Solo la deterrenza può fermare la Russia di Putin

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Solo la deterrenza può fermare la Russia di Putin

Solo la deterrenza può fermare la Russia di Putin

11 Luglio 2025

Al vertice NATO de L’Aia, Donald Trump ha imposto ai Paesi dell’Alleanza un aumento consistente delle spese militari. E puntualmente, in Europa si è riacceso il vecchio scontro tra “riarmisti” e pacifisti. I primi sanno che, in un mondo segnato dal disimpegno americano e dal caos globale, l’Europa non può più limitarsi a godere dell’ombrello atlantico senza contribuire seriamente alla propria difesa. Il riarmo non nasce da un impulso bellicista, ma rappresenta l’occasione per costruire una strategia di sicurezza più autonoma da Washington. Più difficile, invece, capire il fronte pacifista. Una coalizione disomogenea di socialisti, sinistra radicale e populisti che ripropone vecchi slogan ideologici, ignorando la lezione della storia: senza deterrenza, la diplomazia annaspa.

In Spagna, il governo Sánchez vacilla sotto il peso di scandali e inchieste. E così il premier ha scelto di isolarsi nella foto di famiglia del vertice NATO: un gesto simbolico per prendere le distanze da Trump e dall’aumento delle spese militari. Più che una scelta strategica, una scorciatoia mediatica per restare a galla, soprattutto sui social. Anche in Italia, i pacifisti hanno fiutato l’umore del momento. L’opinione pubblica è stanca della guerra in Ucraina, frammentata e disillusa. Così, da sinistra arriva la proposta di una raccolta firme contro il riarmo. Il “campo largo” fatica a decollare, ma lo slogan è già pronto: ogni euro alla Difesa è un euro sottratto a scuola e sanità. Una formula semplice, emotiva, ma fuorviante. Viene cavalcata da quelle forze politiche che, per rafforzare il consenso soprattutto nel Mezzogiorno, puntano a blindare le proprie roccaforti.

Il Partito Democratico, in particolare, sembra attraversato dalle contraddizioni: da un lato, le critiche al piano europeo di riarmo; dall’altro, la componente riformista consapevole che rompere con Bruxelles e la NATO significherebbe compromettere la credibilità internazionale dell’Italia. In ogni caso, l’equazione “più cannoni, meno ospedali” non regge. Confondere gli investimenti pluriennali nella sicurezza strategica con la spesa corrente per scuole e sanità è una scorciatoia ideologica. Come quella di Sánchez. In una democrazia adulta, la Difesa è un bene comune. Al pari della scuola e della sanità. E può persino diventare una leva di sviluppo. Il Mezzogiorno, ad esempio, potrebbe entrare nella filiera tecnologica e industriale della sicurezza europea, attrarre investimenti, ospitare imprese innovative, formare nuove competenze. Ma si preferisce offrire ai meridionali una riedizione aggiornata della “decrescita disarmata”.

Fin qui il quadro politico. Ma c’è anche la lezione della storia. Negli anni Ottanta, l’URSS puntò i missili SS-20 sull’Europa. L’Alleanza Atlantica rispose con i Cruise e i Pershing, anche in Italia, a Comiso. Apriti cielo: la sinistra e i movimenti pacifisti scesero in piazza, convinti che fiaccolate e sit-in bastassero a disinnescare il rischio di una escalation tra USA e URSS. Ma fu la deterrenza — non i cortei — a costringere Mosca al tavolo con Reagan. Da lì nacque il primo vero trattato sul disarmo nucleare. Il riarmo, oggi, non serve a militarizzare l’economia. Serve a prepararsi a un mondo conflittuale senza rinunciare ai valori della pace e della libertà. La posta in gioco è alta: l’Europa ha bisogno di una governance condivisa, interoperabilità tra gli eserciti, acquisti integrati, strumenti finanziari comuni. Non sarà facile, ma è la strada giusta. Perché il bivio non è quello tra carri armati e asili nido. Ma tra preparazione e improvvisazione.