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Benedetta Roma

Sindaco Alemanno non ceda al conformismo architettonico dominante

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Per farci capire quali rischi possa portare l’imperante “archistarcrazia”, giorni fa è arrivata la proposta del boschetto a Piazza Duomo lanciata da Renzo Piano. Prontamente ma genericamente approvata dalla titubante ecologista dell’ultima ora, il sindaco Moratti. Ci si perdoni il neologismo un po’ cacofonico, ma ormai solo così si può definire la totale resa degli amministratori democraticamente eletti di fronte alle più strampalate idee del club delle archistar. Anche chi, come il sindaco di Roma Alemanno, aveva dato l’impressione di voler resistere al conformismo architettonico dominante, una volta eletto si è riallineato ed è divenuto all’improvviso “maturo”, superando di slancio le intemperanze manifestate in campagna elettorale. Peccato: sarebbe stato molto importante che Roma potesse diventare – dopo aver pagato il suo tributo (Museo dell’Ara Pacis di Meier, Auditorium di Piano, Maxxi della Hadid e la Nuvola di Fuksas)  la prima importante città occidentale “archistar free”.

Tuttavia, contro questa lobby - che imperversa sulle principali città ai quattro angoli del pianeta, complice la debolezza dei committenti, sindaci, ministri e tutti coloro che lanciano “concorsi internazionali” – qualcuno ha ancora il coraggio di schierarsi. È Nikos Salingaros, libero pensatore americano, nato in Australia da genitori greci - docente di matematica all'Università di San Antonio (Texas) e di urbanistica a Delft (Olanda), Monterrey (Messico) e Roma Tre – che ha deciso di scrivere un altro libro in controtendenza. Lo ha presentato nei giorni scorsi a Roma e l’ha chiamato con un titolo icastico ed esplicito: “No alle archistar – Il manifesto contro le avanguardie”. Salingaros, come molti sapranno, non è nuovo a questi temi, anzi. Sono circa quindici anni che con altri esponenti del cosiddetto new urbanism porta avanti un'aspra critica dell'architettura moderna e dei principi che dagli Trenta del secolo scorso ne hanno ispirato l’azione. Insieme all’architetto e urbanista Christopher Alexander ha proposto un approccio teorico alternativo, a sostegno di un’architettura e di un’urbanistica più aderenti ai bisogni e alle aspirazioni fondamentali degli esseri umani, attraverso la combinazione tra analisi scientifica e esperienza intuitiva. Salingaros crea una connessione tra il valore universale delle leggi matematiche che regolano la natura, di cui l’uomo fa parte, e la loro applicazione nell’architettura: dal dettaglio decorativo all’insieme, dall’arredo urbano alle strutture stesse delle città, organismi complessi che si comportano, analogamente al corpo umano, come una rete costituita da collegamenti e nodi.

Secondo Salingaros la complessità è la caratteristica saliente dell’ambiente costruito tradizionale, mentre l’architettura moderna - soprattutto quella de-costruttivista - si caratterizza per la sua estrema povertà di segni, essenzialità di materiali, mancanza assoluta di decorazione.

La grande cesura tra uomo e città, tra spazio urbano e leggi naturali è avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale. Scrive Salingaros: “L’imposizione della geometria assoluta produce un disegno urbano sulla carta che nella realtà percettiva perde il fattore delle dimensioni umane”. Il libro contiene molte altre preziose riflessioni sulle aberrazioni compiute negli ultimi settant’anni dall’architettura moderna. Ma ciò che più conta è che i suoi ragionamenti non sono mai venati di nostalgia, al contrario c’è una tensione verso il futuro e soprattutto, cosa peraltro normale per un americano, si cerca di dare uno sfondo anche economico alle teorie enunciate. Il new urbanism insomma non è una setta di oscurantisti romantici malati di nostalgia del classicismo, ma viceversa un movimento di persone che vorrebbero contribuire a ristabilire uno sviluppo armonico delle città, non più affidato agli umori del momento dell’archistar di turno, scelta sulla base delle quotazioni di un’arbitraria borsa della notorietà, ma sulle reali capacità professionali di architetti che conoscano i contesti nei quali sono chiamati a progettare nuovi edifici, nuove piazze o nuovi assetti urbani.

Particolarmente efficace e affascinante è la relazione tra l’architettura e l’urbanistica storiche e la struttura frattale. Le città, come Parigi, Londra o Venezia si sono tutte sviluppate secondo proprietà frattali. Ciò, racconta Salingaros, “è stato misurato matematicamente da diversi ricercatori”. Le città contemporanee, invece, cercano di rompere, di annullare la naturale tendenza frattale delle città storiche per affermare una struttura astratta, tracciata sulla carta e basata sulle linee rette, inesistenti in natura. Ciò produce un’estraneazione dell’uomo, che vive questi luoghi con avvilente alienazione. 

Intere generazioni di architetti sono state formate sul principio dell’eliminazione della struttura frattale dall’architettura e dunque “oggi l’architettura e l’urbanistica si trovano in un’impasse, perché le regole imparate dagli studenti contraddicono l’organizzazione strutturale delle forme vive. La frattalità delle città vecchie è stata eliminata deliberatamente, per imporre certe regole stilistiche arbitrarie. Questo conduce alla separazione filosofica, psicologica e fisica tra gli esseri umani e il loro ambiente”.  

Ma l’aspetto più subdolo dell’archistar system sta nell’esser presentato come l’affermazione della libertà creativa, quando in realtà si alimenta esattamente dell’opposto, cioè di un’astratta e coatta ideologia della progettazione, totalmente svincolata da quella che dovrebbe essere l’unità di misura per eccellenza di qualunque attività architettonica: l’uomo. 

Salingaros durante la presentazione del suo “No alle archistar” ha lanciato un allarme su un’opera prossima ventura, particolarmente delicata per chi come noi segue le sorti e le trasformazioni che subisce la città di Roma. Si è cominciato a parlare di una nuova fermata della metropolitana su Via dei Fori Imperiali, di fronte alla Basilica di Massenzio, a un tiro di schioppo dal Colosseo e dal Foro. Ebbene, subito si è detto secondo un rituale ormai considerato quasi ovvio: lanciamo un concorso internazionale, invitando i più grandi architetti, le archistar insomma. Caro sindaco Alemanno, questa è una grande occasione di invertire la rotta. Ascolti i consigli che può darle l’onorevole Fabio Rampelli, peraltro citato più volte nel libro di Salingaros e sostenitore delle sue idee. Si stabiliscano dall’inizio rigidi paletti, rigorosi parametri e tipologie di base da rispettare nel progetto. Imponendo magari anche vincoli curricolari ai partecipanti al concorso. Così facendo si restringerebbe molto il campo dei partecipanti, allontanando le archistar, certamente “oltraggiate” dai vincoli stabiliti, e di contro si aprirebbe il concorso ad architetti, magari sconosciuti e mai comparsi su riviste patinate da salotto, nondimeno colti e preparati per svolgere egregiamente un tema complesso come la progettazione in un ambiente urbano così delicato, quale è il cuore della Roma storica.

Qualcosa sta cambiando: le librerie e le riviste accolgono sempre più numerosi saggi di critica al conformismo dell’archistar system. Certo tra il piano intellettuale e accademico e il piano politico spesso corrono enormi distanze. Ma se le singole persone, i semplici cittadini, si rendessero conto che oltre a rivendicare l’efficienza dei servizi pubblici dovrebbero pretendere, a buon diritto in una democrazia, anche un’ecologia costruttiva e urbanistica, forse il corso apparentemente inarrestabile della deriva iniziata nel secolo scorso potrebbe essere interrotto, per riannodare i fili con una storia millenaria con la quale da troppo tempo abbiamo divorziato senza motivo. Le ideologie totalitarie novecentesche hanno, per nostra fortuna, diminuito molto la loro potenza mortifera. Ora, speriamo che anche il totalitarismo e la sete di assoluto degli architetti trovi un freno, se ne sente sempre di più il bisogno, economico, politico, estetico e diremmo quasi esistenziale.

 

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