Solo dopo Annapolis gli Usa potranno affermare di aver vinto la guerra in Iraq

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Solo dopo Annapolis gli Usa potranno affermare di aver vinto la guerra in Iraq

14 Novembre 2007

E’ difficile al momento dare un giudizio sulla guerra in
Iraq, perché il futuro del Medio Oriente
dipende anche dall’esito della conferenza internazionale di pace che dovrebbe
svolgersi a Annapolis, in Maryland, indicativamente il prossimo 26 novembre.
Non sappiamo ancora se e quando effettivamente la conferenza si terrà, né se vi
andranno gli stati arabi moderati, né come stiano effettivamente andando i
colloqui tra israeliani e Autorità nazionale palestinese a Gerusalemme in
preparazione all’incontro di Annapolis. Come ha scritto recentemente sulla Stampa
Henry Kissinger,  il timore di un
Iran dominante dei sunniti moderati, unito a quello di americani, israeliani ed
europei incoraggia la speranza che un accordo tra Israele e suoi vicini arabi
possa attenuare, o addirittura, eliminare le comuni paure. Se la conferenza di
Annapolis si rivelasse un successo, si aprirebbe una nuova fase per il Medio
Oriente e quindi, forse, anche la guerra in Iraq ci apparirebbe in una
prospettiva diversa. Diversamente, il conflitto si allargherà: gli Stati Uniti
stanno costruendo in Iraq una base chiamata Combat Outpost Shocker a cinque miglia
dal confine dell’Iran, che Bush non esclude 
di bombardare e in questo caso è chiaro che il conflitto potrebbe
ampliarsi con conseguenze imprevedibili. 

Per quanto riguarda la guerra in Iraq, come ha scritto
Leonardo Tirabassi sull’Occidentale, per vincere una guerra non è sufficiente disporre della forza
della ragione, che ha poco a che fare con la forza della armi, anzi  si può vincere una guerra militarmente e
perderla politicamente. Al momento non è possibile dire che gli Stati Uniti
stiano vincendo la guerra in Iraq e per questo sono scattati i paragoni col
Vietnam. Da una parte, l’Iraq non è il Vietnam per ragioni geografiche,
storiche e perché in Vietnam non intervennero né gli inglesi, né altri eserciti
europei, come è invece accaduto in Iraq. D’altra, in Iraq con gli americani
sono intervenuti anche gli inglesi e altri stati europei, ma la direzione
politica e militare  della guerra è stata
americana e  da questa prospettiva è
fondato il paragone col Vietnam, la guerra americana per eccellenza.

Rispetto al Vietnam, la guerra in Iraq dimostra un grande
cambiamento della   guerra americana.
Dopo lo shock del Vietnam gli americani hanno accentuato la superiorità
tecnologica bellica e hanno modificato le regole di reclutamento dei soldati.
La guerra in Iraq non viene combattuta da un esercito di leva, ma da soldati
professionisti molto giovani e anche da guardie di compagnie private – come la
Blackwater, ora sotto accusa per la morte di 17 civili iracheni –  provenienti da paesi come il Perù e il Nepal.
Nella attuale guerra americana vi è stata una rivoluzione tecnologica e
ideologica, che non era presente in Vietnam, dove non si parlò di conflitto di
civiltà, né di guerra contro il Male. In generale, però, è stata la superiorità
tecnologica occidentale a comportare il problema della guerra asimmetrica,
riscontrato da Leonardo Tirabassi negli ultimi cinquant’anni di small wars combattute dopo la seconda
guerra mondiale da paesi occidentali. Di fronte a eserciti altamente
tecnologizzati, il nemico in stato di evidente inferiorità reagisce con la
guerra asimmetrica: guerriglia e terrorismo. D’altronde, la guerriglia ( da guerrilla) fu la guerra asimmetrica
condotta dagli spagnoli quando furono invasi da Napoleone e non erano in
condizione di affrontare direttamente l’esercito francese.  La tecnologizzazione della guerra,  necessaria per guerre brevi, vittoriose e con
poche perdite, comporta una serie di effetti collaterali sulle popolazioni
civili che vanificano ogni tentativo hobbesiano e schmittiano di
regolamentazione della guerra e di una sua riduzione a conflitti tra stati.
Forse con una guerra meno tecnologica e spettacolare gli americani sarebbero
ugualmente entrati in Baghdad (l’esercito iracheno non oppose resistenza, la
popolazione era stanca ed esausta per l’embargo, ben disposta a liberarsi di
Saddam) e avrebbero evitato il risentimento iracheno contro i bombardamenti.

Come ha dimostrato una recente inchiesta del Times,
l’effetto dei bombardamenti della operazione “Shock and Awe” della primavera
2002 ha prodotto nella middle class di Baghdad uno stato di depressione e
risentimento da condurre al terrorismo giovani professionisti ai quali non
sarebbe mai venuto in mente di farsi saltare in aria e di vedere in Al Qaeda
l’unico punto di riferimento possibile. La legittimazione della guerra in Iraq
come guerra contro il fondamentalismo islamico ha prodotto la paradossale
situazione di un giovane avvocato iracheno laico e borghese, con uno stile di
vita occidentale, che ha finito per trovare razionale diventare martire di Al
Qaeda. E’ chiaro che l’Occidente si trova nella necessità di elaborare una
diversa strategia della guerra di fronte a tali effetti e, data l’attuale
situazione irachena, vi sono dubbi al momento che la campagna di counterinsurgency del generale Petraeus
possa avere successo, a meno che appunto la diplomazia di Annapolis abbia un
esito positivo, che finirebbe per aprire nuove prospettive ai tutti i conflitti
in Medio Oriente e anche in Iraq. Ad Annapolis si sta giocando una partita importante
e per Kissinger la forza degli stati arabi moderati dipende dalla presenza
americana in Iraq e Afghanistan, ma dipende anche dalla capacità e volontà di
israeliani e palestinesi di trovare un’intesa realistica. L’America purtroppo
non ha vinto deponendo Saddam, come afferma Alia K. Nardini, e non ha lasciato
Baghdad perché lo scopo della guerra non era quello sbandierato dalla
propaganda di esportare la democrazia in Iraq, a cui aveva venduto armi nella
guerra contro l’Iran, ma di insediarsi nella regione e costruire basi ai
confini dell’Iran per raggiungere l’obiettivo della road map. Il principio
della road map fu enunciato da Bush in un discorso del 24 giugno 2004 e
consiste nel realizzare la possibilità di un’ esistenza sicura allo Stato di Israele
in una Palestina pacificata e democratica. Se tale risultato sarà raggiunto ad
Annapolis, gli Stati Uniti potranno affermare di avere vinto la guerra e quel
misto di spregiudicatezza e moralismo che costituisce da sempre la forza degli
States potrà di nuovo far volare l’aquila americana.