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Sono tre i veri nodi della Finanza pubblica

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Per mesi abbiamo assistito al tira e molla sul destino del tesoretto (pari, secondo il Ministro Padoa Schioppa, allo 0,4% del PIL), un extra-gettito di difficile ed incerta quantificazione che a detta degli esperti (compresa la Corte dei Conti e l’Unione Europea) sarebbe dovuto essere destinato esclusivamente al risanamento del debito pubblico.

A dispetto di tutto ciò, il DPEF 2008-2011, preoccupandosi più della tenuta della maggioranza che della salute della nostra economia, ha preferito adottare una soluzione a metà tra il rigore e l’ennesimo aumento della spesa pubblica prevedendo interventi in campo sociale (2,3 miliardi), a favore dello sviluppo (2,3 miliardi), della sicurezza e del funzionamento delle amministrazioni (1,9 miliardi). Il risultato? Una strategia di finanza pubblica illogica ed incomprensibile tale per cui, dopo una finanziaria ispirata al rigore ed al risanamento (qual è stata quella per il 2007) il Governo ha approvato all’unanimità un DPEF in cui non solo le maggiori entrate non sono state destinate al risanamento, ma sono state previste spese in misura maggiore facendo ulteriormente crescere il deficit pubblico il cui obiettivo per il 2007 è stato innalzato dal 2,3% al 2,5%.  

In un simile contesto, sciogliere i nodi irrisolti della finanza pubblica è ancora possibile ma occorre realizzare una decisa inversione di tendenza, ripensando alla finanza pubblica non più solo in termini di strumento di redistribuzione del reddito e di equità sociale, bensì di sviluppo, di supporto alla creatività dei singoli, delle imprese, delle organizzazioni sociali (in primis della famiglia) secondo un approccio basato sull’analisi costi-benefici, in un contesto di rigore, trasparenza e certezza dei conti pubblici.

Il DPEF non offre garanzie in tale direzione, assomiglia sempre più ad un “test” di praticabilità politica delle scelte economiche del Governo, la cui sostanza è però rinviata al momento di presentazione della legge finanziaria. Pertanto, un primo vero segnale di inversione di tendenza potrebbe essere offerto dal Parlamento solo con il superamento della recente prassi legislativa delle finanziarie “omnibus” che incentivano “l’assalto alla diligenza”, cui abbiamo assistito negli ultimi anni, da parte dei partiti più irresponsabili. L’auspicato ripensamento della finanza pubblica passa, infatti, anche attraverso l’adozione di una legge finanziaria che permetta di monitorare costantemente la spesa, di adeguare continuamente gli obiettivi alle risorse disponibili e di valutare in modo trasparente e veritiero, i risultati ottenuti.

Questo, nel complesso,  è solo uno dei nodi della finanza pubblica. Il terzo per la precisione.

Dal dopo guerra in poi, nel nostro Paese più che in altri, lo Stato ha assunto un sempre crescente ruolo di distributore di risorse che ha prodotto un’insostenibile dilatazione delle dimensioni della spesa pubblica ed una forte tensione (che tutt’ora persiste) tra risorse disponibili e richieste da esaudire. Nonostate le riforme che, specie negli anni novanta, hanno interessato la finanza pubblica e la pubblica amministrazione, l’intervento pubblico (specie nell’economia e nei settori sociali) risulta non solo ancora decisamente elevato ma, cosa ancor peggiore, fortemente inefficiente ed inefficace. E tutto ciò, con evidenti ricadute negative sui conti pubblici e sulle tasche dei cittadini e delle imprese.

Gli altri nodi irrisolti della finanza pubblica (oltre alla tendenza ad impiegare risorse in misura maggiore rispetto alle entrate quale prezzo per la sopravvvenza politica delle maggioranze di governo, di cui abbiamo già parlato)  sono due: un apparato amministrativo “pesante” ed “incontrollabile” gestito secondo logiche fortemente burocratiche e politicizzate (a dispetto della separazione tra politica ed amministrazione rimasta, per molto versi, lettera morta); l’incapacità di dar vita a flussi di gettito soddisfacenti attraverso il ricorso a fonti diverse dalle misure fiscali.

Quanto al primo aspetto, relativo alla pesantezza dell’apparato pubblico ed alla sua scarsa produttività, si sono spese già molte parole. Purtroppo però, come spesso accade, a fronte di tante parole, i fatti sono stati pochi, pochissimi. Un esempio su tutti? Il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, secondo la Corte dei Conti, “ha comportato un aumento complessivo dei redditi da lavoro dipendente di poco inferiore al 9% […] a fronte di un obiettivo programmatico nell’ordine del 4% circa” e ciò, ovviamente, senza alcuna contropartita in termini di incremento della produttività dei dipendenti pubblici. Un ulteriore esempio? Una spesa sanitaria che cresce in modo incontrollabile, oltre che per l’invecchiamento della popolazione e l’emergere di nuovi bisogni, per l’inefficienza delle strutture sanitarie pubbliche e per l’incapacità di effettuare un serio monitoraggio della spesa attraverso idonei strumenti di controllo, coordinamento e sinergia.

Quanto al secondo aspetto, che è poi connesso al primo, spesso ci si dimentica che l’acquisizione dei mezzi finanziari necessari a realizzare le politiche pubbliche può avvenire anche attraverso strumenti diversi dal prelievo fiscale quali la gestione imprenditoriale del patrimonio pubblico, lo sfruttamento dei beni demaniali, la gestione di musei ed opere d’arte, la cessione (secondo canoni di economicità) del patrimonio pubblico, la partecipazione a società svolgenti attività economico-imprenditoriali e capaci di generare profitti, la riduzione dei costi interni alle amministrazioni o il taglio delle spese superflue. Occorre tuttavia essere consci del fatto che generare flussi di cassa attraverso tali strumenti non è né semplice né agevole per il settore pubblico poiché presuppone un apparato amministrativo efficiente e virtuoso. Così, con una disarmante arrendevolezza, si è sin qui preferito seguire la strada (decisamente più in discesa) dell’incremento della pressione fiscale (secondo la Corte dei Conti passata dal 40,6% del 2005 al 42,3% del 2006) e della diminuzione delle spese in conto capitale, con tanti saluti agli investimenti infrastrutturali necessari alla competitività delle nostre imprese.

Nel 1835 Alexis de Tocqueville, nella sua opera “La democrazia in America”, notava come nelle democrazie, più che negli altri ordinamenti politici, vi fosse una maggiore propensione all’incremento della spesa pubblica dettata principalmente da quella spinta verso l’uguaglianza insita nei regimi democratici. La storia ha sin qui dato ragione a Tocqueville.

Ciò a maggior ragione nel nostro Paese dove l’ennesima conferma della bontà di tale intuizione ci è offerta, oltre che dal recente dibattito sul “tesoretto” e sull’abolizione dello “scalone”, dalla relazione della magistratura contabile in ordine al Rendiconto generale dello Stato presentato qualche giorno fa a Roma. Un giudizio, quello della Corte dei Conti, affatto lusinghiero per la nostra finanza pubblica dove la magistratura non ha mancato di sollevare numerosi motivi di preoccupazione e moniti per le future scelte di finanza pubblica.

L’elevata pressione fiscale, la diminuzione degli investimenti pubblici, la crescita incontrollata della spesa corrente (specie nelle categorie a rischio del pubblico impiego, della previdenza e della sanità), il persistente alto tasso di illegalità nelle gestioni pubbliche, l’incertezza e instabilità di alcune voci di entrata (come quelle derivanti dalla lotta all’evasione fiscale o dalla cessione del patromonio immobiliare pubblico), il preoccupante ricorso all’indebitamento e alle cartolarizzazioni (specie da parte delle regioni), la pericolosa triangolazione tra Stato-banche-imprese sui  trasferimenti ai settori produttivi, non permettono, secondo la Corte, di ritenere sciolti quei nodi della finanza pubblica che, ormai da decenni, affliggono il nostro sistema economico.

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