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Stabilità e riforme la carta vincente di Erdogan

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Occorre interrogarsi sul consistente aumento di consensi dell’Akp nelle elezioni turche di ieri.  Si può ipotizzare che esso sia dovuto ad una serie di fattori che hanno relativamente poco a che fare con l’elemento religioso. Si può ricordare che la stabilità del governo monocolore uscente di Erdogan ha permesso una serie di riforme economiche che hanno incoraggiato la crescita industriale, ridotto l’inflazione e normalizzato il cambio monetario, a tutto vantaggio sia delle classi medie urbane che dei ceti popolari delle campagne. Né va sottovalutato il credito che il premier ha conquistato presso gli elettori moderati con l’impegno per l’ingresso nell’Unione Europea, e le relative riforme amministrative e giudiziarie per avvicinare il paese agli standard comunitari. Bisogna inoltre considerare che gli anni ’90 erano stati caratterizzati dall’instabilità di governo dovuta all’incapacità dei laici di destra e di sinistra di governare insieme, e che per la Turchia di oggi la stabilità è un bene molto prezioso. Infine, Erdogan ha impostato tutta la campagna elettorale sull’obiettivo di tranquillizzare l’opinione pubblica rispetto al rischio di una deriva islamica del paese: anche in seguito alla presa di posizione delle Forze Armate e alle imponenti manifestazioni della piazza laica tra aprile e maggio, come notato dal Financial Times del 3 luglio, “l’Akp ha escluso dalle candidature elettorali circa 150 tra i suoi rappresentanti più reazionari, sostituendoli con personaggi nuovi, giovani e dall’estrazione borghese”. Un rinnovamento dunque generazionale e di immagine, che ha permesso al partito di Erdogan di sfondare anche nelle roccaforti laiche.

Il prossimo governo monocolore dell’Akp dovrà affrontare due nodi cruciali per la Turchia e per i suoi rapporti con l’establishment militare kemalista. Da un lato, la ripresa degli attacchi terroristici dei curdi che possono contare sull’appoggio logistico nel Kurdistan irakeno: le forze armate turche hanno già ammassato le truppe e preparato i piani del raid oltre confine in attesa del nulla osta politico, ma un’azione del genere rischia di rompere i rapporti con lo storico alleato americano e di gettare l’Iraq nel caos. Dall’altro, l’elezione del presidente della Repubblica, miccia che a primavera ha acceso gli scontri tra laici e post-islamisti dopo quattro anni di convivenza tutto sommato pacifica e costruttiva. La carica, vertice dell’apparato militare e giudiziario, è tradizionalmente considerata appannaggio del fronte kemalista. Il tentativo di Erdogan di insediarvi il suo ministro degli Esteri Abdullah Gul per via parlamentare è fallito sotto la pressione della piazza e dei militari, ma l’Akp non si è arreso ed ha approvato una riforma costituzionale che prevede l’elezione popolare del presidente della repubblica.

La Turchia non è un paese islamico come tutti gli altri, ed il suo stare a cavallo del limes tra Europa ed Islam impedisce di utilizzare nei suoi confronti gli schemi interpretativi validi per le democrazie occidentali o per gli stati arabi. Volendo azzardare un paragone, si può sperare che l’Akp svolga lo stesso ruolo che ha avuto il Partito Popolare e la Democrazia Cristiana in Italia nella prima metà del ‘900: integrare le masse religiose in una democrazia nazionale costruita da un elitè laica senza la loro partecipazione o addirittura contro i loro stessi voleri. L’evoluzione in senso moderato e democratico del principale partito turco, che affonda le sue radici nella tradizione islamista, è un processo da incoraggiare e che è già in corso.

La capacità di raggiungere un compromesso con i kemalisti sarà il banco di prova per l’Akp di Erdogan, ma anche per i laici e i militari. E’ stata la loro continua opera di vigilanza e difesa della laicità turca, tanto con i golpe soft degli anni ’70-’80 quanto con l’opposizione di piazza dei mesi scorsi, a scongiurare derive fondamentaliste e a spingere i partiti islamisti ad accettare le regole democratiche e i principi kemalisti del modello turco. Ma nella realtà di oggi il fronte laico non può pensare di mettere fuori legge, come fatto in passato, un partito d’ispirazione religiosa che raccoglie il 47% dei voti, né può escludere che uno stato laico e moderno possa permettersi una rappresentanza pubblica del comune sentire religioso.

Se in un futuro non troppo lontano l’Akp diverrà per i turchi quello che è la Cdu per i tedeschi a guadagnarci non sarà solo la Turchia, ma anche l’Europa e soprattutto quell’Islam che non vuole consegnarsi al fondamentalismo.

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