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Spesa pubblica? Ecco dove tagliare per fare sviluppo

"La spending review va bene, ma sono trent'anni che se ne parla senza grandi risultati, mentre noi dobbiamo affrontare un problema urgente che è quello di riaprire spazi alla crescita. Inoltre, se ci presentiamo con quel quadro di finanza pubblica illustrato prima, non riusciremo ad essere credibili nemmeno sui mercati". E’ quanto dichiarato dal senatore Mario Baldassarri, presidente della Commissione Finanze del Senato.

Tutti invocano lo sviluppo, ma nessuno sa bene come farlo veramente. I più si limitano ad auspicare aumenti di spesa pubblica e/o tagli delle tasse, che però, dato il livello del nostro debito pubblico, sono impossibili. L'unica strada è quella di un drastico taglio di alcune voci della spesa corrente, dove si annidano gli sprechi clientelari e le ruberie della classe politica e degli alti burocrati, ed avviare una riduzione graduale, ma consistente, delle tasse sui lavoratori e sulle aziende, che sono arrivate ad un livello tale da scoraggiare qualsiasi iniziativa imprenditoriale.

Ma su questo c'è una tenace resistenza dei partiti, che non vogliono ridurre il loro potere di intermediare denaro pubblico che, secondo loro, è fonte di consenso elettorale. Solo il terzo polo aveva più volte presentato emendamenti, l'ultimo la settimana scorsa, firmato da 25 senatori al decreto sulla semplificazione fiscale, per effettuare un taglio reale alle spese e collocare i risparmi in un apposito fondo da destinare alla riduzione delle tasse.

L'emendamento è stato bocciato perché Pd e Pdl, sulla scia di una nota della Ragioneria Generale dello Stato, hanno sostenuto che, in base all'art. 81 della Costituzione, la manovra era priva di copertura. Ma di quale copertura c'è bisogno se si prevedeva solo di costituire con i risparmi realizzati un apposito fondo da destinare, in un secondo tempo, alla riduzione delle tasse? Insomma, l'ennesima manovra parlamentare truffaldina per evitare di intaccare i santuari dello spreco pubblico, che è all'origine del progressivo strangolamento della nostra economia.

Mario Baldassarri è da lungo tempo sostenitore della necessità di aggredire la spesa evitando un eccessivo aumento delle tasse, che oltretutto hanno un effetto recessivo così marcato da vanificare l'obiettivo di pareggio del deficit di bilancio solennemente promesso per il 2013. Vediamo in primo luogo i numeri. "Abbiamo annunciato per tanti anni tagli di spese che in realtà non sono mai stati fatti veramente - dice Baldassarri, mostrando le tabelle della complicata contabilità pubblica, perché si trattava di tagli rispetto ad un fantomatico aumento tendenziale (non si sa come stimato). Il risultato è che, rispetto ai dati del 2010, gli ultimi disponibili, la spesa corrente, anche dopo le due manovre di Tremonti e quella di Monti, salirà nel 2013 da 739 miliardi a 770 miliardi, con un aumento di 33 miliardi, mentre quella per investimenti scenderà da  54 a 39 miliardi, con un taglio di 14 miliardi, cioè di quasi il 30%. E poi ci si lamenta della mancanza d'infrastrutture! Nel frattempo, tra il 2010 ed il 2013, le tasse saliranno di ben 108 miliardi, passando da 722 a 830 miliardi. Di questi, ben 71 miliardi serviranno per azzerare il deficit pubblico, mentre gli altri continueranno a finanziare una spesa che, pur frenata, è sempre in aumento".

Ma lo stesso ministro Giarda, cui è stato affidato il compito di portare avanti la spending review, sostiene che non ci siano più molti margini per ridurre la spesa e che bisogna fare un lavoro di lunga durata per migliorare i servizi pubblici, andando a vedere ufficio per ufficio quello che si può fare per aumentare l'efficienza e magari ridurre un po’ i costi. "La spending review va bene, ma sono trent'anni che se ne parla senza grandi risultati, mentre noi dobbiamo affrontare un problema urgente che è quello di riaprire spazi alla crescita. Inoltre, se ci presentiamo con quel quadro di finanza pubblica illustrato prima, non riusciremo ad essere credibili nemmeno sui mercati ed ottenere un definitivo abbassamento degli spread. Infatti, al di là dei proclami, qualsiasi analista capisce che un forte aumento delle tasse insieme ad una riduzione degli investimenti riuscirà forse ad azzerare il deficit nel 2013, ma deprimendo la crescita non dà tranquillità sulla nostra capacità di restituire il debito alla scadenza.

Se noi esaminiamo il complesso della spesa pubblica secondo una classificazione economica (cioè stipendi, pensioni, interessi, acquisti, investimenti e contributi) invece che secondo il tradizionale sistema funzionale basato sui grandi aggregati quali sanità, scuola, difesa ecc, vediamo che due voci in particolare sono completamente fuori controllo: gli acquisti ed i contributi. Gli acquisti, in particolare, negli ultimi anni sono passati da 85 a 140 miliardi, di cui circa la metà riguardano la sanità, mentre i contributi viaggiano intorno ai 40-42 miliardi l'anno e nessuno è mai riuscito ad intaccarli”.

La proposta dei senatori del terzo polo riguardava proprio queste due voci, sulle quali però si incentra il massimo di resistenza dei partiti, che vogliono difendere il potere dei loro apparati, specie locali, e delle loro clientele che vivono su queste spese pubbliche e che ammontano a centinaia di migliaia di persone.

"Quando in una famiglia c'è un momento di crisi i risparmi si fanno sull'ammontare delle spese dell'anno precedente e non su quelle che sarebbe stato bello fare quest'anno! Se andiamo a vedere nei dettagli le spese per gli acquisti, cresciute come si è detto tra il 2004 ed il 2009 del 50%, potremmo ben fissare per il 2012 ed il 2013 un obiettivo di riduzione, rispetto ai livelli del 2009 del 10%, cosa normale in qualsiasi azienda che deve ridurre i costi per far fronte alla concorrenza. Si avrebbe in questo modo un risparmio compreso tra i 15 ed i 20 miliardi all'anno. Se poi si esamina la voce riguardante i contributi in conto corrente e quelli a fondo perduto, si scopre che dei 40 miliardi complessivi, 14 riguardano FS, Anas e trasporto pubblico locale, 17 sono contributi erogati direttamente dalle Regioni e 11 quelli dello Stato. La nostra proposta è quella di trasformare questi contributi in credito d'imposta che sarebbe utilizzato solo dalle imprese che sono veramente vitali e non da quelle che, intascata una parte del contributo, poi svaniscono nel nulla. Secondo un recente studio solo il 3% delle imprese che hanno avuto questi fondi dopo 5 anni sono ancora attive. In tal modo, senza toccare i soldi che vanno agli enti pubblici, si potrebbe avere un risparmio di 20-25 miliardi. Dopo aver verificato l'effettiva consistenza di questi risparmi collocandoli in un fondo, con 40 miliardi si potrebbero ridurre le tasse sui lavoratori e sulle imprese di almeno 30 miliardi lasciandosi un ulteriore margine per rafforzare l'obiettivo di azzeramento del deficit pubblico nel 2013".

Sembra un esercizio relativamente semplice. Ma se finora non si è mai fatto, qualche ragione ci deve pur essere. Intorno a questo tipo di spese pubbliche si muovono interessi potenti che nessuno ha mai avuto il coraggio di affrontare. "Forse c'è un problema di carenza culturale non solo della politica, ma anche di gran parte della classe dirigente. Ma ci sono degli indizi significativi. Ad esempio nel 2010 Tremonti aveva indicato un tetto agli acquisti delle amministrazioni dello Stato per gli anni 2012 e 2013 con una riduzione rispettivamente del 3% e 5% rispetto al 2009. Un provvedimento non esteso a tutte le amministrazioni periferiche ma che comunque segnava un passo nella giusta direzione. Poi però nella manovra dell'agosto del 2011, quella norma è stata abrogata nel silenzio generale dei partiti dell'opposizione e della pubblica opinione. E che dire dello svuotamento del ruolo della Consip che doveva fungere da centrale di tutti gli acquisti della Pa, ed i cui servizi sono stati resi solamente facoltativi?".

Ma il taglio delle spese non si ferma qui. Ci sono i costi della politica in senso stretto da affrontare e quelli riguardanti i servizi pubblici locali. E poi la riorganizzazione della burocrazia secondo le indicazioni del ministro Giarda. "Quelle da noi indicate sono misure urgenti che possono dare respiro alla politica economica del Governo per contrastare immediatamente gli effetti della recessione in atto. C'è poi la necessità di ridurre il numero dei parlamentari (anche se i risparmi sono modesti), o di accorpare i Comuni, eliminare le Province, ridurre i tanti enti inutili sia centrali che locali. Benissimo ma si tratta di provvedimenti da adottare subito che avranno però effetti in tempi più lunghi. Così come importantissima è la riforma della Giustizia e la semplificazione normativa specie nei confronti degli imprenditori internazionali. Per rafforzare il risanamento ed aumentare la nostra credibilità rispetto agli investitori che acquistano titoli pubblici, occorre anche avviare rapidamente la cessione di parte del patrimonio pubblico, magari facendo uno o più fondi capaci di valorizzare il patrimonio immobiliare e vendere le azioni agli investitori riducendo così il debito pubblico ed i relativi interessi. Ma i veri costi della politica si annidano in quelle due voci, acquisti e trasferimenti, che finora non sono mai state toccate e che vanno invece subito affrontate perché è lì il vero tesoretto, sul quale possiamo basare le nostre possibilità di un rilancio della crescita dell'economia".

Tratto da Firstonline

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2 COMMENTS

  1. Problemi di cultura: ironia e maieutica
    È comunque importante non tagliare le spese per la cultura. Lo dice anche Napolitano, e poi Barenboim, e Nanni Moretti ed altri ancora. Baldassarri presenta però il quadro da un diverso e fecondo punto di vista, finalmente rassicurante:”Forse c’è un problema di carenza culturale non solo della politica, ma anche di gran parte della classe dirigente”.

  2. Debito
    Non vedo come si possa controllare la situazione senza avere il controllo della propria politica monetaria. Dobbiamo uscire dall’Eurozona.
    Le conseguenze saranno dure ma in verità il margine di manovra sarebbe molto più ampio. Ammesso che poi si riesca veramente a diminuire la spesa pubblica. Troppa gente vede lo stato come la soluzione dei problemi, quando ovviamente ne è la causa. Naturalmente anche una moneta italiana sarebbe un esempio di politica monetaria centralizzata, ma alemno sarebbe decentralizzata a Roma e non a Bruxelles, (o dovunque si trovi la BCE, che non ha importanza).
    Planetoplano.blogspot.com
    Grazie.

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