S&P’s declassa la Spagna e Madrid risponde con tagli al costo del lavoro

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S&P’s declassa la Spagna e Madrid risponde con tagli al costo del lavoro

S&P’s declassa la Spagna e Madrid risponde con tagli al costo del lavoro

28 Aprile 2012

Povera Spagna, nazione sorella nostra. L’altro ieri Madrid si è vista ‘recapitare’ da Standard&Poor’s (S&P’s) l’ennesimo declassamento del debito, che arriva così al poco edificanete BBB+ dal precedente A. Un pugno dritto dritto allo stomaco per l’esecutivo del premier Popolare spagnolo, Mariano Rajoy – il quale com’è ovvio non ha affatto gradito -, e già alle prese con una situazione sociale esplosiva: le cifre divulgate ieri dall’Institut Nacional d’Estadística danno attualmente la disoccupazione in Spagna al 24,4% sul totale della forza lavoro, ai massimi da 18 anni a questa parte.

Nelle motivazioni date da una delle tre megere del rating, si legge che v’è una “crescente probabilità che il Governo [spagnolo] avrà bisogno di garantire ulteriore sostegno al sistema bancario”, come noto in difficoltà dallo scoppio della bolla immobiliare nel biennio 2007-08 e con la ‘pancia’ piena di ipoteche tossiche. Secondo S&P’s il declassamento si giustificherebbe inoltre anche per il peggioramento del quadro macroeconomico spagnolo – in linea con il ciclo recessivo nel quale è avvolta l’Europa -, un evento che di per sé aumenta il rischio, sempre secondo l’agenzia di rating, che lo Stato spagnolo decida di ricorrere all’emissione di nuovi titoli di debito pubblico.

I mercati non sembrano aver accusato il colpo. Al contrario vi sono stati rialzi su gran parte delle piazze europee, come nel caso di Milano che ha chiuso ieri a 1,85%. A trainare al rialzo i listini del Vecchio Continente i dati sulla fiducia dei consumatori negli Stati Uniti, salita oltre le attese a 76,4 punti. Questo benché il tasso di crescita del Pil negli Usa nel primo trimestre del 2012 sia stato più flebile rispetto all’ultimo del 2011, attestandosi a 2,2%. Entusiasmi dunque,quelli delle Piazze europee, che dicono poco o nulla sulla reale condizione dell’economia reale in Europa e che confermano gli alti livelli di volatilità che sono stati osservati negli ultimi mesi sulle piazze Occidentali. 

Tornando alla Spagna, la (dura, per l’esecutivo) giornata di ieri è stata anche scandita dall’annuncio da parte del titolare del tesoro spagnolo, Luis de Guindos, andato in conferenza stampa con la ministra per il lavoro spagnolo, Fátima Báñez, di un aumento dell’Iva – dunque un innalzamento delle tasse sui consumi –  ma anche di un abbassamento degli oneri tributari sul lavoro. L’obiettivo è reperire sull’anno fiscale in corso 8 mld di euro, che con buona approssimazione andranno a coprire il deficit di bilancio accumulato dal governo Zapatero negli ultimi anni, il cui abbattimento tante frizioni ha causato tra l’esecutivo di Mariano Rajoy e l’Unione europea (si legge Merkel), alla luce dei nuovi caveat imposti dal ‘fiscal compact’ in materia di gestione della finanza pubblica nell’area euro.

Il tutto mentre in Europa ancora si ‘blatera’ di crescita (non si sa bene come ma, vulgata vuole, da accompagnare al rigore) e si attendono i risultati del secondo turno di elezioni presidenziali francesi, le stesse nelle quali François Hollande, il candidato socialista francese, è dato ancora ampiamente favorito nei sondaggi. Ieri anche il governatore della Bce, Mario Draghi, è entrato nell’agorà mediatica, dichiarando che l’accesso al credito per le Pmi è ancora insufficiente, segno evidente dell’insoddisfazione del capo dell’eurotower per l’allocazione che le banche europee hanno fatto delle risorse messe in campo da Francoforte con i LTRO, i prestiti a tre anni all’1%, distribuiti a piene mani dalla Bce negli ultimi mesi– più di un trilione dei euro – in funzione anti-ciclica e in scarsa misura finite nelle operazioni ordinarie bancarie, ovvero in credito alle imprese.

Ora, nel mezzo della situazione surreale e drammatica in cui l’Europa si trova, non v’è nemmeno un governo europeo che abbia annunciato un serio piano di riduzione della spesa pubblica. Non un singolo governo europeo! C’è veramente da chiedersi ormai come sia possibile che nessuno voglia prendere atto che la causa dell’attuale crisi del debito sovrano europeo stia esattamente nell’esorbitante livello di spesa pubblica che gran parte delle nazioni europee (Svizzera e poche altre escluse) hanno creato e finanziato con una pressione fiscale ormai alle stelle e che disincentiva la creazione di ricchezza. Evidentemente la politca europea, quella dei partiti, non ha ancora capito l’antifona, ovvero che non solo non è più possibile finanziare il consenso con il denaro pubblico, ma bisogna anche ridurre le funzioni dello Stato. Il giocattolo, cara partiti politici europei, non è rotto a metà. E’ rotto del tutto!