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Escalation del terrorismo islamico

Somalia, quel governo provvisorio che non c’è

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La strage del 24 agosto ha riportato l’attenzione internazionale sulla Somalia. Indossando divise militari, dei combattenti Shebaab, un gruppo armato antigovernativo legato ad al Qaeda, si sono introdotti nell’hotel Muna di Mogadiscio, frequentato da uomini politici per la sua prossimità a Villa Somalia, la residenza presidenziale. Due terroristi si sono poi fatti esplodere provocando decine di feriti e la morte di 41 persone: cinque agenti di sicurezza e 36 civili, sei dei quali erano dei parlamentari.

Non è la prima volta che delle alte cariche politiche cadono vittime di attentati rivendicati dagli Shebaab. Nel dicembre del 2009 quattro ministri sono stati uccisi insieme ad altre 18 persone: un uomo in abito da donna islamico (un niqab che copre tutto il corpo con soltanto una fessura all’altezza degli occhi) si è fatto esplodere in un altro hotel della capitale, il Shamu, mentre era in corso una festa di laurea. Sei mesi prima era toccato al ministro della Sicurezza: questa volta l’attentatore suicida, guidando un’auto imbottita di esplosivo, si era scagliato contro l’hotel Medina, a Beledweyn, causando 50 morti e 100 feriti.

L’attentato all’hotel Muna potrebbe essere la risposta all’annuncio, dato il giorno prima, dell’imminente arrivo a Mogadiscio di centinaia di soldati destinati a rafforzare la Amisom, la missione di peacekeeping inviata dall’Unione Africana all’inizio del 2007 con l’incarico di presidiare le sedi delle istituzioni politiche e di mettere in sicurezza le principali arterie della capitale, consentendo i collegamenti con il porto e con l’aeroporto internazionale. Nei giorni precedenti, gli Shebaab avevano intensificato i combattimenti in diversi quartieri. La loro offensiva è continuata nei giorni successivi con l’obiettivo di impadronirsi di nuovi punti strategici. Tra l’altro è stata occupata la sede di Radio Iqk/Sacro Corano: gli Shebaab hanno annunciato di volerne gestire d’ora in poi i programmi trasmettendo notiziari e programmi di carattere religioso come già fanno con altre emittenti nei territori sotto il loro controllo.

Sempre agli Shebaab si devono gli attentati messi a segno l’11 luglio in Uganda, lo stato che fornisce il grosso delle truppe Amisom. Come si ricorderà, due bombe sono esplose in altrettanti locali pubblici della capitale Kampala, in quel momento gremiti di clienti intenti a seguire la finale del campionato mondiale di calcio del Sudafrica: 76 le vittime. Il 1° luglio la Somalia avrebbe dovuto celebrare i 50 anni d’indipendenza. Per l’occasione Radio Shabelle, a Mogadiscio, ha trasmesso canti patriotici, ma da tanto tempo in Somalia non c’è nulla di cui essere fieri né da festeggiare. Milioni di somali dipendono per sopravvivere dall’assistenza umanitaria internazionale, centinaia di migliaia sono sfollati e profughi, le vittime civili si contano a decine di migliaia ogni anno. È il risultato di 20 anni di guerra: combattuta prima per spodestare il dittatore Siad Barre, nel 1991 costretto all’esilio da un effimera alleanza di clan, e poi, fino ai nostri giorni, per contendere ai clan tornati rivali potere e risorse. Prima ancora, il paese aveva patito i danni della dittatura militare e del socialismo scientifico imposti da Barre e dal suo clan, al potere dal 1969 grazie a un colpo di stato.

Il resto del mondo nel frattempo non è stato a guardare. Le Nazioni Unite tra il 1992 e il 1995 hanno organizzato 2 missioni, Unosom I e Unosmo II, e hanno sostenuto la missione Unitaf degli USA. Intanto, con una pressante attività diplomatica alla quale hanno collaborato alcuni stati, tra i quali l’Italia, e l’Igad, l’organismo regionale che riunisce sette paesi del Corno d’Africa, si era ottenuto di far sedere attorno a un tavolo i portavoce dei clan contendenti. Nel 2004, dopo anni di negoziati svoltisi in Kenya mentre in Somalia la guerra continuava, sono state create le attuali istituzioni politiche di transizione, trasferite in patria l’anno successivo con l’unico effetto di dimostrare l’illusorietà degli accordi faticosamente raggiunti. Accordatisi per spartirsi governo e parlamento, i capi clan e di lignaggio non hanno però deposto le armi e, anzi, una parte di essi ha dato vita a una nuova coalizione, l’Unione delle Corti Islamiche, legata al terrorismo islamico internazionale e forte abbastanza da impadronirsi di Mogadiscio e di altre importanti città. Per salvare le istituzioni politiche di transizione e per arginare l’infiltrazione del fondamentalismo islamico militante a cui si deve la nascita degli attuali gruppi antigovernativi che impongono la legge coranica nei territori conquistati, alla fine del 2006 è intervenuta l’Etiopia, con l’appoggio degli Stati Uniti, ritiratasi poi l’anno successivo e sostituita dalla Amisom.

In questi vent’anni, di errori se ne sono commessi tanti, ma il maggiore è stato insistere sulla creazione di un governo espressione di tutti i clan del paese e poi sostenerlo finanziariamente e politicamente a oltranza, malgrado l’evidente incapacità dei “signori della guerra” di convivere e di guardare al di là dell’interesse del proprio clan, del proprio lignaggio, come dimostrano le immediate violazioni dei termini dei negoziati sottoscritti e delle alleanze politiche accettate soltanto sulla carta, per compiacere la comunità internazionale, e i continui contrasti che oppongono le cariche politiche e dividono parlamento e governo. Forse era l’unica via praticabile, ma non funziona.

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