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Sui salari si aspetta un segnale da Padoa. Ma lui non sa che dire

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Ma come si può prendere sul serio l’intenzione di fare concessioni su fisco e costo del lavoro espressa da un governo che ha appena portato all’approvazione parlamentare una finanziaria in cui di miglioramenti su tasse, contribuzione e regole per il lavoro non c’era un bel niente? Ma come è possibile che i sindacati si rendano conto ora, nel freddo di gennaio, che sulle novità fiscali si può al massimo fare qualche chiacchierata?

Viva la santa ingenuità o la sublime crudeltà del ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa che prende tempo come una specie di Penelope al telaio.

Tutti gli altri discutono, si infervorano, disegnano piani in vari punti (quello più pubblicizzato in memorabili Ballarò e Porta a Porta comprendeva quattro punti, tra cui robetta come il taglio di due aliquote Irpef e la revisione delle regole dei contratti di lavoro, oltre all’introduzione di una complessa nuova tassazione sul risparmio), si dividono, pongono condizioni, lanciano ultimatum, preparano incontri, annullano incontri, convocano vertici, minacciano scioperi, mobilitano le masse.

Lui niente. Se ne sta al ministero e tesse e smonta la tela: con la trimestrale di cassa, ha spiegato al Paese attonito, conosceremo la situazione dei flussi di bilancio, in giugno potremo valutare i dati di prospettiva e poi, in settembre, agiremo. Già, perfetto. E’ il calendario che si impara agli esami sul bilancio dello Stato.

La trimestrale, l’assestamento dei conti, poi la fantastica invenzione italiana del documento di programmazione, poi l’altra peculiarità di una legge finanziaria piena zeppa di roba, poi le variazioni al bilancio e quindi gli effetti delle modifiche fiscali arriverebbero nelle tasche dei lavoratori a giugno 2010, data che solo a leggerla fa quasi paura.

E così un altro anno e più se ne va, o se ne andrebbe, tra vertici e altre pantomime. Tra una scadenza e l’altra Padoa-Schioppa sogna di portare avanti l’Italia esattamente così com’è fino alla prossima finanziaria. Nel frattempo, per la verità, dovrebbe trovare un po’ di soldi per far arrivare anche nelle buste-paga gli accordi sul nuovo contratto degli statali. Si può contestare, e da queste colonne lo abbiamo fatto, l’entità del contratto firmato con i sindacati del Pubblico Impiego, ma sarebbe una strategia davvero modesta quella di far finta, ora, di non aver letto il contratto firmato. Gli accordi, per quanto discutibili, se presi vanno rispettati. Anche perché non onorare gli impegni, alla lunga, costerebbe anche più caro, oltre a nascondere dalla leggibilità del bilancio di cassa la realtà dei fatti (a scapito di un dibattito sulla qualità dei conti pubblici che ne sarebbe falsato).

Per gli statali si provvederà con il metodo dei tesoretti. Soldi che al ministero dell’Economia già sanno che saranno disponibili, grazie all’effetto di trascinamento della prima, micidiale, finanziaria del governo Prodi. Soldi che, in quanto non previsti (con più di una punta di ipocrisia) e extragettito, sono anche gestiti extra-regole, come se fossero una specie di super fondo speciale (quei fondi che si accantonavano in finanziaria senza sapere bene come utilizzarli, per preparare la copertura di future leggi di spesa). Siamo all’uso più discrezionale che mai della entrate.

L’altra faccia del formalismo dello scadenzario di Padoa-Schioppa è la relativa libertà di uso dei tesoretti. Non proprio l’ideale per lo storico compito di controllo della spesa e della tassazione da parte dei parlamenti.

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