Sul caso Nigergate spunta l’ombra dell’antisemitismo di Lyndon LaRouche

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Sul caso Nigergate spunta l’ombra dell’antisemitismo di Lyndon LaRouche

20 Luglio 2007

Lo stereotipo del “complotto
sionista” è molto popolare. Qualcuno avvisò gli ebrei che lavoravano al World
Trade Center di non presentarsi al lavoro l’11 Settembre; lo stesso qualcuno ha
teleguidato l’America in una guerra repressiva su scala globale. Dietro queste
leggende metropolitane c’è un solo, insostituibile Fantomas. Israele. Il bersaglio
preferito di una scombinata Lega anti-occidentale che riunisce spezzoni di
sinistra militante, fondamentalisti islamici e cristianisti, neonazisti e
neofascisti. Gadi Luzzatto Voghera ha spiegato con parole inequivocabili che la
retorica del complotto ci scarica da ogni forma di responsabilità come singoli
e individua un generico nemico esterno che per qualche insondabile ragione
manovra la realtà: “il Grande Fratello, al quale ci si può solo ribellare, come
estremo atto rivoluzionario”.

Il miliardario americano Lyndon LaRouche è uno dei registi più subdoli di
questa farneticante visione del mondo. Il mattatore di un’America
che stentiamo a riconoscere, fatta di spacciatori occulti con la svastica
nascosta sotto la giacca.

Maoista ortodosso negli anni settanta, negazionista
negli anni ottanta, durante la guerra fredda LaRouche era considerato un agente
d’influenza sovietico. Di certo è un fanatico di Schiller, il profeta di un
culto politico in cui gli opposti della Storia hanno dato vita a una sintesi di
straordinaria doppiezza: la destra sovietica e i nazisti rifugiati nella DDR,
il Reverendo Jim Jones e la “Nazione dell’Islam”, la dialettica marxista e la
psicanalisi. A fare da collante, l’odio di classe e l’antisemitismo. LaRouche è
anche l’uomo che ha fatto entrare il Nigergate nella top ten dei cospirazionisti.
La storia dell’uranio nigerino, il materiale fissile che Saddam Hussein avrebbe
cercato di procurarsi alla fine degli anni novanta per trasformare l’Iraq nello
stato-guida del Medio Oriente. Consuetudine vuole che le prove del riarmo
iracheno erano false e che furono costruite apposta per invadere l’Iraq, ma c’è di
più, c’è lo zampino di LaRouche.

Nell’autunno del
2003, un gruppo di ex ufficiali della Cia guidati da Ray McGovern fondano il “Veteran Intelligence Professionals for Sanity” (VIPS) per denunciare la politica estera della Casa Bianca.

I “dissidenti” hanno intercettato i falsi sull’uranio e senza pensarci due volte li
hanno dati in pasto alla stampa. McGovern ha già
attaccato Israele dalle pagine del “Christian
Science Monitor” dopo l’11 Settembre, ora torna ad accusare lo stato
ebraico di fare terrorismo e presenta una serie di documenti-choc sulle bugie
della guerra a Saddam. Quando appare in tv, McGovern è terribilmente sexy e
credibile. Brizzolato, occhi azzurri, sguardo penetrante, ha ribattezzato la
guerra in Iraq “O.I.L.”, Petrolio, Israele e Logistica. Il democratico Howard Dean è il primo a reagire, accusa
McGovern di antisemitismo ma il suo grido di allarme resta isolato. Nel
frattempo i VIPS hanno convinto la maggioranza dello schieramento democratico a
cambiare idea sull’Iraq. Un caso emblematico è quello del senatore Henry Waxman, che nel 2002 aveva votato a
favore della guerra, ma a distanza di un anno ci ripensa e pubblica una ‘lettera
aperta’ al presidente Bush, dove chiede spiegazioni sulle “false evidenze” del
nucleare iracheno. La lettera appare nella “Executive Intelligence Review”, la rivista di LaRouche, che
aveva anche ospitato gli interventi di Mc Govern e dei VIPS. La stessa notizia
viene ripresa e commentata dal “Los
Angeles Times”, dal “New
Yorker” e da altri grandi quotidiani occidentali.

Circa un mese dopo
l’invasione dell’Iraq, LaRouche fornisce la sua versione del Nigergate:
“Secondo le nostre fonti, i documenti falsi sono stati prodotti presso
l’ambasciata del Niger a Roma e sono stati passati ai carabinieri italiani”. Da
questi articoli apprendiamo con
sgomento che il Mossad fece arrivare la ‘prove’ del riarmo iracheno al
Sismi, che a sua volta le avrebbe girate all’M16 e alla Cia. Il 6 agosto del 2003, LaRouche pubblica un
memorandum sul “Governo Ombra” che si sarebbe impadronito degli Usa. Si parla
di una non meglio identificata “Internazionale Sinarchista” fiorita sotto gli
imperi veneziano e olandese, sbarcata a Nuova Amsterdam nel 1624, che ai giorni
nostri controllerebbe la City e Wall Street. Il presidente Bush viene
descritto come “lo zombie al guinzaglio della Regina d’Inghilterra”. Non ci vuole un genio per capire che alle
origini di questa gilda c’è il Rabbinato di Gerusalemme. Se facciamo un giro su
Google digitando “guerra in Iraq” è pieno di robaccia del genere. Sono le
conseguenze del Nigergate, una botta paranoica di antisemitismo.

Il ‘governo ombra’ è un refrain caratteristico dell’estremismo politico
americano. Le tesi del sinistro LaRouche si riflettono in quelle della destra
americana più oltranzista. Pat Buchanan, Willis Carto, il blocco
suprematista bianco, i camerati di “Stormfront”
e della “Liberty
Lobby”, vedono “ebrei” ovunque. Questa sottocultura si estende a settori
della sinistra anti-imperialista, agli ambienti dell’isolazionismo democratico,
alla comunità afroamericana più tradizionalista come i seguaci del “Congress of
Racial Equity” di Roy Innis. Gente che accetterebbe volentieri un invito
a cena dai negazionisti di Teheran.

La triade
ebrei-America-Israele appare un’immagine tanto persuasiva da contagiare anche chi
vuole combatterla. Il giornalista Wlodek Goldkorn ha descritto il pericoloso
“cortocircuito” a cui andrebbe incontro la politica estera di Bush: “siccome
gli islamisti fondamentalisti hanno dichiarato guerra all’Occidente e siccome
nei loro proclami la punta di diamante dell’Occidente risulta essere Israele,
lo Stato d’Israele è davvero la punta di diamante dell’Occidente”. Farsi
condizionare inconsciamente da questi schematismi significa cadere a occhi
chiusi nella trappola del riduzionismo. Noi contro di loro, mai come loro,
eccolo il manicheismo spicciolo che piace tanto ai truffatori come LaRouche. La
cospirazione cresce e si alimenta grazie a queste opposizioni frontali; la
vulgata antisemita si materializza, diventa vera: “atteggiamento analogo a
quello di tanti ebrei che sotto il fascismo delle leggi razziali si sforzavano
di dimostrare che loro erano ottimi italiani e patrioti fascisti, e non
sionisti alleati della perfida Albione”, come scrive Luzzatto Voghera.

Il complottismo è un’ideologia stupida perché impedisce di fare i conti
con le luci e le ombre del neoconservatorismo. Se la critica dell’idealismo
democratico si riducesse davvero alla retorica cospirazionista allora non
avrebbe senso interrogarsi sull’orgoglio prometeico degli Stati Uniti, sulla
loro pretesa ‘romantica’ e (forse) irrazionale di garantire libertà e
autodeterminazione per tutti i popoli oppressi. È molto più facile accreditare la tesi del “putsch” alla Casa Bianca che
mettersi a studiare i libri di Norman Podhoretz. Ma il mito sionista ‘vende’, fa gola agli internauti
engagé e alle grandi tv satellitari islamiche; offre meno spiegazioni, più confusione,
ascolti in crescita costante. Questa formuletta LaRouche l’aveva già imparata
ai tempi del Village, quando scriveva ambiziosi saggi di psicanalisi freudiana
sull’impotenza sessuale del partito socialista portoricano. Oggi l’ha messa a
punto evocando l’armata delle tenebre sinarchista per tirare un micidiale colpo
basso contro Israele. Gli avamposti larouchisti sparsi in mezza Europa servono
principalmente a questo scopo: lo “Schiller Institute” in Germania; il
movimento “Solidarité et Progres” in Francia; il “MoviSol – Movimento per la
solidarietà” in Italia, sono tutti strumenti del propagandismo nero.

I reporter e i cronisti
di mezzo mondo hanno inseguito il Nigergate come se fosse lo scoop di una vita.
Doveva essere un ‘eroico’ esercizio di giornalismo “watchdog”, un modo di
smascherare il potere come succede nei film di Robert Redford. Ma quando il
pubblico si è stufato delle spy stories, e per quei giornalisti è arrivato il
momento di spiegare quali peli sullo stomaco avevano solleticato certe gole profonde,
allora i mastini del giornalismo liberal hanno fatto un vigliacco passo
indietro. Nemmeno una riga sulle radici antisemite del caso, neanche una parola
sulla indecente “Dottrina LaRouche”.