Sorvegliare e punire. Il programma elettorale di Luigi De Magistris
26 Maggio 2011
Il 29 e il 30 maggio a Napoli si vota per il ballottaggio. Il programma elettorale di Luigi De Magistris, nella sua parte scritta interamente dai napoletani, si riduce a due pagine di un pdf scaricabile da Internet, che ruotano intorno a un unico concetto. Pervasivo, ineludibile. Il controllo sociale. “Posizionamento di una webcam nelle sale consiliari per mettere on line le sedute”, chiede integerrimo un certo Carmine Erra, tra i cittadini scelti a comporre l’audace manifesto. “L’istituzione di una polizia turistica per assistere i turisti durante le loro escursioni in città”, rilancia Cesare Foà, avanzando un’idea che fa sfigurare il berlusconiano poliziotto di quartiere.
Il meglio deve ancora arrivare: “Concertazione prima del rifacimento del manto stradale tra il comune e i gestori dei sottoservizi e responsabilità di quest’ultimi nel ripristinare lo stato dei luoghi per interventi non dettati da emerge,” intima Giovanni Chianese, “il ripristino non deve limitarsi al rifacimento del manto stradale esclusivamente nel luogo di scavo ma di un tratto ben più ampio con l’utilizzo degli stessi materiali usati in precedenza”. Tradotto: un’azienda chiamata dal Comune a rifare una strada, una volta che avrà completato i lavori, dovrà continuare a lavorare gratis (“per un tratto ben più ampio”). Il senso di queste mozioni d’ordine sembra irrazionale, finché non lo inquadriamo nel sistema che l’ha generato: una politica fallimentare che in vent’anni ha provocato solo rabbia, frustrazione e malcontento.
Il programma elettorale di De Magistris è una prova evidente della estensione del potere giudiziario nella società attuale, sotto nuove forme. L’ex magistrato vuol tutelare Napoli introducendo una serie di figure ed organi di garanzia destinati a far proliferare il controllo delle autorità locali sui cittadini, dal “Garante per la salute” alla “Autorità per la garanzia e la sicurezza delle nomine in Comune”. Il ruolo di questi ‘controllori’ s’ispira naturalmente al modello giudiziario, anche se il loro fine non è ‘giudicare’, come avviene nelle aule dei tribunali, bensì esprimere un verdetto sulla trasparenza della realtà. Potere giudiziario e potere amministrativo si sovrappongono unificati dal concetto della “informazione ai cittadini”. Non avendo più la forza di reprimere e sanzionare, l’ex magistrato deve persuadere, consigliare, farsi pubblicità.
Accade a Napoli come a Bari, con De Magistris e con Michele Emiliano, mentre Antonio di Pietro aspetta di raccogliere i frutti di questa semina a livello nazionale. Possiamo spiare cosa avviene in consiglio comunale ma per lo stesso principio saremo tenuti sotto stretta osservazione dal sindaco. (Emiliano tempo fa ha ‘postato’ su Facebook la foto di tre dipendendi pubblici "fannulloni"). Cosa ben più grave, la politica perde di senso, trasuda nell’antipolitica, la politica si ‘spoliticizza’, scompaiono le vecchie rivendicazioni materiali, i diritti individuali, e tutto si riduce a un ‘contenzioso’ dal sapore condominiale.
Le scene di misticismo collettivo che hanno caratterizzato le visite di De Magistris nei mercati di Napoli – tratteggiate magistralmente dal quotidiano Repubblica – indicano che una parte dei napoletani aspetta un ‘buon pastore’ che sia in grado di sollevarli dalle difficoltà contingenti. La gente ha paura, sa di abitare in una città rischiosa, sporca e impoverita. Il masanniello promette di trasforma un potere che in passato puniva in un programma di igiene sociale, aprendo una stagione di moralismo pandemico che potrebbe estendersi a tutto il mezzogiorno. Lo spauracchio della galera per i disonesti e la soddisfazione di poter rinchiudere in carcere qualcuno (De Magistris ci ha provato molte volte con politici, imprenditori, amministratori locali, inutilmente) diventano una sorta di grande spettacolo granguignolesco e adatto, nella sua scomposta esagerazione, alla cultura meridionale.
