“Sul caso Papa i giudici hanno violato il diritto della difesa”

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“Sul caso Papa i giudici hanno violato il diritto della difesa”

05 Ottobre 2011

Alfonso Papa, arrestato lo scorso 20 luglio nell’ambito dell’inchiesta sulla loggia P4 resterà in carcere. La decisione del gip Luigi Giordano che ha respinto la richiesta di scarcerazione avanzata dai legali di Papa, ex pm della Procura di Napoli, ha scatenato uno scontro tra i legali del parlamentare Pdl i magistrati napoletani. Al punto che gli stessi avvocati hanno deciso di rinunciare al mandato. L’avvocato Carlo Di Casola racconta come sono andate le cose.

Avvocato, perché avete rinunciato al mandato?

Le ragioni sono abbastanza semplici. Ieri abbiamo appreso che il giudice per le indagini preliminari, benché noi avessimo richiesto l’acquisizione della cartella clinica presentando uno stato di salute precario del nostro assistito, ha rigettato l’ennesima istanza senza neppure acquisire la documentazione sanitaria dal carcere.

Secondo voi c’è stata una violazione delle norme sul diritto alla difesa?

Per noi questo è un fatto molto grave che dimostra con chiarezza come il gip, al di là di qualsiasi altra considerazione, abbia deciso a prescindere che l’onorevole Papa deve rimanere in condizioni di detenzione e, allo stesso tempo, per noi diventa estremamente chiaro che la funzione della difesa in questo modo è impossibile che venga espletata. Dunque, la prima ragione contingente è quella che riguarda la correttezza dei rapporti tra difesa e organo giudicante perché, se c’è una richiesta sullo stato di salute di un detenuto che viene segnalata dalla difesa, dovrebbe essere dovere e interesse dell’autorità giudiziaria quella di verificare quali siano le condizioni del detenuto in questione. Se questo non viene fatto, la difesa non sa quale sia la sua funzione e quindi è bene rinunciare.

E il secondo motivo?

E’ collegato a questo. Se l’onorevole Papa non versa in buone condizioni di salute ed è in vincoli, questo comporta un’estrema difficoltà da parte nostra nell’andare, nel perdere le giornate, nell’occupare le ore a far le file e via discorrendo. Tra l’altro le sue condizioni psico-fisiche gli impediscono di aiutarci nella difficile opera di allestire una difesa tecnica e quindi evidentemente anche questo incide sulla nostra possibilità di difenderlo perché, di fronte a un testimoniale così ampio della Procura della Repubblica, noi in questi giorni non saremmo in grado di presentare una lista testimoniale altrettanto congrua e fornita perché non c’è l’aiuto dell’unico che conosce queste vicende che è il diretto interessato. Di fronte ad una situazione del genere, non potevamo non segnalare questa grave lesione della nostra funzione, del diritto di difendere e del diritto di Papa di essere difeso correttamente.

Su quali basi il giudice ha rigettato l’istanza non prendendo in considerazione la cartella clinica di Papa?

Ci sono state già decisioni sul punto, sulle esigenze cautelari e sulla gravità indiziaria. Questo percorso fin qui poteva anche essere del tutto logico e legittimo ma il giudice ha, però, dimenticato che ci potevano essere come novità le peggiorate condizioni del detenuto.

Quali sono effettivamente le condizioni di salute di Papa? Sono compatibili con la detenzione?

Questo non possiamo saperlo noi difensori. Noi segnaliamo un problema, ma deve essere lo Stato a sapere quali sono le condizioni di un suo detenuto. È qui che sorge il problema: noi abbiamo l’onere e la facoltà di segnalare ma l’autorità giudiziaria ha il dovere di verificare.

La decisione giunta due giorni fa segue il ‘no’ del tribunale del riesame alla richiesta di arresti domiciliari di Papa. Una linea molto dura dell’autorità giudiziaria. Lei che idea s’è fatto?

Le ragioni che i giudici hanno a più riprese sostenuto sulle esigenze cautelari siano ragioni infondate e per questo ci siamo rivolti alla Corte di Cassazione e dovremo andare a discuterne agli inizi di novembre. Naturalmente il detenuto resta detenuto e questo è comunque un problema considerevole e bisognerà vedere se le ragioni erano valide o meno.

Il suo collega, l’avvocato Luigi D’Alise, ha affermato che la vicenda Papa rappresenta una caso unico nel suo genere nel nostro Paese…

Certo che è un caso unico. Lei ha memoria che vi sia stato un parlamentare per il quale la Camera abbia deciso l’autorizzazione a procedere all’arresto e che per fatti non di sangue si sia costituito e sia rimasto in carcere per tanto tempo? Non c’è un caso simile in Italia. Gli unici due precedenti riguardavano fatti di sangue e i due rappresentanti credo che si dicano latitanti. L’onorevole Papa non si è reso latitante, si è costituito davanti all’autorità giudiziaria, quindi pericolo di fuga non ce n’è, pericolo di inquinamento delle prove la stessa autorità giudiziaria di Napoli, dopo tanto lavoro fatto dalla difesa, ha effettivamente confermato che non c’è. Secondo l’ultima decisione del tribunale del riesame Papa può commettere altri reati perché essendo onorevole ha una serie di relazioni interpersonali che lo rendono pericoloso. Dica l’opinione pubblica se queste sono motivazioni accettabili, per noi non lo sono. Ecco perché abbiamo fatto ricorso in Cassazione e ci auguriamo ci dia ragione.

Per il momento, quindi, avete gettato la spugna?

Assolutamente no. Noi siamo avvocati e facciamo il nostro dovere secondo quanto è consentito dal Codice, ci è data la possibilità di fare ricorsi  e noi li adottiamo. Non possiamo né dobbiamo gettare la spugna. Siamo assolutamente combattivi così come abbiamo scritto e detto. Naturalmente la rinuncia alla difesa, che è prevista dal Codice, prevede che l’onorevole Papa ci rifletta su e nomini dei difensori che possano assicurargli la difesa. Finché questo non avverrà noi non verremo meno al nostro dovere di difenderlo. Ma abbiamo segnalato che le condizioni per farlo, non soltanto formalmente, non possono che sortire risultati negativi.   

Caso Meredith. La sentenza che è giunta nella tarda serata di due giorni fa ribalta totalmente quella di primo grado. Crede che il sistema giudiziario italiano sia “inceppato”?

Il problema si pone non solo per questo caso specifico ma per tutti i processi. In linea generale la giustizia in Italia non dimostra né grande efficienza né grande celerità. L’accertamento dei fatti è sempre complicato, specie quando si tratta di fatti indiziari che hanno bisogno di un grande approfondimento e qui non è che solo la giustizia lavora male, ma tutti i comparti collegati ad essa. Quindi l’errore giudiziario è un rischio che si corre costantemente. Detto questo, mi sembra fisiologico che un primo grado decida per la colpevolezza e un secondo grado decida per la non colpevolezza. Dal mio punto di vista, dico che quando i processi sono eminentemente indiziari prudenza vorrebbe che anche di fronte a reati di grande gravità si procedesse a piede libero, non con imputati detenuti, perché un processo fortemente indiziario può avere più esiti e quindi, limitando la custodia cautelare, limita anche il rischio di gravi errori giudiziari vissuti sulla pelle del cittadino. Nel caso di Perugia mi sembra che abbiano seguito la via della detenzione e quindi la cosa è diventata eclatante per l’opinione pubblica perché far stare delle persone in carcere tanti anni e poi dichiararle innocenti non è un bel quadro d’insieme.