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Siria, se si spezza l’asse transatlantico

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Il voto di Westminster contro l’intervento in Siria ha sorpreso chi crede che l’Economist sia la vox britannica. "Hit him hard" strillava l’Economist contro Bashar Assad in copertina. Dal 1782 un parlamento britannico non votava contro il governo sulla guerra: allora si decise di riconoscere l’indipendenza degli Stati Uniti, con cui la Gran Bretagna ha mantenuto una relazione speciale. Dal 29 agosto 2013 la relazione è meno speciale. Poi, il rinvio americano dell’attacco alla Siria e l’annuncio di Obama di chiedere l’autorizzazione al Congresso.

Obama e il suo staff potevano però prevedere il voto britannico e la riluttanza degli alleati europei a intervenire. A giugno, alla vigilia dell’ultimo G8 in Irlanda, il segretario della difesa Philip Hammond in visita in Afghanistan ha detto al Telegraph che l’Iraq è  il Vietnam della Gran Bretagna e il paese non vuole un’altra guerra. Quando al G8 Obama ha chiesto agli alleati di armare i ribelli siriani, si sono tutti, più o meno, accodati a Putin, contrario ad armare ribelli. Adesso tutto è sospeso in attesa del voto del Congresso e l’America finirà per attaccare la Siria senza obiettivi, né strategia, per non fare brutta figura.

Il Washington Post tenta una via d’uscita: Obama vuole punire Assad per i 1426 civili uccisi dal gas, ma questo episodio va inserito  nel più ampio contesto della guerra civile siriana, con migliaia di persone costrette a diventare profughi, mentre al Qaeda si è rinforzata e diffusa per tutta la Siria, mettendo in pericolo Libano, Giordania e Israele. La decisione  britannica e la riluttanza degli alleati deriva da considerazioni simili e dal timore di trovarsi impantanati in un nuovo Iraq.

È la fine dell’Occidente nel quale ci siamo tutti disciolti dopo l’11 settembre? Dopo una  serie di fallimenti, dalle guerre in Afghanistan e Iraq, alle primavere arabe, alla  guerra di Libia, non ci si fida più della leadership degli Stati Uniti. Questo, in sostanza, il problema dell’Occidente. In altri termini, a nessuno piace spendere uomini e soldi per perdere guerre e finire per essere circondati dal caos. Per  Giuliano Ferrara la “linea rossa” di Obama era “il fantasma legale di una politica di potenza”, perché è stata smantellata troppo in fretta la linea di difesa dell’Occidente “fondata sulla sfida esistenziale alle varianti impazzite dell’islam politico dopo l’11 settembre”.

Però, sia l’occidentalizzazione del mondo in nome della libertà e dello scontro di civiltà del repubblicano Bush, sia quella del democratico Obama con le primavere arabe e i cittadini-attivisti di Samantha Power che fanno il regime change in piazza, sono  rimasticature della rivoluzione permanente di Trotsky. Il comunista tory Eric Hobsbawn è stato il primo a parlare di "Arab spring", paragonando quanto stava avvenendo in Medio Oriente e Africa alle primavere europee del 1848, quando la borghesia scese in piazza: a dire alla Bbc  che il 2011 mediorientale e africano era come il 1848 europeo, ma anche ad affermare che come in Europa sarebbe stata poi necessaria la rivoluzione. Paradossalmente, è stato Ed Miliband, rampollo di un’importante famiglia di ebrei marxisti, a guidare l’opposizione del parlamento britannico contro l’intervento in Siria, dove è in corso, in fondo, l’ultima Arab spring.

Le occidentalizzazioni alla Bush o all’Obama affascinano il romanticismo politico, ma si frantumano nella realtà afghana, irachena, egiziana e libica. Al Cairo, gli egiziani hanno fatto un colpo di stato per non essere islamizzati contro i Fratelli musulmani di Obama, applaudito da quasi tutta l’Europa e sostenuto dall’Arabia saudita; nella Turchia di Erdogan, alleato di Obama contro la Siria, si va in piazza per non avere la sharia, mentre a Bengasi i ribelli libici hanno ucciso l’ambasciatore Stevens che li ha aiutati a far fuori Gheddafi. In Siria sott’attacco dei ribelli salafiti e di al-Nusra, sostenitori di al Qaeda, ci sono donne e uomini con uno stile di vita simile al nostro.

L’incapacità americana di guidare il mondo si rivela nella constatazione che prima è stato attaccato un paese relativamente secolarizzato come l’Iraq, per spodestare i sunniti del Baath per dare il potere agli sciti e poi scoprire che gli sciti iracheni, come ha scritto Sergio Romano, erano filo-iraniani e non filo-americani. Il democratico Obama, invece, appoggia la democrazia islamica contro i regimi filoccidentali a cui si era appoggiato il repubblicano Bush per fare la guerra contro il terrorismo e poi la democrazia islamica sfocia nella sharia e nella guerra civile.

Se l’America è confusa e divisa sulla strategia, Medio Oriente e Africa sono destabilizzati, è difficile aver fiducia nella sua leadership. Certamente, come dice Ferrara, quando gli imperi decadono aumenta il disordine, e per questo occorre ragionare con un po’ di realismo politico. Come dice John J. Mearsheimer, quando "l’impero del male" collassò, molti americani ed europei conclusero che nel mondo si sarebbe diffusa la democrazia e sarebbe scoppiata la pace, perché erano convinti che l’America sia uno stato virtuoso. Se tutti avessero emulato gli Stati Uniti, il mondo sarebbe stato popolato da stati buoni e questo avrebbe significato la fine dei conflitti internazionali.

Mearsheimer, considerato l’erede di Morgenthau, che si oppose alla guerra in Vietnam, osserva che per i liberali esistono Stati buoni e cattivi e credono che le democrazie liberali siano buone, ma se gli accademici idealisti promuovono questa retorica, dietro le quinte le élite fanno la solita politica di potenza e agiscono per aumentare la potenza. Gli accademici liberali non sono diversi da quelli comunisti che credevano nell’esistenza di Stati buoni e cattivi, consideravano virtuosa l’Unione sovietica ed erano convinti che se il comunismo si fosse affermato in tutto il mondo, non ci sarebbero stati più conflitti.

Al di là delle retoriche politiche, come diceva un filosofo italiano idealista, liberale e piuttosto realista, nessuno preferisce l’impotenza alla potenza.  L’abbandono del realismo politico ha portato a un moralismo amorale, privo di senso tragico e al coma della politica estera occidentale.  Il problema della crisi della leadership americana non deriva dal fatto che a Obama manca una worldview, una Weltanschauung, mentre Bush ne aveva troppa, come afferma Leon Wieseltier sul Foglio del 2 settembre. Gli Stati Uniti si sono trovati all’improvviso a non avere più un altro impero a bilanciarli e hanno creduto di avere diritto a fare e disfare il mondo, a essere un impero globale. Una congiuntura storica unica, perché nel mondo sono sempre stati presenti più imperi o potenze regionali. Una circostanza derivata anche dalla seconda guerra mondiale e dal lunghissimo e difficile dopoguerra europeo. Forse, dopo il voto britannico sulla Siria qualcosa è finito.
 

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