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Quello che è cambiato dopo l'11 Settembre/ Terrorismo

Spettri di Osama

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Io considero semplicemente Bin Laden un simbolo
                                                            Muammar Gheddafi

Per più di sessant’anni gli americani hanno guardato in faccia il cadavere del nemico. Nell’aprile del 1945 il corpo di Benito Mussolini appeso a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina in Piazzale Loreto a Milano. Il fascismo era stato sconfitto. Nell’ottobre del 1967 la salma di Ernesto “Che” Guevara con le gambe e il petto crivellati di colpi, stesa sul lavabo dell’ospedale di Vallegrande in Bolivia. Il comunismo poteva essere sconfitto, come avrebbe sancito l’esecuzione a colpi di kalashnikov di Nicolae Ceaucescu, il 25 dicembre del 1989 in Romania. Il 30 dicembre del 2006 l’impiccagione di Saddam Hussein. Anche il baathismo era caduto.

Alcune immagini testimoniano queste morti: la brutale fotografia di Renzo Pistone che fece esclamare al futuro presidente della Repubblica Pertini: “A Piazzale Loreto l’insurrezione si è disonorata”. Il bianco e nero scattato in Bolivia da Freddy Alborta, destinato a rafforzare la leggenda del Cristo de Vallegrande. La registrazione televisiva degli ultimi minuti di vita del “Conducator”, che prima di accasciarsi riesce a cantare una strofa dell’Internazionale. L’anonimo video dell’esecuzione di Saddam che fa professione di fede islamica mentre cade nel vuoto con il collo spezzato. La cura del tempo, più che quella degli uomini, ha offerto un sepolcro a questi corpi. I resti trafugati di Mussolini hanno trovato pace nella cappella di Predappio. Quelli del Che, rinvenuti durante uno scavo archeologico, sono stati consegnati a Fidel Castro che ne ha fatto uno dei luoghi di culto del comunismo cubano. In Romania i nostalgici lasciano fiori sulla tomba di Ceaucescu, riesumato tempo fa per accertarsi che fosse lui tramite esame del Dna. La salma di Saddam è stata restituita alla sua tribù, lavata e avvolta in un sudario. Il dittatore riposa a Mosul, la bara coperta da una bandiera dell’Iraq.

Niente di tutto questo per Osama Bin Laden, la ‘primula rossa’ del terrorismo islamico, ammazzato nella città pakistana di Abbottabad il 2 maggio del 2011. Nessun cadavere, nessuna tomba, nessuna foto. Gli americani non hanno visto il corpo del nemico, anche se conoscono ogni dettaglio dell’operazione condotta dai Navy Seals per toglierlo di mezzo. Ma Bin Laden già da tempo era considerato un “non-morto”, un’astrazione, un essere disintegrato nel framework mediatico e informatico.

Dopo tutto, vivo o morto, Bin Laden è sparito. Questo gli attribuisce un potere mitico; egli ha acquisito una certa qualità soprannaturale.(1)

Per più di dieci anni abbiamo creduto che Osama fosse diventato un fantasma. Il re del terrore appariva e scompariva da un Paese all’altro. Scampato ai missili di Clinton in Sudan e alle bombe di Bush su Tora Bora, lo davano ammalato in Pakistan o braccato nello Yemen, ma ogni volta tornava in vita grazie a un’immagine rimbalzata da chissà dove. I suoi video erano simili a delle apparizioni spiritiche, dalla Dichiarazione di Jihad contro gli americani che occupano la Terra dei luoghi sacri(2) del lontano 1996 all’ultimo messaggio trasmesso da Al Qaeda il 7 maggio scorso, in cui la voce di Osama risuona dagli inferi per ricordare che “non ci sarà pace finché i palestinesi non avranno la loro terra”. E ora anche la sua morte è circondata da un alone spettrale: il governo americano non ha voluto diffondere le foto dell’uccisione giudicandole troppo “raccapriccianti”.

Il volto devastato. Il foro di uno dei proiettili nel cranio. L’orbita di un occhio vuota (nell’immaginario i fantasmi hanno sempre l’orbita di un occhio vuota). Il suo corpo non è stato seppellito, come vorrebbe la tradizione islamica, ma gettato in mare dentro un sacco, senza una tomba e dunque condannato a vagare fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Perfino gli uomini scelti per stanarlo e ucciderlo, il “Team 6” dei Seals, durante la missione hanno assunto tratti quasi metafisici: invisibili, si sono calati sull’obiettivo grazie a elicotteri insonorizzati da sessanta milioni di dollari l’uno. Sono piombati sul bersaglio neanche fossero dei ghost-busters, sparendo per venti minuti dai computer della Casa Bianca. In precedenza avevano scansionato la “casa infestata” di Abbottabad con termografi, infrarossi, visori notturni, registrazioni audio e video che manifestassero la “presenza” di Osama.

Le storie di fantasmi però non nascono dal nulla. Dopo l’11 Settembre abbiamo contribuito tutti ad alimentare il mistero di Bin Laden, trasformandolo in un simbolo capace di impressionare culture diversissime tra loro. Il fondamentalismo islamico, i circoli neoconservatori e la destra religiosa americana, l’intellettualità postmoderna europea, ognuno a suo modo ha contribuito a rafforzare questo mito dai connotati paranormali. Gli islamici perché convinti che l’Occidente capitalista sia un mondo così orrendo e immorale da combatterlo fino alla morte. Gli occidentali che dietro il suo spettro hanno mascherato la loro debolezza e il senso di spaesamento provato dopo l’11/9, un evento che resterà scolpito nella nostra memoria, secolare, millenario, assoluto.

Ma per primi, alla mistificazione hanno contribuito i fedeli musulmani. Coloro che lo veneravano come un sant’uomo, un guerriero sacro, il Madhi venuto a sconfiggere l’Anticristo, cioè “Israele e i Crociati”. Si può dire che Osama sia stato il primo vero “prodotto globale” dell’islam moderno. Nella Striscia di Gaza, Hamas lo ha salutato come si fa con i martiri che sacrificano se stessi per la jihad, la guerra santa. In Turchia e negli altri grandi Paesi islamici i governi hanno ufficialmente apprezzato la sua eliminazione, ma sulla stampa e tra la gente comune fioriscono dubbi e sospetti velenosi sulla sua “vera” fine, in quel clima di complotti che contraddistingue la cultura araba dell’ultimo decennio. L’ombra di Bin Laden era diventata l’incarnazione degli arabi che l’Occidente avido di petrolio aveva abbandonato a regimi dispotici e corrotti come quello dell’Arabia Saudita. Grazie a lui l’islam tornava ad essere il “Califfato”, la potenza imperiale dal passato glorioso, capace di grandi conquiste e di essere temuta e rispettata nel mondo.

Anche per gli americani Osama è stato un simbolo assoluto, associato al loop indimenticabile, unpresented, delle due Torri che cadono. Nel corso della guerra al terrorismo è diventato il ‘nemico perfetto’, protagonista di una esplosione narratologica che ha percorso e attraversato la cultura popolare degli Usa, dai military drama(3) come The Unit ed E-Ring a un qualsiasi telegiornale della CNN. Da ‘Madhi’ che combatte l’Anticristo per i musulmani, all’Anticristo stesso per gli americani, il Male che andava necessariamente “estirpato”(4), insieme ai suoi padrini sauditi, l’avversario implacabile di ogni evangelico ‘rinato’ come il Presidente George W. Bush, che tuttavia gli avrebbe preferito Saddam Hussein (“Non so dove sia Bin Laden. Non è importante”, disse nel 2002). Barack Obama ha partecipato e goduto di questa simbologia: per chiudere il cerchio e vendicarsi delle Torri Gemelle era necessario un finale più grandioso di qualche missile sparato contro Al Qaeda sulla frontiera fra Pakistan e Afghanistan. Serviva un’epica high-tech per pareggiare i conti. Osama Bin Laden aveva accusato gli americani di essere dei codardi perché combattevano solo dal cielo, con i droni e le cluster bomb, Barack Obama gli ha fatto recapitare il suo ultimo messaggio di persona, da un gruppo di uomini rotti a tutto, induriti dalle campagne in Afghanistan ed Iraq.

Si sceglie di far attaccare la villa-fortezza anziché raderla al suolo perché l’uccisione diretta, il corpo disponibile al prelievo del DNA, la possibilità stessa di una foto (sfruttata e bruciata in anticipo da un falso ritoccato, per la felicità postuma di un Baudrillard)costituiscono l’evento come simbolico, narrabile, e insieme parte di una narrazione più ampia, con un netto inizio (le due Torri) e una netta fine (la vendetta su Bin Laden).(5)

VENDICARSI DEI FANTASMI
. A fare di Osama un simbolo dei nostri tempi ci hanno pensato anche gli intellettuali europei orfani dell’engagement, con le teorie sul Bin Laden che non esiste, simulacro dei media e della società dello spettacolo. Per costoro nel mondo di oggi tutto si riduce a icone di massa. Abbiamo bisogno di crearle, sostituirle, distruggerle. Ma questa interpretazione postmoderna ci ha resi schiavi di qualcosa d’intangibile, vero e falso e perciò relativizzabile, qualcosa capace di far risorgere dentro di noi un sentimento tribale di rivincita contro la minaccia dell’islam militante e al tempo stesso disgustarci per gli errori commessi dalla nostra civiltà, dalla violenza delle democrazie occidentali quando si risvegliano perché sotto attacco. Il double blind (6) postmoderno è esattamente questa trappola a somma zero che toglie al soggetto ogni possibilità di vincere o di perdere, abolisce il bene e il male, il confine tra realtà e immaginazione. Oggi lo spettro di Osama è diventato così forte che i nipotini di Derrida, Lyotard e Baudrillard potrebbero rimpiangere i tempi in cui il re del terrore era ancora vivo, e faceva meno paura che da morto.

Ma ora è finalmente possibile demistificare la simbologia di Osama? Bruciare gli idoli e scoprire che non erano poi così indistruttibili? La risposta è sì. Pensiamo alla reazione degli americani alla notizia della sua morte. La festa di Times Square e Lafayette Park dimostra che dietro tante fumisterie sui guerrieri sacri, i diavoli islamici, i simulacri e la scomparsa della realtà, esiste ancora un mondo materiale fatto di persone in carne ed ossa, che provano veri sentimenti, gente adulta che non crede ai fantasmi. Gli americani sono scesi in piazza per esultare e guardare al futuro senza più sentirsi oppressi da vecchie credenze. Prima di loro se n’erano già accorti i giovani e le donne che nei mesi scorsi si sono ribellati all’islamismo e alle dittature nel mondo arabo.

In piazza a festeggiare non c’era quel Pastore che tempo fa ha bruciato il Corano gridando slogan offensivi contro il Profeta. Rispetto all’enormità dell’11 Settembre, quella degli americani è stata una reazione abbastanza contenuta, anche ironica, se è vero che si può ridere di ciò che fa paura. A Lafayette Park giovani musulmani portavano cartelli tipo “oggi sono felice”, c’erano marines e studenti, un negro altissimo e forzuto fischiettava When Johnny Comes Marching Home, pacifisti al grido di “Portiamo via le nostre truppe dall’Afghanistan”, una ragazza si chiedeva divertita se adesso Donald Trump chiederà il certificato di morte di Osama, dopo aver ottenuto quello di nascita del presidente Obama. Un’America razionale, memore dell’11 Settembre, ferita ma vittoriosa, si è liberata in modo profano e primordiale di un incubo. Gli Stati Uniti avevano bisogno di un momento come questo per ricostituirsi sul piano identitario: serviva “una vendetta pura e semplice, dolce e musicale. Una vendetta catartica, giusta e necessaria”.(7) L’intero apparato simbolico generato dalla caduta delle Torri, la fuga, la caccia, l’uccisione del nemico, non nascondeva altro che il desiderio terreno di una rivincita, che adesso è stato soddisfatto. La voglia di chiudere, almeno per un giorno, questo decennio fin troppo sanguinoso.

Questo simbolismo – l’evidenza che gli Stati Uniti non desistono – è qualcosa di reale. (…) La morte di Bin Laden, rinfrescando la nostra memoria, allo stesso modo rinfresca la nostra ragione.(8)

Ma la percezione degli strumenti e dei modi con cui si è arrivati all’eliminazione del capo di Al Qaeda, le verità strappate con la forza ai detenuti di Guantanamo, la sospensione dell’habeas corpus per i “nemici combattenti”, il cono d’ombra generato dalla guerra al terrorismo, sono qualcosa di eccezionale che ha ridimensionato la fiesta degli americani, ricordando che non è facile sostenere uno sforzo bellico delle dimensioni e della durata che conosciamo. Di colpo abbiamo saputo dov’era il fantasma, siamo andati a cercare il punto preciso su Google Maps, a osservare il compound in 3D su Wikipedia. Abbiamo scoperto un vecchio stanco, che si tingeva la barba per sembrare meno vecchio e stanco, e che trascorreva ore davanti alla tv riguardando i video del suo celebre passato, con una coperta sulle spalle perché il freddo gli penetrava nelle ossa.(9) Il diavolo imprendibile è finito come un boss della mala qualsiasi, tradito da una telefonata e dal suo corriere di fiducia.

Ora è giunto il momento di rispondere a molte domande su chi è stato veramente Osama Bin Laden e sulle cause della sua latitanza durata più di un decennio. Dal piano dei simboli dobbiamo tornare a quello degli straordinari intrighi e della complessità del reale. Chiediamoci chi era quest’uomo che da giovane amava i film western e giocava a calcetto. Perché odiava così tanto l’Occidente pur ordinando fino all’ultimo casse e casse di Coca Cola. Cerchiamo di capire come mai abbia deciso di lasciare il cuore della ricchezza parassitaria del mondo islamico, l’Arabia Saudita, per trovare riparo nell’emirato troglodita dei Talebani. Ma chiediamoci anche perché nel 2002 l’ex generale e presidente del Pakistan Pervez Musharraf comunicò al mondo che Osama era morto, e com’è stato possibile che un Paese che si dichiara amico degli Stati Uniti, che gode di benefici economici e grandi aiuti da Washington, non si sia accorto che il peggiore nemico dell’America viveva a due passi dalla “West Point” pakistana. Infine analizziamo i legami di Bin Laden con la seconda generazione di Al Qaeda, con le sezioni in franchising del network terrorista che operano in Nord Africa e nel Golfo Persico.

Forse Osama avrebbe potuto rispondere a molte di quelle domande se la Casa Bianca avesse deciso di farlo prigioniero e di rinchiuderlo nel carcere di Guantanamo per una “cura medievale”(10)  di waterboarding. Quando Giulio Cesare sconfisse il suo nemico giurato, Vercingetorige, lo portò in ceppi a Roma celebrando un trionfo, perché solo così, vedendo il nemico arrancare dietro il carro del vincitore, i romani avrebbero capito che la guerra contro i Galli era finita. Ma il presidente Obama è stato eletto anche grazie alla promessa di chiudere Guantanamo. Come avrebbe potuto giustificarsi davanti ai suoi elettori segregando Osama a Gitmo dopo aver trascorso la prima parte del suo mandato nel tentativo di riportare i nemici dell’America davanti a un tribunale civile, protetti dalla Convenzione di Ginevra e sotto i riflettori della stampa? Forse era più semplice ucciderlo?(11) Siamo sicuri che la scelta ‘realista’ di Obama – farla finita una volta per tutte con Bin Laden – sia stata sufficiente per debellarne il fantasma?

PIETA’ PER IL CORPO DEL NEMICO. Nel clima di festa per l’uccisione di Bin Laden un’importante eccezione è stata quella del Vaticano, che ha fatto sentire la sua voce con il Cardinale Bagnasco: “Prego per l’anima di Bin Laden come ho pregato, e prego, per tutti coloro che sono stati vittime del terrorismo, a cominciare dalla tragedia dei grattacieli di New York”.

Non poteva essere diversamente considerando la visione misericordiosa della Chiesa cattolica, il suo progetto salvifico e compassionevole. In Germania sono stati i cattolici a sollevarsi; non tanto contro l’America quanto contro il cancelliere Angela Merkel che aveva espresso “contentezza” per l’eliminazione del capo di Al Qaeda. Ma in Europa la preghiera del presidente della Conferenza Episcopale Italiana è stata subito presa a pretesto da un neo-umanitarismo laico e irresponsabile che l’ha strumentalizzata in chiave antiamericana, paragonando la barbarie dell’11 Settembre alla festa di Lafayette Park. La questione in gioco però era un’altra e riguarda il diritto di ogni uomo ad avere una degna sepoltura, anche quando si tratta del nemico più letale.

Quali devono essere le regole d’ingaggio morali quando si elimina un avversario irriducibile? Il buon cattolico Barack Obama avrebbe potuto comportarsi diversamente da come ha fatto? E la cerimonia funebre sul ponte della USS Vinson non rischia di apparire un grottesco riconoscimento della sharia, la legge islamica? In fondo, l’odiato e dicono spietato presidente George W. Bush criticò con asprezza il governo iracheno dopo la decisione di impiccare Saddam. Gli Alleati chiesero ai partigiani di mettere un freno alla mattanza di Piazzale Loreto. Forse non si sarebbe dovuto negare al ‘principe delle tenebre’ quello che è stato concesso ad altri avversari, l’esibizione di un corpo. Solo così avremmo mantenuto un piede nella realtà senza piombare ad occhi chiusi nel mondo della fantasia, con le sue storie di spettri e fantasmi agghiaccianti.     

 

NOTE

1) This is the Fourth World War: Der Spiegel Interview With Jean Baudrillard, Der Spiegel, numero 3, 2002

2) “Il mondo islamico si è risvegliato. (…) I nostri giovani sono diversi dai vostri soldati. Il vostro problema sarà quello di convincere le vostre truppe a combattere. Il nostro, sarà quello di trattenere i nostri giovani mentre aspettano il loro turno nella lotta”, Osama Bin Laden, "Dichiarazione di guerra contro gli americani che occupano la terra dei due Luoghi Santi (Espellere gli infedeli dalla Penisola arabica)", in Massimo Introvigne, Osama bin Laden. Apocalisse sull'Occidente, Elledici 2001

3) I Navy Seals, le “foche” divenute l’animale preferito dagli americani, hanno la stessa forza simbolica di Bin Laden, esprimono “lo stesso senso di déjà vu filmico o letterario di un romanzo di Tom Clancy”, Fausto Colombo, Bin Laden non è mai esistito, http:/laculturasottile.wordpress.com, 3 maggio 2011. “The Unit” è un action-drama di David Mamet andato in onda nel 2006 che racconta le avventure e la vita privata di un gruppo di agenti della Delta Force. Il personaggio di Eli McNulty (Dennis Hopper), Colonnello del Pentagono co-protagonista della serie militare “E-Ring”, invece, richiama alla mente il viceammiraglio William McRaven, il mago delle ‘operazioni coperte’ Usa che ha guidato il raid di Abbottabad.

4) David Frum, Richard Perle, Estirpare il male. Come vincere la guerra contro il terrore, Lindau 2004

5) Fausto Colombo, ibidem

6) Remo Ceserani, Raccontare il postmoderno, Bollati Boringhieri 1997. Per ‘smontare’ uno per uno i miti del postmoderno vedi Terry Eagleton, Le illusioni del posmodernismo, Editori Riuniti 1998

7) Bret Stephens, Obama’s Finest Hour, Wall Street Journal, 3 maggio 2011

8)
Leon Wieseltier, ‘Obama bin Gotten’, The New Republic, 2 maggio 2011

9) Il 7 maggio 2011 le autorità americane diffondono 5 video sequestrati nel compound di Abbottabad. In uno si vede un vecchio con la barba ingrigita, che indossa una coperta e guarda la tv. È Osama Bin Laden.

10) Quentin Tarantino, Pulp Fiction, USA 1994

11) John Yoo, From Guantanamo to Abbottabad, Washington Post, 4 maggio 2011, cfr. Victor Davis Hanson, Rules for Killing Rogues, The National Review, 5 maggio 2011


Tratto da 11 Settembre. 10 anni dopo, Ventunesimo Secolo - Rivista di Studi sulle transizioni, Anno X, Numero 25, Giugno 2011. Tutti i diritti riservati
 

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