Storia di superstizioni e vampiri. Anche la Svizzera ha la sua Transilvania

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Storia di superstizioni e vampiri. Anche la Svizzera ha la sua Transilvania

19 Aprile 2009

Agli inizi del Novecento, la Svizzera è un paese piuttosto povero. E nei mesi invernali, su per i bricchi del cantone di Vaud, alle spalle di Losanna, il freddo costringe gli abitanti dentro alle loro casupole, in cui convivono turpi abitudini e la paura mai sopita del lupo e dell’orso. Da un lato, nere realtà indicibili e non dette; dall’altro, favole altrettanto nere di cui invece si sussurra molto, impastando le diffidenze contadine con la scabra e intimorente religiosità calvinista. “Abitazioni disseminate spesso in luoghi deserti attorniati da alberi scuri, villaggi stretti dalle case basse. Le idee non circolano, la tradizione pesa, l’igiene moderna è sconosciuta. Avarizia, crudeltà, superstizione, non si è lontani dalla frontiera di Friburgo dove brulica la stregoneria. S’impiccano in molti, nei casolari dell’alto Jorat. Nel fienile. Alle travi di colmo”.

Il viluppo di tensioni sottotraccia viene alla luce nel 1903 nel piccolo cimitero del paese di Ropraz. La ventenne Rosa Gilliéron è stata sepolta di fresco. Ma la sua tomba è stata violata, violato anche il suo corpo, fatto a pezzi, mangiucchiato, sputacchiato sulla neve, sulle siepi. Sarà il primo episodio, non l’ultimo. Si diffonde la psicosi del vampiro. E si scopre che molti potrebbero essere i sospetti, che il crimine abominevole può avere in zona molti moventi e molti protagonisti. Per raccontare questa vicenda ne “Il vampiro di Ropraz”, un libro piccolo, terribile e molto bello, Jacques Chessex ha scelto di abbinare a vicende torbide una scrittura limpida.

Chessex, premio Goncourt 1974 con il romanzo “L’ogre”, è uno dei figli irregolari partoriti, non troppo paradossalmente, da una Elvezia che della regolarità e dell’ordine ha fatto il suo campanile, la sua riconoscibilità. Fuoriquota e fuoricoro della letteratura svizzera di lingua francese, lo scrittore si fa a sua volta profanatore dell’idillio delle montagne patrie. Si fa riesumatore sacrilego delle spoglie di una storia vera accaduta un secolo fa proprio nella Ropraz dove ha scelto di abitare, in una casa costruita con i soldi del premio Goncourt. Si fa dissezionatore di una non troppo remota Transilvania rossocrociata, in cui vaga un insaziato vampiro che fa rimettere nel cassone il rigore protestante e riscoprire la virtù anti Maligno del crocefisso e delle corone d’aglio, mentre la psichiatria d’avanguardia muove i primi passi e il sistema giudiziario tenta di affrancarsi dalle tentazioni del forcone e del rogo.

Il ventunenne Favaz viene accusato dei crimini, gli abitanti impazzano contro il “loro” vampiro. Un avvocato cittadino imposta una brillante difesa, ma non conosce le campagne attorno a Losanna, “non conosce abbastanza i rimorsi che strangolano e paralizzano sotto la freschezza dei paesaggi e la robustezza dei corpi. Non conosce la follia opaca nelle teste e nei corpi. La malvagità sotto l’idillio. Il desiderio di morte. La paura che tace e si aggira”. Sopperisce cent’anni dopo Chessex, che inquaderna nel nitore della cronaca l’inconscio collettivo. Senza impossibili pacificazioni. Senza risposte. Senza il riposante manto svizzero a ricoprire la vicenda.

Jacques Chessex, “Il vampiro di Ropraz”, Fazi, pagine 92, euro 14