi politici”, ma chi lo conosce bene sa quanto questa scelta gli debba essere costata. Messo da parte Prodi adesso per Veltroni si apre la partita interna ed in particolare quella delle alleanze in vista del voto. A tenere banco gli accordi con la sinistra radicale. Intese necessarie secondo gli esperti che altrimenti spianerebbero la strada al centrodestra verso una facile vittoria. Discorsi che però al momento non sembrano avere presa sul sindaco che starebbe seguendo una sua strategia. Un progetto a lungo termine, come spiega un veltroniano di stretta osservanza: “Walter si avvia alla sua lunga marcia convinto che questo sia l’unico modo per fondare sul serio il Pd”. “Alla fine sa bene che se queste elezioni sono perse comunque tanto meglio andare da soli, rafforzando la struttura del partito e puntare alle elezioni del 2013. E’ a quelle elezioni che guarda davvero Veltroni”. Road-map suggestiva ma che secondo i suoi detrattori non terrebbe conto delle possibile ripercussioni di una sconfitta che alla fine potrebbero travolgere la sua segreteria. Ma almeno per il momento non sembrano esserci cedimenti, anzi Veltroni va avanti annunciando che “al Senato andremo da soli”. “Niente pasticci o accordi tecnici” perché “gli italiani hanno bisogno di chiarezza”.
Messaggio che va dritto alla sinistra radicale con cui sul piano locale la collaborazione continuerà mentre su quello nazionale “le posizioni sono obiettivamente diverse”. Una porta quasi chiusa che però la sinistra radicale vorrebbe ancora tenere aperta. Così si spiega l’incontro di venerdì tra i leader di Sinistra e l’Arcobaleno e lo stesso Veltroni. Un confronto volto proprio ad impedire che il Pd vada da solo alle elezioni. Una decisione per Diliberto “molto grave, così consegna il Paese a Berlusconi. Si prende una responsabilità rilevante”. D’accordo anche Pecoraro Scanio che parla di dover “far sì che le due aree del centrosinistra, Pd e Sinistra Arcobaleno, puntino a lavorare insieme per battere Berlusconi e la destra”. L’unica nota discordante è Rifondazione Comunista e Fausto Bertinotti che remano contro un accordo con il Pd. Proprio l’ex presidente della Camera accarezza l’ipotesi di guidare la “Cosa Rossa” come candidato premier qualora l’ipotesi d’intesa con il Pd fallisca. Una candidatura che però gli altri componenti della sinistra radicale non sembrano digerire con buona pace del segretario Franco Giordano che ancora oggi ripete che la candidatura di Bertinotti “sia la scelta ideale, è la più forte “. Sarà, ma almeno per il momento Verdi, Pdci e Sinistra democratica lavorano ai fianchi il Pd per strappare un accordo.
Anche nel centrodestra si avvertono le prime difficoltà per la composizione della coalizione. L’Udeur attende il consiglio nazionale di sabato per decidere dove orientare le proprie scelte, ma nel frattempo Sandra Mastella precisa di “guardare al Ppe”. Dichiarazione che farebbe pensare ad una virata verso il centrodestra. Ma nella CdL la prospettiva di un ingresso di Mastella e soci fa storcere il naso a più di uno. Specialmente alla Lega che con Maroni torna a ribadire la sua contrarietà spiegando che si tratta di “coerenza”. E’ singolare che si governi con il centrodestra e in molte regioni, ad esempio, si stia con il centrosinistra”. Posizioni che hanno imposto a Forza Italia con Bondi e Cicchitto a chiedere di mettere da parte le “discriminazioni” rilanciando la sintonia sui “valori di fondo ed i programmi”. Ma problemi ci sono anche sul fronte Storace dove Buttiglione chiede di delimitare la CdL a destra e ribadendo i valori dell’antifascismo. Invece scelta solitaria per i fuorisciuti dall’Udc Baccini e Tabacci che con la loro “Rosa Bianca” hanno deciso che non si alleeranno con Veltroni. Presa di posizione che si unisce all’appello di Baccini affinché Pezzotta guidi la formazione politica che per l’ex ministro dovrebbe avere una potenzialità di voto pari al “12 per cento”. La campagna elettorale è davvero iniziata.
