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Il cambio di governo

Stavolta a Renzi un “grazie” lo dobbiamo davvero

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Sul piano personale, e talvolta anche sul piano istituzionale, è noto come la gratitudine appaia troppe volte come il sentimento del giorno prima e che rischi poi di tramutarsi in negazione o finanche in un paradossale desiderio di rivalsa.

Nella contesa politica poi, è ancor più difficile che un simile sentimento possa trovare effettiva cittadinanza, a maggior ragione in un’epoca in cui i “rappresentanti della Nazione” non godono di certo di una buona reputazione ed in cui tutto si cancella così velocemente.

E se a questo aggiungiamo alcune discutibili caratteristiche del personaggio, declinabili a vario titolo in termini di “inaffidabilità” o “arroganza”, ce n’è davvero abbastanza perché nessuno, ma davvero nessuno (e forse nemmeno gli stessi parlamentari di Italia Viva), possa aver sentito in questi giorni l’esigenza di esprimere un profondo e sincero ringraziamento al Senatore di Rignano, ormai comunemente dipinto dai media come il più sprezzante e fastidioso “discolo” della politica italiana.

Eppure, se si è passati in una sola settimana dalla rassegnazione all’ottimismo, dalle veline di Casalino alle parole misurate di Draghi, dal disarmante elogio dell’’incompetenza sfrontata e ribelle alla difficile ricerca dei profili personali più idonei ad incarnare le esigenze riformatrici del paese, il merito è quasi esclusivamente il suo.

Se il centrodestra sembra aver finalmente avviato un percorso di Governo, se la stagione della propaganda sembra essersi improvvisamente interrotta, è proprio perché qualcuno, ad un certo punto, ha avuto il coraggio di dire che il re era nudo.

L’ipotesi che il giovane consigliere del principe lo abbia fatto nella speranza di poter contribuire anche personalmente a vestire un nuovo re, o anche solo per il gusto un po’ vanesio di provare a riorganizzare daccapo l’intero regno, resta ovviamente legittima, ma nulla può togliere alla cruda realtà dei fatti e alla loro oggettiva consequenzialità, con buona pace dei troppi processi alle intenzioni che tanto sembrano appassionare, nel bene e nel male, l’attuale visione – tutta personalistica – dei fenomeni politici.

E anche nel nuovo quadro che sembra pararsi dinanzi, ancora tutto da immaginare e da scrivere, è molto probabile che l’ex Segretario del Partito Democratico non abbia più la credibilità necessaria per ambire a svolgere un ruolo di primo piano. Ma proprio per questo, a mio modesto avviso, almeno uno spicchio di gratitudine Matteo Renzi sembra averlo davvero meritato.

In ogni caso, a prescindere dalle valutazioni e dai sentimenti di ciascuno, è doveroso comunque riconoscere, con un minimo di onestà intellettuale, che l’unico disegno politico di cui si è avuta traccia nell’ultimo anno e mezzo è stato quello portato avanti da Italia Viva, come testimoniato dalla compattezza della sua piccola ma autorevole compagine parlamentare e come poi nitidamente comprovato dall’iniziativa tempestivamente assunta dal Presidente Mattarella con semplicità e chiarezza.

Affinché tutto questo possa davvero tradursi nelle riforme di cui ha bisogno l’Italia (in materia di imposte sul lavoro e sulle imprese, di pubblica amministrazione, di giustizia penale, di cultura della legalità, di piena valorizzazione dei doveri personali ed istituzionali che contraddistinguono una società democratica evoluta), perché non si tratti soltanto di una piacevole ma inutile illusione di breve respiro, ci sarà naturalmente bisogno di una classe politica all’altezza ed è lecito pertanto continuare a nutrire tutte le preoccupazioni e le perplessità del caso.

Per la prima volta però, è possibile tornare a sperare: e di questi tempi, non è davvero poco.

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