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Solo i privati possono salvare la Rai da se stessa e da Gentiloni

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Quando si parla di televisione, la classe dirigente italiana non sa davvero che pesci pigliare. Tanto si procede a tentoni, ci si appiglia a qualsiasi pretesto, si approfitta di qualsiasi occasione pur di mostrarsi solleciti, che si finisce per cadere continuamente in contraddizione.

E così, in poche ore siamo passati da un ministro delle Comunicazioni (di centrosinistra) che applaude il presidente francese (di destra) per la sua proposta di gestione della televisione pubblica; a un pool di magistrati che con singolare solerzia rinvia a giudizio un ex direttore generale RAI per imputazioni di discutibile rilievo, salvo poi ignorare completamente l’emergenza rifiuti in Campania; a un presidente della commissione Affari Istituzionali della Camera che convoca i direttori dei telegiornali per ammonirli a (dis)informare i cittadini sul tema della sicurezza. E se nel caso di Violante non ci meraviglieremo del fatto che la stessa sinistra che stigmatizzava la censura al proposito taccia imbarazzata, e nel caso dei pubblici ministeri napoletani potremo ben comprendere come le bollenti telefonate per un posto di infermiera in “Incantesimo” attraggano l’audience più di cumuli esorbitanti di monnezza, spiegarsi Gentiloni che applaude Sarkozy è davvero difficile.

Introdurre la tassazione della pubblicità sulle emittenti private per finanziare quella pubblica in Italia significherebbe introdurre una pesante turbativa in un mercato dagli equilibri già delicati.

Ma come, non era l’obiettivo del ministro quello di favorire la liberalizzazione del mercato televisivo italiano?

Non puntava Gentiloni ad alleggerire il fardello che oggi l’azienda radiotelevisiva pubblica rappresenta – e che sarebbe invece di fatto aggravato, secondo l’ipotesi sarkozista, da un ulteriore balzello indiretto sui consumatori, come ha sostenuto l’ADUC?

La proposta del presidente francese, che procede direttamente dalla sua politica dirigista, mal si accorda con i buoni propositi del ministero italiano e con le ipotesi da questo già formulate, anche in sede legislativa, per realizzarli.

A tutto ciò si aggiunge un piccolo dettaglio, che all’ex paladino dell’innovazione mediatica Gentiloni è forse sfuggito: secondo Sarkozy, oltre alle televisioni commerciali, bisognerebbe tassare (sia pure in misura “infinitesimale”) anche il fatturato dei nuovi mezzi di comunicazione, vale a dire Internet e la telefonia mobile, che si troverebbero così a sostenere un gravame del tutto immotivato.

A pensarci bene, è forse questo l’aspetto che meglio si intona alla politica del governo Prodi: i nuovi media che sostengono i vecchi (ma ancora nel pieno del vigore) rappresentano una situazione paragonabile a quella per cui i giovani italiani appena entrati nel mercato lavorativo, grazie alla riforma del sistema pensionistico, sono condannati a pagare per decenni il mantenimento dei lavoratori, sedicenti anziani, che lo hanno appena lasciato (in un'età in cui i loro figli potranno solo sognare l'agognato riposo).

Se davvero Gentiloni auspica che il servizio radiotelevisivo pubblico abbandoni del tutto la forma di finanziamento legato agli investimenti pubblicitari, dovrebbe avere anzitutto il coraggio di ridimensionarne le pretese (e le prebende), ammettendo ad esempio che tre emittenti terrestri (spesso in sovrapposizione tra di oro e con la concorrenza) e innumerevoli satellitari sono decisamente troppe per i mezzi disponibili.

In secondo luogo, dovrebbe ammettere che se lo Stato - come pare - non è in grado di provvedere da solo alle esigenze economiche del broadcasting pubblico nulla sarebbe meglio che affidare il suo mantenimento  a un capitale privato in grado di sostenerlo.

Non è necessario gettare via il bambino con l'acqua sporca; si può rinunciare alla pubblicità senza dover bandire ogni forma di contributo privato, basta imboccare con decisione la via della privatizzazione della RAI, con il vincolo di rispettare un contratto di servizio. Anche senza guardare oltralpe, il ministro scoprirebbe che "pubblico" e "statale" non coincidono, e che l'intervento dei privati – disciplinato e al riparo dalle forme "selvagge" che sembrano caratterizzare l'invasione dell'etere da parte degli inserzionisti – rappresenta una soluzione auspicabile, efficace, poco invasiva (al contrario della soluzione sarkozista) e accettabile sia per le emittenti pubbliche sia per quelle private sia per gli ultimi arrivati nel campo mediatico, che proprio come i giovani lavoratori non meritano di espiare colpe non loro.

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