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Storia di un amore all’ombra dei Beatles

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Se consuetudine vuole che nei musical le canzoni vengano realizzate apposta per fare da accompagnamento alle storie raccontate, nel caso di Across The Universe dell’inglese Julie Taymor è accaduto l’esatto contrario: non più la musica in funzione della trama, ma la trama stessa modellata su alcuni successi musicali al fine di ricostruire un’epoca.

In omaggio alla memorabile stagione dei Sessanta, la regista ha infatti selezionato trentatré brani storici dei Beatles (da Let It Be a Hey Jude, da Lucy In The Sky With Diamonds a Strawberry Fields Forever) per imbastirvi sopra le vicissitudini di due giovani, non a caso chiamati Lucy e Jude, sullo sfondo dei fermenti socioculturali del periodo.

L’anima del film, di chiaro impianto teatrale, sta quindi tutta nella musica piena di armonie incantate e vitalità dei Fab Four, che stregò l’America (e non solo) all’indomani dell’assassinio di Kennedy e che il talento visionario della Taymor (già dimostrato nei precedenti Titus e Frida) ha saputo tradurre in immagini sempre vivide, tra atmosfere rutilanti e incantevoli coreografie.

A livello narrativo la vicenda è di quelle semplici: il giovane Jude (l’esordiente Jim Sturgess) lascia il cantiere di Liverpool in cui lavora per salpare diretto a New York, dove nel melting-pot del Village dividerà una casa con Lucy (Evan Rachel Wood, vista in Thirteen), un’americana giunta nella Grande Mela dal Midwest, il di lei fratello Max (Joe Anderson), uno studente appena ritiratosi dal college, e alcuni amici musicisti, tra cui un seguace di Jimi Hendrix e una di Janis Joplin.

Tutto avviene nel fulgore del movimento hippie, con gli innamorati Jude e Lucy che si rincorrono alla West Side Story e finiscono per incontrare personaggi bizzarri come il Dr. Robert (Bono, impegnato nella performance di I Am The Walrus) a bordo di un bus sgargiante o Mr. Kite con il suo circo psichedelico (Eddie Izzard in un breve cammeo), e tutto è immerso in una serie di danze che non si arrestano neppure quando Max viene arruolato per il Vietnam (molto efficace la scena del balletto a scacchiera, dove le reclute e gli ufficiali si muovono robotizzati sulle note di I Want You, con tanto di Zio Sam fuoriuscito dal poster).

Perché tornare oggi agli anni della contestazione e della controcultura, dei campus occupati, della sensualità libera, delle sostanze lisergiche, dell’antimilitarismo?

Perché rivisitare quella stagione foriera di libertà che, in un mondo dove tutto è concesso, dovrebbero dirsi ormai acquisite?

Senza spingere troppo il pedale della nostalgia e al contempo senza fare revival, l’autrice ha scelto di tenersi lontano dalla politica, limitandosi a raccontare l’età dell’innocenza di una generazione di giovani i cui volti puliti e fanciulleschi infondono ancora la sensazione di un ribellismo gentile, forse un po’ naif, ma in fondo intriso di quella purezza tipicamente americana priva di ideologie.

I numerosi personaggi sono tutti dei sognatori (lo si vede già nella sequenza iniziale, dove Jude canta Girl sulla spiaggia con lo sguardo in macchina, ma soprattutto nella scena del bacio subacqueo, che molto sarebbe piaciuta ai surrealisti e a Jean Vigo), che invece di cambiare il mondo sognano solo di renderlo un posto migliore in cui vivere, con la semplice ricetta riassumibile nel titolo di una canzone: All You Need Is Love.

E senza dubbio l’utopia di una religione dell’amore resta il principale collante di una fantasia musicale travolgente che ha in sé qualcosa di magico e misterioso, tale da far perdonare alcune imperfezioni (in primis una certa ipertrofia e orizzontalità del racconto) per affidarsi senza riserve a un’arte del film ancora capace di incantare.

Infine, va riconosciuta alla regista l’ottima capacità di direzione degli attori, quasi tutti alla loro prima esperienza sul grande schermo, che infondono ai personaggi una freschezza di sguardo mai avara di emozioni.

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