Soffia la bufera e i romani si sentono tutti dei Gustav Thoeni
07 Febbraio 2012
di Redazione
La neve a Roma ha provocato enormi problemi, disagi di ogni tipo, ha lasciato gente sepolta nelle proprie auto sul raccordo, ha provocato uno strappo fra Comune e Protezione Civile, ha inchiodato alle sue (presunte) responsabilità il sindaco Alemanno (costretto a difendersi dagli assalti di Telese, del tipo "piove, governo ladro"). Abbiamo assistito (indenni) allo stato di emergenza, abbiamo aspettato invano che qualcuno gettasse il sale sulle strade, sperato che gli spazzaneve arrivassero prima che i soffici candidi fiocchi si trasformassero in pesanti, fangosi lastroni di ghiaccio.
Insomma, Roma (e provincia, e il resto dell’Italia) non erano pronte alla grande nevicata figlia del "raffredamento globale", e le scene di panico nella Capitale lo hanno ampiamente dimostrato. Si può discutere e litigare e difendere ognuno le proprie ragioni, prendersela con la Protezione Civile come ha fatto il sindaco di Roma o prendersela con Alemanno come ha fatto l’ex sindaco Veltroni, ma, pensandoci bene, ci ha colpito un altro aspetto del "Grande Freddo" che ha avvolto la Città Eterna, e che riguarda, per la precisione, i romani.
I quali sembrava non aspettassero altro che la supernevicata per vivere una giornata da scalatori del Monte Bianco, con tanto di Moonboot all’ultima moda, sciarpone e cappellini, qualcuno ha tirato fuori pure gli scii, gli slittini, lo snowboard, neanche fossero a Cortina, Cervinia o Courmayer. E così da una parte i poveri cristi semi-assiderati, l’assedio del gelo a vecchi bambini e donne incinte, gli alberi crollati sulle auto sfasciate.
Dall’altra lo slittare nervoso e ostentato dei Porsche Cayenne, dei Range Rover e degli Hummer, gli unici automezzi ad affrontare la strada sprezzanti del pericolo. Sperando che alla prossima e già annunciata nevicata l’Agenzia delle Entrate non metta nuovi posti di blocco tra Piazza Euclide e Viale Parioli.
