Sotto il sole aquilano, è partita la Winter School Abruzzo

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Sotto il sole aquilano, è partita la Winter School Abruzzo

31 Marzo 2012

Il sole mattutino poteva fuorviare, ma l’aria, piacevolmente fresca e tipicamente montana, è stato il migliore saluto di benvenuto ai numerosi ragazzi pronti a partecipare alla edizione numero tre della Winter School, la scuola di formazione politica organizzata da Magna Carta Abruzzo e che quest’anno è ospitata, non certo a caso, a L’Aquila. Tanti i temi sul tappeto, ma un unico comun denominatore: i giovani e il loro futuro. Pensate per i giovani e per stimolare la loro preparazione, le lezioni frontali della mattina. Ma pensate ai giovani anche le sessioni plenarie, con i maggiori rappresentanti delle istituzioni che hanno affrontato i grandi temi del dibattito politico, di cui i giovani sono comunque, e spesso loro malgrado, protagonisti.

Ad aprire, l’autorevolezza di Francesco Forte, che ha tenuto una lezione su “Le scelte politiche della politica economica”. Subito dopo, un tema accattivante: “La rappresentanza politica e la legge elettorale”, spiegate da Tommaso Edoardo Frosini. Poi un vivace dibattito su: “Donne e politica: una questione di rappresentanza” con la parola a Erminia Mazzoni e Paola Pelino. Si chiude la prima parte della giornata e si inizia con le sessioni plenarie. E tutto rivolto ai giovani è stato il discorso del Presidente della Provincia dell’Aquila, Antonio Del Corvo. A loro, il presidente ha chiesto e raccomandato di non allontanarsi dalla politica, ma continuare a credere in essa. Politica è scuola, è formazione, è preparazione: tutti elementi dai quali oggi non si può prescindere. E un esempio valga su tutti: la Cina sforna 23 milioni di laureati ogni anno. Una cifra da capogiro, che però dimostra come, al livello di risorse umane, la lotta è dura e soprattutto impone di riveder il modello di sviluppo.

E in appassionato silenzio i ragazzi hanno ascoltato le parole di Maurizio Sacconi. Una provocazione, il titolo del suo intervento: l’Italia può essere un Paese per giovani? Una domanda che a sorpresa sacconi capovolge: i giovani sono fatti per l’Italia? Per questa Italia, verrebbe da aggiungere. Una premessa, per ribadire l’importanza di luoghi di formazione e di preparazione – “lo richiede il tempo – spiega Sacconi – abbiamo bisogno di chi un domani sappia svolgere funzioni di rappresentanza e di organizzazione del bene comune. Oggi più che mai, che viviamo una transizione segnata da poderose discontinuità”. Quindi torna alla domanda di partenza. O meglio, al suo rovescio. L’inadeguatezza dei giovani, di fronte ad un mondo del lavoro mutato, è una vera e propria emergenza, che si oppone a quella descritta dalla retorica di sinistra. “Alla radice di questo interrogativo, che oggi ci poniamo con preoccupazione – spiega Sacconi -, c’è una considerazione di fondo e riguarda i “maestri” che hanno avuto questi giovani. Famiglia, insegnanti, non fa distinzione. Conta il fatto tali maestri si sono formati negli anni ’70 e di quella cultura è risultata permeata la cultura, la scuola, i luoghi, cioè, in cui deve, o meglio doveva, realizzarsi una robusta educazione morale. Il primo problema, dunque, è una presa di coscienza: bisogna essere consapevoli della necessità di avere una base di valori, per poi costruire le coscienze e la società”. Ma se è la base a non essere solida, è naturale che anche il castello su di essa costruito, finirà con il traballare. E’ mancata la costruzione di una cultura del lavoro, sottolinea Sacconi, sono mancati  percorsi educativi autentici e organizzati in funzione dell’occupabilità dei giovani.

“E la responsabilità – continua Sacconi – ancora una volta è la loro, dei “cattivi maestri” che hanno costruito tutto sulle loro autoreferenziali esigenze, quelle di docenti. Ciò ha prodotto disorientamento e ha portato al fallimento della funzione educativa”. Lo si vede in ciò che è stato prodotto: la scelta dominante del liceo, troppe università e percorsi di laurea. E ancora, questa odiosa autoreferenzialità si è accompagnata ad un’altrettanto rigorosa separazione tra scuola e lavoro. Niente di più sbagliato, perché la relazione con la dimensione reale forma una persona e la addestra ad essere occupabile. La conseguenza è un paradosso tutto italiano: perché nel nostro Paese a periodi di crescita economica non è corrisposta altrettanta crescita in termini di occupazione. “Ci dobbiamo interrogare sul come mai – conclude Sacconi -. Con Marco Biagi si tento la conciliazione tra flessibilità delle imprese e sicurezza dei lavoratori. I contratti di apprendistato funzionarono e i tassi di occupazione schizzarono verso l’alto. Abbiamo bisogno ripartire da quell’esperienza, perché di questo ha bisogno l’Italia: di fluidificare la propensione ad assumere”.

La giornata si conclude come si conviene alle grandi occasioni. Sul palco: Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri. In platea, riunito in una bella e significativa immagine, tutto il Pdl regionale: dal coordinatore  Filippo Piccone, al senatore Paolo Tancredi. E ancora, la consigliera regionale Federica Chiavaroli, il senatore Sabatino Aracu, gli assessori regionale Filippo Masci, Gianfranco Giuliante e Lanfranco Venturoni, il consigliere regionale Riccardo Chiavaroli, Massimo Verrecchia e tanti altri. Il tema è importante, la politica dopo Monti.

E subito il senatore Cicchitto spiega che le alternative sono due: un’ipotesi fisiologica che vedrà il naturale esaurirsi di questa esperienza con la restituzione dello al popolo e alle forze politiche. Altra ipotesi, figurata ma subito dopo smentita dallo stesso Monti, si fonda sullo scarso consenso dei partiti per cui questo governo si traduce in forza politica e colma un vuoto che oggi esiste. “Ovviamente l’obiettivo è far prevalere la prima ipotesi – sottolinea Cicchitto – ma perché ciò avvenga occorrono alcune condizioni e quindi che da un lato il governo faccia il suo ruolo, ma dall’altro che i partiti esistenti siano in grado di rinnovarsi, in quanto si giocano una parte della loro. Del resto – conclude – non è stata ancora trovata una ricetta per cui c’è la democrazia ma non ci sono più i partiti. E in questo quadro, il vero problema da risolvere è la capacità, che il Pdl deve saper trovare, di andare oltre se stesso”. Anche Maurizio Gasparri insiste sulla necessità di spaer guardare avanti: “il futuro è carico di incognite, scenari complicati – afferma – quindi c’è bisogno di un partito che sappia guardare avanti. Così come c’è bisogno di una prospettiva intercontinentale, che vada al di là anche dei confini europei. In tutto questo però, dobbiamo impegnarci a non disperdere quanto fatto fin’ora. Non dobbiamo rinunciare ad organizzarci, a formare i giovani”. Un esempio che prende in prestito la saggezza contadina è sicuramente efficace: anche in tempi di cattivi raccolti il contadino non smette di curare le sue piante. “Il nostro è un progetto valido – conclude Gasparri – lo è tutt’ora. Bisogna guardare il lato positivo, pur restando responsabilmente preoccupati del presente”.

Un’analisi sottile, infine, è quella di Gaetano Quagliariello, che parte dalle alleanze politiche, che a destra e a sinistra si sono sbriciolate. “Questo significa – chiede provocatoriamente – che è saltata qualsiasi distinzione tra Pd e Pdl? No, di certo. Significa piuttosto che c’è in atto un tentativo di influenzare il governo. E’ accaduto sulle liberalizzazioni, sulla riforma del lavoro, sulla giustizia. Tutto ciò può voler dire due cose – continua Quagliariello -. Che siamo davanti a una fase costituente o che queste due forze si consumeranno nell’emergenza per giungere al loro superamento. Di qui la risposta: l’esigenza di porre le basi per una fase costituente che tradotto in termini pratici significa fare le regole insieme per poi potersi dividere. Si dovrebbe agire così anche sulla legge elettorale”. Poi, la conclusione. Affidata ad una nuova domanda: “Qual è il problema del Pdl?”. La risposta è semplice: “Se il Pdl è stato un’intuizione, quella di unire culture moderate e anticomuniste, tutto ciò rappresenta un punto di arrivo o di partenza? Se è un punto di arrivo, è insufficiente. Deve piuttosto essere l’architrave di qualcosa di nuovo. Che sia in grado di gestire la politica. Dopo Monti”.