Solo lo Stato può fornire la certezza del posto fisso. E Tremonti lo sa

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Solo lo Stato può fornire la certezza del posto fisso. E Tremonti lo sa

26 Ottobre 2009

Divergenze parallele. Giulio Tremonti ha sostenuto che il "posto fisso" è un valore, al contrario della flessibilità e la mobilità, proprio mentre la Camera licenziava in prima lettura il decreto Gelmini "salva-precari" della scuola, nel quale viene estesa, a fronte di taluni requisiti, l’indennità di disoccupazione al personale scolastico supplente non confermato.

La sinistra arriccia il naso e sostiene che l’idea del posto fisso appartiene al secolo scorso, mentre oggi la linea è quella della flexecurity, ma nello stesso tempo continua a perorare la stabilizzazione dei docenti precari, a prescindere da tutto, come se non sapesse (invece lo sa) che nella scuola pubblica vi è un insegnante ogni dieci studenti, mentre la popolazione scolastica è di 7,7 milioni di studenti a fronte di 850mila docenti, i quali espletano meno ore di insegnamento nette rispetto ai loro colleghi dell’Ocse.

Ma perché il superministro dell’Economia si è avventurato lungo la strada impervia di un tema che da anni ossessiona il dibattito politico, nonostante che nel mondo del lavoro privato alle dipendenze ben l’87% dei lavoratori sia assunta a tempo indeterminato? E perché lo ha fatto con un’apparenza di ovvietà, di buon senso comune, quando l’ultima dichiarazione è invece soltanto l’ulteriore conferma di un pensiero coerente che è partito dalle teorie neocolbertiste, è passato attraverso la polemica sulla globalizzazione e sul modo in cui è stata realizzata e se l’è presa con la concorrenza cinese?

Nell’esternazione di Tremonti anche le parole hanno un preciso significato. Invece del sostantivo "posto" il ministro avrebbe potuto usare più correttamente il concetto di "rapporto di lavoro". Anziché l’aggettivo "fisso" avrebbe potuto servirsi della definizione "a tempo indeterminato" o più semplicemente della parola "stabile".

In Italia, lo ricordiamo per inciso, nel lavoro dipendente privato l’87% degli occupati ha un contratto a tempo indeterminato. Parlando di "posto fisso" il ministro ha compiuto un’operazione molto più esplicita evocando a bella posta un aspetto deteriore del lavoro nella pubblica amministrazione: quello prigioniero di una concezione proprietaria del posto di lavoro (tanto da poterlo lasciare in eredità ai figli), di uno status intoccabile e inamovibile assurto al rango di valore proprio quando il suo collega Renato Brunetta si sta adoperando, con la sua legge di riforma del lavoro pubblico, di cambiare le regole del gioco.

Quella di Tremonti, dunque, non è una "voce dal sen fuggita" ma una precisa convinzione che si iscrive in un percorso culturale più volte manifestato a fronte alta; magari sbagliando, ma senza finzioni.

Intendiamoci bene, Giulio Tremonti è un ottimo ministro: in ognuna delle sue battaglie ha messo in luce dei problemi reali che esigono delle risposte. Ma le soluzioni non possono essere cercate e trovate in un impossibile ritorno al passato. Quando, durante gli anni (dal 2001 al 2006) di una delle "crisi più lunghe del dopoguerra", le piccole imprese italiane – improvvisamente private della prassi delle "svalutazioni competitive" della lira e vincolate alle virtù forzate della moneta unica – si ingegnavano a recuperare delle nicchie qualificate nei mercati internazionali (e in grande maggioranza ci riuscivano), Tremonti evocava il pericolo cinese, come se non sapesse che le aziende incapaci di sostenere quel livello di concorrenza e di compiere un salto di qualità nelle tecnologie e nei prodotti, non avrebbero mai potuto avere una prospettiva di sopravvivenza. Mentre, di converso, in Cina, come in India, si aprivano opportunità nuove per il sistema produttivo dei Paesi sviluppati. Allora, Tremonti sceglieva di parlare alla parte più arretrata del mondo dell’impresa.

Oggi, con la rivalutazione del "posto fisso" il superministro si rivolge a quei settori del mercato del lavoro che non si limitano a rivendicare altre forme di tutela sostenibili e coerenti con le nuove e diverse esigenze dell’economia, ma che vorrebbero imboccare la scorciatoia dell’impiego pubblico, perché solo lo Stato può fornire la certezza assoluta del "posto fisso". Non era forse così nell’Urss di Breznev?