Solo il nostro ministro degli Esteri crede nel dialogo con Hamas
14 Marzo 2008
Se Massimo D’Alema con tanta passione torna al
suo leit motiv, «parlare con Hamas», proprio nel momento in cui si scoprono le
carte della campagna elettorale, evidentemente ritiene che ci sia una porzione
di opinione pubblica che viene attratta, eccitata, convinta da questo suo punto
di vista. Peccato per lui, e fortuna per l’Italia, che compia due sbagli
importanti, uno conoscitivo e l’altro morale. Gli italiani sanno e sentono, e
anche molti del partito del Ministro degli Esteri si sentono a disagio perché
conoscono la determinazione omicida e religiosa di Hamas. Magari non avranno
letto per intero la Carta costitutiva di questa organizzazione estremista
islamica, ma più o meno ne conoscono il contenuto: promette la distruzione
dell’entità sionista, che non merita neppure il nome di Israele, assicura la
cacciata degli infedeli dal Medio Oriente e la vittoria mondiale dell’Islam,
chiede alle pietre e ai cespugli di avvisare il credente islamico se per caso
dietro di loro si nasconda un ebreo, per poterlo uccidere. Perché gli ebrei,
come ripete spesso Hamas nella sua propaganda, sono «figli di porci e di
scimmie».
L’italiano medio sa che Gaza nel 2006 fu lasciata nelle mani dei palestinesi
per diventare un primo abbozzo di Stato palestinese indipendente, e per questo
gran parte delle infrastrutture economiche furono consegnate ai nuovi padroni.
Sui valichi per Israele fu stabilita una gestione internazionale. Ma Hamas
vinse le elezioni e impedì lo sviluppo di qualsiasi speranza: distrusse subito
le infrastrutture lasciate in piedi, ignorò lo sviluppo economico dello Stato
palestinese – che vuole al posto di Israele e non accanto a esso – dichiarò che
la democrazia è anatema, e instaurò un regime autoritario, torturatore e
assassino, inclemente con i musulmani dissidenti così come con i cristiani. Un
regime che si serve di sicari, un regime che rapisce, che vessa innanzitutto la
propria popolazione a Gaza e che ha violato, nel territorio che governa, tutti
i diritti umani.
Pensa forse D’Alema che gli italiani non siano sensibili a questi temi? Che non
sappiano vedere dove cercare la pace e dove risiede la guerra? In secondo
luogo, l’italiano medio sa che, mentre Abu Mazen cercava di cambiare il clima
dopo la morte di Arafat e dell’Intifada del terrore, Hamas lo ha cacciato da
Gaza cannoneggiando ospedali e case, uccidendo per strada a freddo donne e
bambini. Hamas è nemico di Abu Mazen. Dopo aver fatto fuori Fatah, ha fatto di
Gaza una rampa di lancio di missili e ha preso a cannoneggiare la gente di
Israele, usando la propria popolazione come scudo umano. Come mi ha raccontato
chi ha partecipato personalmente alla battaglia, la ferocia e il tradimento
hanno battuto le milizie di Abu Mazen. Dunque, quando D’Alema ricorda, quasi
porgendo a chi lo ascolta un talismano, la vittoria elettorale di Hamas, è un
trucco concettuale per attribuirgli un connotato democratico. Ma Hamas non ha
mai creduto nella democrazia, ma nella violenza, e ha usato le elezioni per
instaurare una dittatura. Il movimento islamico non riconoscerà mai Israele,
non cercherà mai la pace: non è un interlocutore. Ma qui viene un altro punto
fondamentale: perché, invece, tramite l’Egitto, Hamas cerca in questi giorni
un’hudna, una tregua che le consenta di prendere fiato dopo aver subito molte
perdite, o di far entrare armi e uomini addestrati in Siria e in Iran per
rimpiazzare le perdite. E anche Israele desidera certo far rifiatare la
popolazione di Sderot e di Ashkelon. Ma questo non c’entra con “parlare” con
Hamas; questo non trasformerà il ranocchio in principe azzurro. Non lo
legittimerà come invece sembra desiderare D’Alema. La legittimazione può invece
fare il gioco di una organizzazione terroristica che ha capito quanto sia utile
mettere la fede al servizio di una strategia che parte dall’Iran, dalla
rivincita islamica sull’Occidente. Chi parla senza virgolette con Hamas, deve
sempre sapere quello che gli italiani sanno benissimo: che legittimarlo
rafforzerà il suo trionfalismo terroristico, rafforzerà l’asse Iran, Siria,
Hezbollah, Hamas; sminuirà la messa al bando, nel mondo, del terrorismo e della
violenza.
Da Il Giornale del 14 marzo 2008
