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Siamo penultimi in Europa e il Mezzogiorno rischia la recessione

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Negozi chiusi, giovani in fuga e servizi pubblici inefficienti: ribadito il format di un’Italia composta da più Italie e con ritmi diversi, per il Sud non sono affatto rassicuranti i dati che provengono dalla SVIMEZ. La prima e vera emergenza presentata è relativa allo spopolamento dei piccoli centri meridionali da parte dei giovani, tanto è vero che tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni degli under 35 a fuggire dal Mezzogiorno, depauperando le regioni da un’importante presenza di rinnovamento.

Addirittura le statistiche dimostrano che il numero degli emigrati italiani supera nettamente quello degli immigrati regolari che intendono trasferirsi nel contesto nazionale, il che determina una vera e propria rivoluzione sociale nel lungo periodo. C’è da riflettere sulla condizione su cui versano diverse realtà locali da molti anni a questa parte: sono pochi i giovani che hanno validi motivi per restare nel luogo in cui sono nati e cresciuti, soprattutto quando si parla di piccoli paesi con poca possibilità di slancio professionale e cattive infrastrutture. E non solo: a quanto pare le politiche economiche intraprese per lo sviluppo del Mezzogiorno sono servite a ben poco dal momento che tornerà ad allargarsi la forbice tra Sud e Centro-Nord.

Sulla base dei dati regionali disponibili, coloro che possono contare su un’occupazione al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 sono calati a 107mila unità mentre nel Centro-Nord il numero è cresciuto positivamente a 48mila unità. La tendenza è comunque nazionale: per quanto il Nord riesca a far fronte positivamente ad aspettative economiche poco favorevoli, l’Italia subisce un rallentamento: siamo infatti l’unico paese nell’area Euro – a parte la Grecia – che non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi.

La SVIMEZ a questo proposito ci mette in correlazione il criterio del “doppio divario”: l’Italia rispetto all’Unione Europea  e il Sud rispetto al Centro-Nord. La divergente dinamica territoriale è determinata soprattutto dall’arresto dei consumi: mentre il Centro-Nord ha recuperato e superato i livelli pre-crisi, per il Mezzogiorno la strada è ancora molto lunga.
In consumi privati delle famiglie calano dello 0,5% e parallelamente anche il settore pubblico subisce un ristagno.

I settori dove si presentano i maggiori gap Nord-Sud sono i servizi (1 milione e 822 mila unità, -13,5%), l’industria in senso stretto (1 milione e 209 mila lavoratori, -8,9%) e sanità, servizi alle famiglie e altri servizi che complessivamente presentano un gap di circa mezzo milione di unità. Sulla base delle previsioni elaborate dalla SVIMEZ l’Italia dovrà attendersi una sostanziale stagnazione, con un incremento con incremento lievissimo del PIL del +0,1% e una crescita zero dell’occupazione.

Anche rispetto a questo vi sarà un’ulteriore conferma della divisione nazionale: mentre il PIL del Centro Nord dovrebbe crescere poco (appena +0,3%) nel Mezzogiorno è prevista una dinamica diametralmente opposta e recessiva (-0,3%). I dati più preoccupanti sulla contrapposizione territoriale sono relativi ai servizi pubblici e all’efficienza offerta da essi: infrastrutture sociali, adeguati standard di istruzione, idoneità di servizi sanitari e di cura.
Occorre comunque precisare che nel comparto Sud vi è una forte disomogeneità tra regioni, tanto è vero che Abruzzo, Puglia e Sardegna sono le regioni più virtuose facendo registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +1,7%%, +1,3% e +1,2%.

Risulta necessario oggi, al fine di garantire una Nazione più forte e realmente competitiva nel contesto internazionale, lavorare con politiche sociali ed economiche lungimiranti in grado di ridurre la forbice che separa il Nord dal Sud e contrastare l’emigrazione giovanile che ridimensiona tragicamente le possibilità di qualsiasi territorio di alzare la testa e ripartire.

(FONTE DATI: SVIMEZ) 

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