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20 anni dopo

Strage di Tienanmen: il regime cinese continua a nascondere la verità

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Si avvicina l’anniversario della repressione di piazza Tienanmen e il governo cinese torna a fare la voce grossa. O forse non ha mai smesso, come riferisce Human Rights Watch nel documento-denuncia “The Tienanmen Legacy”.

“I continui sforzi del governo cinese di censurare la storia e i crescenti dissensi e di perseguitare i sopravvissuti contrastano con quello che è lo sviluppo economico e sociale del Paese negli ultimi decenni”, sono state le parole del dirigente della sezione asiatica di HRW, Sophie Richardson. “Il governo cinese - ha aggiunto la Richardson - dovrebbe ammettere che venti anni di smentite e repressioni hanno soltanto fatto in modo che le ferite di Tienanmen siano ancora aperte”.

L’esecutivo cinese non ha mai stilato una lista esatta delle persone uccise, “scomparse” o imprigionate nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, né tanto meno ha mai fornito numeri esatti delle vittime. Tuttavia, il gruppo “Tienanment Mothers”, composto di madri e parenti dei civili uccisi, parla di oltre 150 civili deceduti a causa del fuoco dei militari.

Il dossier, diffuso dall’associazione statunitense per i diritti umani, accusa le autorità cinesi “di perseguitare coloro che cercano una revisione pubblica di quella sanguinosa repressione” e di attuare “immediate ritorsioni nei confronti dei cittadini cinesi che mettono in discussione la versione ufficiale dei fatti”.

L’esempio più tangibile dell’ostilità del governo pechinese verso le persone coinvolte nelle proteste del 1989 è, senza dubbio, quello di Liu Xiaobo. La mattina del 4 giugno 1989, Liu negoziò con le forze militari l’evacuazione degli ultimi studenti da piazza Tienanment, evitando nuovi spargimenti di sangue ma pagando il suo gesto con il carcere. Due anni con l’accusa di aver appoggiato i manifestanti. Dopo essere stato sottoposto a un processo di “rieducazione” triennale, Liu è messo agli arresti domiciliari e nuovamente imprigionato, nel dicembre 2008, perché sospettato di aver promosso una petizione pubblica in favore della democrazia. Nonostante una dura reprimenda della comunità internazionale, Liu continua a essere trattenuto dalle autorità senza alcuna accusa ufficiale.

“E’ il classico esempio di come il governo cinese ha risposto alle accuse per i fatti di piazza Tienanmen e alle critiche in generale: soffocandole”, ha tuonato il dirigente dell’area asiatica di Human Rights Watch. “Ma, allo stesso tempo, Liu è l’emblema dell’instancabile tenacia e coraggio di quei cittadini cinesi che, contro tutte le avversità, continuano a combattere per la verità, la giustizia e la democrazia”.

Eloquente anche l’episodio capitato a Zhou Yongjun, uno dei leader studenteschi della protesta del 1989, da mesi detenuto con l’accusa di “frode” e delle cui sorti la famiglia è venuta a conoscenza solo pochi giorni fa.

Secondo quanto riferito dal gruppo China Human Rights Defenders, lo scorso settembre Zhou è partito da Los Angeles, dove viveva dal 1993, per raggiungere i genitori malati in Sichuan, sperando misteriosamente una volta entrato in territorio cinese. Recentemente, i familiari hanno ricevuto una comunicazione ufficiale, la prima in otto mesi, che li ha informati della detenzione di Zhou in una prigione del Sichuan.

L’ex attivista cinese guidò il movimento pro-democrazia che raccolse studenti, operai e gente comune, a Pechino e in decine di altre città, tra il 15 aprile e il 4 giugno. Zhou arrivò persino a inginocchiarsi davanti alla Grande sala del Popolo nel tentativo di presentare le proprie richieste ai vertici del Partito comunista cinese.

Nel 1990, di fronte alla condanna della comunità internazionale per il massacro di Tienanmen, l’allora presidente Jiang Zemin si limitò a poche ma significative parole: “Si sta facendo molto clamore sul nulla”. Nel gennaio 2001, invece, il portavoce del ministro degli esteri Zhu Bangzao difese l’uso letale della forza contro civili disarmati, parlando di “opportune e risolute misure, estremamente necessarie per la stabilità e lo sviluppo del paese”.

E nell’imminenza del ventesimo anniversario della strage di Tienanmen, intorno alla quale le autorità cinesi hanno sempre imposto un rigoroso silenzio, le tenaglie della repressione si sono strette nuovamente intorno ai soggetti “sensibili”.

“In sostanza, il governo cinese ha reso impossibile per i cittadini conoscere la verità sul maggiore evento della loro storia recente”, ha detto la Richardson. “E questo dovrebbe far aumentare la preoccupazione globale sulla capacità del governo di manipolare l’informazione ed eludere le responsabilità”.

Intanto, a venti anni dalla pacifica manifestazione di Tienanmen, una trentina di persone è ancora dietro le sbarre. E il cielo, all’orizzonte, non sembra affatto sereno.

 

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