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Studi su cinquant’anni d’Europa

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Il 25 marzo 1957 in Campidoglio, a Roma, venivano sottoscritti i trattati istitutivi delle Comunità Europee, che rilanciavano il processo di integrazione continentale dopo il fallimento della CED. Oggi, a cinquant’anni di distanza, è possibile non solo celebrare quell’evento ma anche fare più approfondite osservazioni storiografiche. A questo è dedicato il numero di «Ventunesimo Secolo» in edicola domani. I curatori hanno scelto di ricordare la ricorrenza proponendo una lettura originale dell’evento, attraverso una serie di saggi dedicati ai casi nazionali di Italia, Francia, Germania occidentale e Gran Bretagna alla vigilia e immediatamente dopo l’entrata in vigore di Cee e Euratom. È stata la scelta di rifarsi alla tradizione storiografica britannica per offrire – come nota la curatrice della parte monografica, Maria Elena Cavallaro – una «lettura nazionale del processo, auspicando che tale impostazione possa servire da stimolo per un approccio storiografico sempre più capace di interpretare la soria dell’integrazione europea non come una disciplina a sé stante, ma come uno snodo centrale del processo di ricostruzione dell’Europa occidentale nel secondo dopoguerra». Proprio questo ci sembra essere il segno distintivo del numero monografico: aver dato spazio ai rispettivi casi nazionali per integrare la storia delle istituzioni europee con le perduranti peculiarità nazionali, che nel quadro di una più stretta collaborazione continentale trovarono adeguata collocazione geopolitica nella situazione mondiale scaturita dalla seconda guerra.

Sul caso italiano il saggio di Maria Elena Cavallaro ricostruisce i dibattiti parlamentari in occasione dell’approvazione dell’Ueo, evidenziando come l’europeismo fu l’mpegno di una intera classe dirigente, che pragmaticamente cercò le vie di cooperazione continentale ritenute funzionali all’interesse nazionale. Ancora sul nostro paese Alessandro Marucci studia come per Amintore Fanfani, allora segretario politico della Dc, la costruzione europea fu concepita quale azione di grande respiro per rendere più stabile e forte l’occidente, e così in grado di dialogare con i paesi dell’Europa orientale senza subalternità rispetto all’ideologia comunista. L’europeismo, inoltre, insieme all’atlantismo garantiva all’Italia una salda collocazione internazionale, che le avrebbe consentito di giocare un ruolo non secondario nei confronti delle nazioni africane e asiatiche che si avviavano all’indipendenza. Interessanti in tal senso i documenti inediti pubblicati da Evelina Martelli sull’incontro tra Fanfani e Nasser del gennaio 1959, che confermano tale visione mondiale dello statista aretino e del ruolo che il nostro paese, con la sua tradizione crisitiana, poteva giocare per favorire la pacifica convivenza tra i popoli.

Le importanti analisi sul caso francese, di Lucia Bonfreschi e Christine Vodovar, inglese, di Ilaria Poggiolini, tedesco, di Silvio Fagiolo, e quella di Frédéric Turpin sui rapporti della comunità con i paesi e territori associati (Ptom) consentono di confermare la validità del metodo di analisi nazionale nell’indagine sull’europeismo.

I direttori della rivista, Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky, osservano nell’introduzione al volume come già prima, ma soprattutto dopo la caduta del Muro, per tanti orfani del comunismo l’europeismo sia assurto al ruolo di ideologia di riserva e pertanto individuano l’esigenza che in sede di ricerca storica tale settore sia integrato da un lato con la politica interna, e dall’altro con la storia della guerra fredda, e per questo hanno scelto di «riproporre il metodo realista per gli studi sull’Europa, rivendicando cioè spazio per le contingenze internazionali e per le insopprimibili esigenze delle nazioni».

Operazione quanto mai necessaria e proficua, anche per comprendere gli sviluppi più recenti della costruzione europea e della crisi in cui versa dopo la bocciatura francese del trattato costituzionale nel 2004.

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